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il Gazzettino del chianti e delle colline fiorentine
TAVARNELLE V.P.
11.10.2017
h 09:12 Di
Antonio Taddei
Utilio, da militare nella Folgore a raccogliere i morti sepolti dal terrore del Vajont
La storia di un sambuchino che nel 1963 si ritrovò catapultato in quella tragedia immane
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SAMBUCA (TAVARNELLE) - Tante sono ancora le storie mai raccontate che l’uomo si porta dentro senza mai cancellarle, e che nei momenti delle ricorrenze tornano vive nella mente.

 

E’ il caso di Utilio Giannozzi, 77 anni, residente nella frazione della Sambuca, oggi pensionato.

 

Che, involontariamente, si è trovato “precipitato” in una tragedia immane: quella del 9 ottobre 1963 nella Valle del Vajont, dove alle 22.39 un’enorme frana, staccatasi dal Monte Toc, precipita nella diga sollevando un’onda devastante che causa la morte di oltre 1.900 persone nella valle di Longarone, Erto, Casso e il fondovalle in provincia di Pordenone.

 

Dopo 54 anni siamo andati alla Sambuca da Utilio, raccogliendo la sua dolorosa testimonianza.

 

1962-63 - Utilio Giannozzi ai tempi del militare

 

"Nel 1962 - ci racconta - sono partito per il servizio militare nella divisione “Folgore”, dopo tre mesi passati ad Albenga, in Liguria, fui trasferito a Gradisca d’Isonzo, in provincia di Gorizia".

 

E lì in caserma, la notte del 9 ottobre… . "Eravamo in camerata - prosegue Utilio - quando all’improvviso entra un sottufficiale gridando di alzarsi tutti, indossare la tuta mimetica e anfibi, e prepararsi per partire, tempo cinque minuti ci ritrovammo un centinaio di soldati nel piazzale. Pensavamo a un addestramento, che di lì a poco saremmo tornati nelle brande, ma una volta inquadrati il capitano ci informò che era successo qualcosa di grosso e che dovevamo partire in aiuto della popolazione".

 

Non vi fu detta la destinazione, tanto meno cosa era successo? "Nulla - risponde - Ci caricarono sui camion e all'una del mattino partimmo. Percorremmo circa 200 km per arrivare a Longarone, arrivammo alle 5 di mattina, era ancora buio".

 

Una volta arrivati i militari capirono subito che erano di fronte a una tragedia immane: "E’ indescrivibile - ricorda Utilio - quello che ci trovammo davanti: fango, detriti, morti. Ci affiancarono a delle ruspe, queste avevano il compito di rimuovere ciò che rimaneva delle case, della vita quotidiana. Mi ritrovai insieme con altri a raccogliere brandelli di persone, braccia, gambe, che mettevamo all’interno dei sacchi per poi depositarli su dei camion. Al campo venivano lavati dal fango e ricomposti per quel che era possibile".

 

2017 - Utilio Giannozzi oggi

 

Chiediamo se in quel dolore ci sia stato qualcosa che l' colpì particolarmente? Utilio si sofferma quasi trattenendo il respiro, lo sguardo va in basso e con le braccia mima: "Mi sono trovato davanti ad una porta abbattuta, l’ho rovesciata aiutandomi con una zappa, sotto c’era una bambina di sei anni".

 

Utilio scoppia in lacrime, ci scusiamo con lui consapevoli di quanto dolore ancora provi. Ma continua: "Per tutta la vita porto con me l'immagine di questa bambina. Mi ricordo anche che il giorno dopo la tragedia tornarono dal viaggio di nozze  una coppia di sposi, non trovarono più i loro cari, la loro casa, tutti i loro ricordi erano stati spazzati via dall’acqua e dal fango. Non era rimasto nulla!".

 

 

 

E’ più tornato in quei luoghi? "Dopo vent’anni ebbi il desiderio di tornarci con mia moglie. E andammo".

 

Come non pensare che ancora oggi Utilio non abbia nella mente quelle immagini. Lui, un ragazzo di ventanni venuto da una frazione del Chianti, mai si sarebbe immaginato di trovarsi in mezzo a una sciagura del genere. In un mare di morte che avrebbe segnato per sempre la sua vita.   

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