Testata Gazzettino del Chianti
7.01.2019   
Monte San Michele e Monti del Chianti: ultimo capitolo, pesci e crostacei
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Il reticolo idrico dei monti del Chianti, seppur rappresentato da corsi d’acqua di piccole dimensioni e, in certi casi, stagionali, rappresenta un importante elemento per la biodiversità dell’intera area.

 

All’interno di questi rigagnoli e torrenti sono presenti molte specie di pesci come il barbo comune (Barbus plebejus), il barbo canino (Barbus caninus), il cavedano comune (Leuciscus cephalus), la rovella (Rutilus rubilio), la lasca (Chondrostoma genei), il vairone (Telestes muticellus), la trota fario (Salmo trutta fario) e il ghiozzo di ruscello (Padogobius nigricans).

 

Oltre a queste specie più rare e vulnerabili sono presenti anche alcuni Ciprinidi quali la carpa (Cyprinus carpio) e il carassio (Carassius carassius).

 

La loro presenza è sempre più compressa principalmente da due fattori: siccità estiva, sempre più grave, e cattiva gestione degli alvei dei fiumi.

 

Se da un lato i cambiamenti climatici riguardano una gestione globale degli ecosistemi, dall’altro, a livello locale, gli interventi risultano assai complessi.

 

Risulta fondamentale gestire al meglio il deflusso minimo vitale annuo dei nostri corsi fluviali, al fine di garantire con continuità quella minima presenza di acqua utile alla vita degli ecosistemi acquatici.

 

Per questo, è sicuramente rilevante mantenere un’elevata diversificazione del corso del fiume per favorire la formazione di cascate, curve e soprattutto pozze (fondamentali durante l’estate).

 

Allo stesso tempo è di primaria importanza evitare che scarichi urbani e agricoli inficino la qualità delle acque.

 

Altrettanto rilevante è gestire la vegetazione spondale e ripariale e, allo stesso tempo, evitare il passaggio dei mezzi fuoristrada in siti come quelli dei Monti del Chianti.

 

Oltre ciò è fondamentale evitare approvvigionamenti idrici eccessivi, come può succedere nel caso dei sistemi di irrigazioni di alcune colture agricole.

 

Contemporaneamente è di grande utilità controllare l’attività di pesca e i ripopolamenti con specie potenzialmente dannose a questi ecosistemi.

 

È il caso dei salmonidi (non tutti) che, per quanto rappresentino idealmente i tipici pesci di montagna che popolano acque limpide e pulite, in realtà possono diventare voraci predatori e competitori delle specie ittiche autoctone dell’area limitando fortemente la biodiversità dei corsi fluviali, oltreché rischiando di trasmettere patologie derivanti dagli allevamenti/incubatoi di origine.

 

Negli ultimi anni, senza generalizzare, tra molti pescatori si sta diffondendo la moda di propagare nell’ambiente specie “divertenti” da pescare: il siluro (Silurus glanis), l’amur (Ctenopharyngodon idella), il persico trota (Micropterus salmoides), il pesce gatto americano (Ictalurus punctatus)… tutte specie estremamente prolifiche e voraci che possono destabilizzare gli equilibri dei nostri ecosistemi.

 

Ciò conferma quanto i sistemi acquatici siano fragili e necessitino di accurati interventi e, soprattutto, monitoraggi. Gli stessi pescatori, quelli veri, dovrebbero essere i primi a denunciare azioni illegali e proteggere questi ambienti!

 

Si aggiunge a queste problematiche un fenomeno ancor più grave e, sfortunatamente, sempre più diffuso anche nel Chianti: la pesca di frodo con le reti. Frequentemente leggiamo notizie di queste azioni illegali, con ritrovamenti di reti al cui interno rimangono intrappolate molte specie ittiche.

 

Ribadendo l’illegalità di queste azioni, è da sottolineare che, oltre a danneggiare le specie ittiche, in tal modo viene danneggiato un intero ecosistema.

 

Difatti, diminuendo in modo repentino e drastico più specie da un’area, si possono creare squilibri nella catena trofica: per esempio l’assenza di alcuni pesci può rappresentare la mancanza di fonti trofiche per rettili e uccelli; dunque tali azioni non danneggiano solo la specie “target”, ma anche tutte quelle che coesistono insieme ad essa.

 

Probabilmente meno noti sono i crostacei d’acqua dolce. Nei nostri fiumi è possibile trovare il granchio di fiume (Potamon fluviatile), invece, probabilmente assente o estremamente raro, è il gambero di fiume (Austropotamobius pallipes).

 

Tali specie, che difficilmente possono coabitare, risentono della qualità ambientale e della presenza di specie antagoniste.

 

Ne sono un esempio i Salmonidi, in particolare la trota iridea (Oncorhynchus mykiss), abile predatrice, e il gambero della Louisiana (Procambarus clarkii). Quest’ultima specie, oltreché competere per le risorse trofiche con il nostro gambero, è sia vettore di patologie letali sia resistente a molte tipologie di ambiente, per cui riesce a diffondersi e ambientarsi ottimamente in molti ecosistemi.

 

La conservazione di questi “piccoli tasselli” degli ecosistemi fluviali comporta in realtà una gestione ben più ampia che produrrebbe riscontri positivi, con un effetto cascata, su tutte le comunità che popolano questi ambienti.

 

Se desiderate approfondire l’argomento contattatemi.