LA ROMOLA (SAN CASCIANO) – Il Fitz Roy, o Monte Chaltén in lingua Tehuelche, è una montagna situata in Patagonia, tra Cile e Argentina, alta 3.359 metri. È entrata nell’immaginario comune anche grazie al noto marchio “Patagonia” che la ritrae nel logo.
Lorenzo Cerri, guida alpina che abita alla Romola e dove a volte si allena grazie alla parete presente alla palestra del circolo Arci, lo ha scalato questa estate insieme ad un amico e collega, Luca Sala, guida alpina di Borca di Cadore.
I due hanno affrontato la via Supercanaleta, che fu aperta nel 1965 da parte di argentini.
“È una vetta ambiziosa ed era il mio sogno da quando scalo. Ho iniziato a 17 anni e adesso ne ho 37. È stato qualcosa di incredibile” ci dice.
E noi ci siamo fatti raccontare questa avventura.
“La Patagonia – inizia – è complessa per questo tipo di attività: le montagne sono difficili da raggiungere per le grandi distanze, non è previsto il soccorso e c’è sempre l’incognita meteo, dato che è molto imprevedibile e le finestre di bel tempo, chiamate “ventana”, sono molto brevi”.
“Ma – prosegue – abbiamo trovato un grande spirito di comunità e di condivisione. Davvero molto bello”.
Lorenzo e Luca, dopo una prima ricognizione e la valutazione se affrontare il Cerro Torre (l’altra grande montagna della Patagonia) o il Fitz Roy, hanno scelto il secondo e hanno deciso di partire in 48 ore, dopo che era arrivata la notizia di una possibile condizione meteo positiva di quattro giorni.
E questa è stata la durata che hanno impiegato per compiere l’impresa: “Con i complimenti di tutti sul tempo che ci abbiamo messo, solitamente viene fatta in 5-6 giorni. La nostra è stata un scelta dettata un po’ dall’ingenuità, ma anche dall’ambizione. Prima di partire abbiamo ovviamente controllato decine di meteo, non quelli delle app, ma i dati veri e propri. Abbiamo chiesto a tutti, ma nessuno ci dava informazioni precise. I posti sono così lontani che è difficile esporsi precisamente”.
Prosegue il racconto: “L’avvicinamento alla montagna non è stato difficile, ma molto lungo. Ci sono volute nove ore per giungere all’attacco della via, cosa molto rara. E da lì sotto ti rendi davvero conto della grandezza. Abbiamo capito subito che la montagna era “secca”. quindi con poco ghiaccio e neve e non giusta per la salita che avevamo scelto di fare. cioè quella di tipo invernale, con piccozze e ramponi”.
Continua, sorridendo: “Ma ormai eravamo lì. Abbiamo cenato con buste liofilizzate. È il cibo preferibile perché è leggero da portarsi dietro e la pesantezza dello zaino è davvero molto importante. E poi ci siamo riposati perché la partenza era prevista per mezzanotte. Quando inizia la salita parte poi un conto alla rovescia, perché devi farla in certi tempi stabiliti”.
Lorenzo e Luca hanno fatto i primi 1.100 metri senza corda, per essere più veloci: “Devi pensare ai rischi, ma se ti senti bene e in forma lo fai. Siamo arrivati al primo checkpoint poco dopo l’alba. È la seconda parte a essere stata più difficile: iniziavamo a sentire cose che cadevano (rocce e ghiaccio sciolto, n.d.r.) e abbiamo dovuto affrontare tiri difficili di ghiaccio perché ce n’era molto poco ed era difficile piazzare le piccozze” ci dice.
Hanno infine affrontato la parte di roccia con l’umore più alto perché erano stati veloci e, aiutati dalle scorte di caramelle, hanno raggiunto il bivacco, che si trovava a 100 metri dalla vetta, proprio per la “golden hour”, intorno alle 22.30. Lì hanno passato la notte.
La mattina seguente sono saliti in vetta. Anche se, ci spiega Lorenzo, “l’ultimo pezzo è stato tosto perché il ghiaccio era durissimo e le piccozze e i ramponi erano diventati tondi da quanto li avevamo utilizzati. Ma arrivare lassù è stato qualcosa di incredibile, la vista è pazzesca. Ti sentivi davvero lontano da tutti, ma forse proprio per questo il primo pensiero è stato verso la mia famiglia e i miei amici, sentivo l’esigenza di condividere quest’esperienza con loro”.
Infine la discesa, che, conclude Lorenzo: “È stata più difficile del previsto perché la montagna è davvero grossa. Ti cali giù con le corde ma capire dove trovare l’ancoraggio giusto, lasciato da altri prima di te, è complesso. Qui è stato proprio un misto di intuito e fortuna!”.
I due alpinisti hanno concluso la discesa alla base della via Franco-Argentina del Fitz Roy, l’altra oltre la Supercanaleta.
Hanno deciso di passare lì un’altra notte “per goderci il momento, nonostante avessimo davvero le ultimissime scorte di cibo!”.
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