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GIORNALISTI A SCUOLA
In collaborazione con
I.S.I.S. "Gobetti-Volta"
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Un laboratorio di giornalismo che ormai va avanti da oltre due anni, grazie alla splendida collaborazione degli insegnanti e della dirigenza dell'Istituto Statale di Istruzione Superiore "Gobetti-Volta" di Bagno a Ripoli.

Il Gazzettino del Chianti ha deciso quindi di dare una organicità a questa collaborazione creando questo apposito spazio in cui troveranno spazio tutti gli articoli scritti dagli studenti e dalle studentesse di quella che è l'unica scuola superiore presente nel nostro territorio.

Scriveranno anche di questo, del territorio in cui vivono e dal quale tutti i giorni "partono" per andare a scuola. Ma anche della scuola stessa, di quello che vi accade.

Articoli scritti da ragazzi dalla prima alla quinta superiore, seguiti dalla nostra redazione ma lasciati liberi nella scelta degli argomenti. Anche di sbagliare. In un piccolo-grande laboratorio di giornalismo aperto e plurale. Buona lettura!

GIORNALISTI A SCUOLA
11.02.2018
"Io, sopravvissuta ai campi di concentramento": Kitty Braun al Gobetti-Volta
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Martedì 30 gennaio, in occasione del Giorno della Memoria, all’iItituto Gobetti-Volta si è tenuta una conferenza sui temi della Shoah con testimonianza diretta di Kitty Braun.

 

Kitty è una sopravvissuta ai campi di concentramento e ha voluto raccontare la sua terribile esperienza ai giovani alunni delle superiori, perché sia di monito alle nuove generazioni:

 

“Sono nata nel 1936 - ha iniziato - e quando sono cominciate le persecuzioni ero molto piccola, quindi ciò che vi racconterò è la versione della storia vista dagli occhi innocenti e increduli di una bambina”.


Kitty e la sua famiglia, composta da cinque persone (mamma, babbo, il fratello Roberto e la nonna), vivevano a Fiume, una località vicino a Trieste.

 

Nel 1939, Mussolini introdusse le leggi razziali e iniziarono le persecuzioni agli ebrei. Quando fu dato fuoco alla sinagoga davanti a casa di Kitty, la famiglia decise di abbandonare Fiume durante la notte e di recarsi a Trieste dovendo lasciare la nonna inferma e la colf a casa.

 

“La prima notte - ha ricordato - alloggiammo in un albergo vicino alla stazione e per non dare troppo nell’occhio, io e mio fratello Roberto dovevamo parlare a voce bassa, evitare di ridere, saltare, urlare e vi assicuro che per dei bambini è un sacrificio enorme”.

 

Successivamente la famiglia alloggiò in case in affitto a Mestre: “A Marghera c’erano spesso incursioni e bombardamenti - ha raccontato Kitty - e, per non sentire più il frastuono pauroso delle sirene di allarme, andavamo in aperta campagna e ci sdraiavamo sul prato a guardare il cielo. I razzi che venivano lanciati di notte sembravano balocchi e facevano diventare il cielo rosso. Non avevo paura perché erano lontani da noi e accanto a me c’erano i miei genitori, che mi infondevano davvero una grande sicurezza”.

 

L’abitazione successiva fu un fienile in campagna, di proprietà di una famiglia di contadini che ospitò la famiglia: “Qui erano coltivati mais e viti e non pativamo la fame anche se  mangiavamo sempre le stesse cose”.

 

Purtroppo la mattina dell’11 novembre, alle ore sei, rrivarono le SS sollecitate dalla denuncia di un conoscente di Fiume e la famiglia fu portata in un carcere a Santa Maria Maggiore.

 

KITTY BRAUN - Con il preside del Gobetti-Volta

 

“La mattina del 14 gennaio, il giorno del mio compleanno - ha raccontato la donna, sempre sorrident e- fecero salire decine e decine di persone su veri e propri carri bestiame con una finestrina piccolissima ciascuno. Alla fine arrivammo a Ravensburg, un campo di concentramento organizzato, provvisto di letti a castello e servizi igienici".

 

“Ci sono delle cose - ha spiegato Kitty con amarezza - che, soprattutto da bambina, rimangono timbrate nel cuore. Ogni notte dal letto soprastante il mio, vedevo cadere pidocchi: vi assicuro che eravamo infestati da questi parassiti e avevamo le unghie nere a forza di ucciderli  con le dita...”.

 

Mentre la mamma era costretta ai lavori forzati, Kitty raccontava favole a lieto fine a suo fratello, suo cugino e a tutti i bambini della baracca in cui vivevano.

 

Per l’arrivo imminente degli Alleati, tutti i deportati del campo di Ravensburg furono trasferiti a Bergen-Belsen: "In confronto all’altro campo, questo era tremendo: non c’erano né servizi igienici (esisteva solo una fossa esterna) né letti. Tutti quanti eravamo ammassati a terra. Ricordo che stetti così tanto con le gambe al petto che una volta liberati dagli Alleati Inglesi non riuscivo a camminare”.

 

In questo campo Kitty ha visto morire suo cugino Silvio e suo fratello Roberto: “Sentire mio fratello gridare e piangere - ha raccontato con le lacrime agli occhi - è stato straziante. Le mie parole di consolazione non servivano a nulla perché tutto ciò che lui avrebbe desiderato era la mamma, che però non poteva essere con lui perché era obbligata a svolgere i lavori forzati...”.

 

Dopo questa terribile e straziante esperienza, la famiglia si è ritrovata finalmente libera a Fiume.

 

"Quando sono uscita libera dai campi di concentramento - ha concluso - con i miei genitori, ho incontrato l’amore della mia vita, Gianfranco e ho fondato una famiglia con lui. Ho rischiato seriamente di morire, ma grazie alla fede in Dio e al suo accompagnamento speciale, non ho avuto paura. E oggi sono qui a parlare alle nuove generazioni di quello che è stato solo poco tempo fa. Ciò che mi auguro è che una cosa del genere non accada mai più. È questo lo scopo delle mie visite alle scuole: la testimonianza vale più di mille raccomandazioni”.

 

Articolo di: Sofia Innocenti



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