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venerdì 16 Gennaio 2026
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    Giorgio Giuntini e il teatro che vive grazie a una parola magica: “insieme”

    Sancascianesi di Mestiere: la parrocchia, il palco dell'Everest, il racconto di una passione straordinaria

    SAN CASCIANO – Si potrebbe pensare che ci sia abituato, ma a Giorgio Giuntini le luci del palco vanno strette e quando sa di esser stato scelto come “Sancascianese di Mestiere” preferirebbe quasi starsene dietro le quinte.

    Giorgio gli applausi li vuol condividere, perché dopo tanti anni di spettacoli riconosce che il valore di ciò che ha fatto sta nel gruppo. Vive all’insegna della collaborazione e di una vera passione per l’impegno.

    “Ho amato San Casciano senza misteri – afferma – senza le tensioni dell’adolescenza. Noi siamo stati bambini… più a lungo e qui mi sono trovato bene sempre. La lamentela fa parte dell’essere umano e tanti dicono che vorrebbero andarsene. Io non c’ho nemmeno mai pensato, sebbene facessi il pendolare per via del mio lavoro in banca. Le cose funzionano e anche le persone di fuori riconoscono che il nostro è un paese speciale”.

    A San Casciano, Giorgio ha vissuto a 360 gradi il suo hobby preferito e ne ha fatto una forza aggregante: “Oltre agli aspetti familiari e alla routine della vita, qui ho coltivato la passione per il teatro e ho vissuto l’ambiente della parrocchia con mia moglie. Questi legacci ti vincolano a un luogo in maniera ancor più profonda”.

    “Ho cominciato a recitare a livello amatoriale quand’avevo circa 20 anni – spiega Giorgio – Ci seguiva Giuseppe Visibelli, personaggio molto amato a San Casciano e padre di Beatrice, ma soprattutto eccezionale corista del Maggio. Mi telefonò il giorno prima di morire chiedendomi di proseguire il lavoro fatto con noi. Così ne ho preso immeritatamente il posto”.

    “Nella parrocchia ho fatto quello che hanno fatto tanti – prosegue – godendo delle possibilità dell’aggregazione e dello stare insieme. Ho affrontato l’attività teatrale con quest’atteggiamento e ho attinto ai gruppi del coro, del catechismo e del volontariato unendo negli spettacoli giovani e adulti”.

    “In teatro sono un azzeccagarbugli – sorride – un amatore gratificato dalla condivisione. Quando vedo l’Arca Azzurra o la Beatrice entro in uno stato di godimento”.

    “La dimensione amatoriale è diversa – spiega Giorgio – bella e di soddisfazione, ma anche difficile: sottrae tempo ad altro perché non è una professione ed è complicato mixare le necessità di realizzazione coi doveri della vita. Il gioco vale la candela perché la complicità che si crea matura e va avanti, fino a mitigare le difficoltà di tutti. Sono ansioso e perfezionista, ma mi sento appagato dalla contentezza dei ragazzi”.

    “Grazie a Dio non abbiamo mai fatto fiaschi – continua – anche se ultimamente portiamo in scena spettacoli difficili, soprattutto musical. L’ultimo, su Giovanni Paolo II, l’abbiamo perfino scritto. Abbiamo sempre uno scopo benefico e nel ’97 siamo stati anche al Verdi, con “Aggiungi un posto a tavola” per l’associazione Trisomia 21. Io non ci volevo andare perché temevo che non fossimo all’altezza, invece vennero a vederci più di 1.200 persone. L’emozione e l’adrenalina provate dai ragazzi danno loro una carica incredibile e un’enorme potenza”.

    “Non è vero che i giovani sono scapestrati – tiene a dire – Nel nascondimento si impegnano e danno il tutto per tutto soprattutto con gli altri. Se le cose vanno male la responsabilità è nostra. Noi sì che s’era vagabondi! Si pensava solo al pallone e a far festa. Oggi sono più maturi, più attenti alle situazioni e più presenti nelle difficoltà che si vivono in questi tempi. Sono bravi e ci insegnano bene cosa avremmo dovuto fare e si deve fare tutt’oggi”.

    “San Casciano e i sancascianesi sono sicuramente cambiati – sostiene – Le conquiste della tecnologia e del progresso hanno migliorato la vita di tutti. Le difficoltà che si creano sono date dalla velocità dei cambiamenti, ma trovo che qui questo problema sia stato gestito bene”.

    “Spero che il paese possa vivere sempre nella reciproca comprensione e convivenza – conclude Giuntini – Un tempo le famiglie erano più vicine, si lasciava la porta aperta e si condividevano più cose. Sarebbe bello se si tornasse ad avere più amicizia! Auguro a tutti pace e serenità ma non… come le miss! Ci vuole davvero e tra di noi, senza differenze di pensiero politico e nella condivisione del buon vivere insieme da portare sempre al meglio”.

    Le stanze nascoste nel cuore del Teatro Everest ospitano locandine che sono passi di storia.
    Giorgio le indica una ad una narrando aneddoti, mentre il luogo trasmette orgoglioso l’insegnamento di tante fatiche: la fiducia nella collaborazione è una potenza unica, perché insieme si fanno grandi cose.

    © RIPRODUZIONE RISERVATA

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