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A cura di
Tommaso Ciulli
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Psicologo iscritto all’Ordine degli Psicologi della Toscana. Mi occupo di sostegno e counseling psicologico, gestione dello stress e sviluppo dell’assertività.

Ricevo a San Casciano e Firenze. Socio Corrispondente della Società di Terapia Comportamentale e Cognitiva. Ricercatore presso la Scuola Cognitiva di Firenze.

Per info o domande: drtommasociulli@gmail.com o www.tommasociulli.com.

CONSAPEVOLMENTE
1.01.2018
L'invidia: cosa è, come funziona, come può danneggiarci la vita
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Viene definita nella Bibbia “la carie delle ossa”. Francesco Petrarca ne parla come “o nemica di virtute”.

 

Ha molte facce: quella di Iago, nell’Otello; quella della Monaca di Monza nei Promessi Sposi; quello di Grimilde, la Regina Cattiva di Biancaneve. Dante la posiziona nella II Cornice del Purgatorio.

 

Di cosa parliamo?.Ma di Invidia, naturalmente.

 

L’invidia viene definita come la sofferenza data dalla perdita in un confronto sociale. Si prova quando l’altro ha qualcosa che vorremmo.  A livello sociale viene vista in modo negativo: si ammette di essere inferiore e si può tentare di danneggiare l’altro in modo subdolo, provando un’ostilità nascosta.

 

L’invidia si prova verso persone simili a noi, perché si invidia la presunta felicità pubblica che si ritiene derivi da ciò che invidiamo. In realtà non vogliamo ciò che invidiamo, ma i benefici dati da questo.

 

Sono tantissime le sensazioni che prova l’invidioso: inadeguatezza, inferiorità, frustrazione, rivalità, rabbia, disprezzo, vergogna. C’è una diminuzione dell’autostima: ci si confronta con l’altro e si vede che siamo perdenti. L’altro ha quello che vorremmo e noi no.

 

A livello biologico, si attiva la corteccia cingolata anteriore dorsale, e la sua attivazione aumenta quanto più è intensa l’invidia che si prova.

 

La stessa area si attiva anche in risposta ad uno stimolo sociale doloroso (come quando ci sentiamo esclusi). In ottica evolutiva, l’invidia è un’emozione sviluppata come sostegno alla competizione per le risorse e alla capacità di ottenerle: tutto questo perché per il genere umano è importante il confronto sociale.

 

Di per sé l’invidia come ogni emozione, per quanto a volte sia spiacevole, è molto utile e non è di base negativa o positiva, anche se culturalmente viene etichettata come negativa.

 

Il punto è come reagiamo quando ci sentiamo invidiosi, cosa ne facciamo di questa invidia.

 

Se quando proviamo invidia la “usiamo” come una spinta per ottenere la stessa cosa che ha la persona che invidiamo, allora potremmo dire che rientra nell’uso positivo di tale emozione. In tal senso l’invidia ci fa compiere sforzi e ci porta ad emulare l’altro.

 

In certi casi può trasformarsi in ammirazione e spinta a raggiungere certi obiettivi grazie al confronto con l’altro.

 

Da un certo punto di vista può essere considerata come la base della società odierna, quella dei consumi: tutti dobbiamo avere le stesse tecnologie e gli stessi privilegi (basti pensare alle file chilometriche per l’acquisto del nuovo smartphone).

 

Che poi tale rincorsa all’ultimo I-Phone sia cosa negativa o positiva, lo lasciamo giudicare ad altri, ma non è l’invidia ad essere negativa o positiva, semmai il comportamento messo in atto.

 

Il lato più negativo di cosa facciamo quando proviamo invidia, è quando si mettono in atto strategie nascoste, di attacco nei confronti dell’altro, per diminuire lo status del rivale.

 

Questa emozione, in questo caso, può essere confusa con l’odio, posso manifestare rabbia, gioendo delle disgrazie altrui. In tedesco, questo ha un nome: shadenfreude.

 

Quando si prova shadenfreude si attiva, a livello cerebrale, lo striato ventrale: area legata al circuito della ricompensa. Così come quando otteniamo un riconoscimento o una ricompensa, proviamo le stesse emozioni di gioia e felicità quando proviamo shadenfreude.

 

A volte capita che utilizziamo invidia e gelosia come sinonimi: in realtà le due emozioni non lo sono proprio.

 

Anche se entrambe sono emozioni di derivazione sociale (provate cioè nei confronti di qualcun altro), spiacevoli, che provocano bassa autostima ed innescano e mantengono processi cognitivi quali rimuginio e ruminazione in maniera disfunzionale, ci sono, tra queste due emozioni, differenze sostanziali.

 

Innanzitutto, siamo gelosi perché sentiamo la minaccia che qualcosa a noi caro venga portato via, mentre siamo invidiosi di qualcosa che vorremo avere, ma non ci appartiene. La gelosia si prova quasi esclusivamente, ma non solo, nei rapporti affettivi, mentre l’invidia può essere provata più ad ampio spettro.

 

Quando siamo gelosi siamo sospettosi, ansiosi, impauriti, ma proviamo anche amore e desiderio (per ciò che vogliamo tenerci stretto), con l’invidia si scatena il senso di inferiorità, il desiderio di danneggiare l’altro, ma anche l’ammirazione e la voglia di emulazione.

 

Altra cosa da sapere è che sia gelosia che invidia sono emozioni secondarie e sono a loro volta composte da altre emozioni, definite primarie. Ad esempio nell’invidia troviamo rabbia e tristezza, mentre nella gelosia compaiono paura e rabbia.

 

Se neghiamo l’invidia, possiamo incappare in emozioni secondarie che non fanno altro che aumentare la sofferenza ed il disagio. Quando si arriva a deumanizzare e odiare l’altro per ciò che ha mettiamo in atto processi disfunzionali rigidi e perseveranti, che possono portare a problemi più grandi.

 

Ma possiamo superare l’invidia. Innanzitutto, come si fa con tutte le emozioni, il primo passo è identificarla, poi discriminarla (non scambiandola o facendola passare per un’altra emozione), e validarla, dandoci la possibilità di provarla ed accettarla per quella che è, comprendendone l’utilità.

 

L’uomo non sarebbe mai andato sulla Luna se la popolazione americana non avesse provato invidia per la ex URSS che era stata in grado di spedire un uomo nello spazio prima degli Stati Uniti.

 

Si possono cambiare strategie e spendere energie per cercare di incrementare il proprio valore, non cercando di distruggere l’altro: così facendo non trarremmo comunque benefici per noi. Possiamo utilizzare la cooperazione, collaborando con altri per ottenere risultati migliori e costruendo sistemi più complessi dove le parti si sostengono a vicenda.


Articolo di Laura Berti, Psicologa, esperta in psicologia della terza età

Svolge la sua attività su San Casciano

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