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venerdì 16 Gennaio 2026
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    Riccardo Franchi e il suo affetto totale per un paese “che si sta diluendo”

    Un vero Sancascianese di Mestiere: "Spero che saremo capaci di ritrovare l'amore per il nostro passato"

    SAN CASCIANO – I Franchi vivono a San Casciano da generazioni: Riccardo Franchi ha appurato che la sua famiglia viene battezzata in Propositura dal 1710 e non esclude che ciò sia accaduto anche prima.

    L’attività come esportatori di vino ha avuto avvio nel 1840: “Mio padre l’ha portata a livelli altissimi – racconta – e tra il ’78 e il ’79 siamo stati primi, col 35%”.

    Nel 1993, la decisione di lasciare è stata molto sofferta. C’era bisogno di una cantina nuova, ma i figli di Riccardo erano piccoli per mettere a rischio somme importanti.

    Così sei anni dopo è iniziata l’avventura del bar: “Mi permette di stare a contatto con persone che altrimenti non incontrerei. L’ha voluto soprattutto mio figlio Saverio, ma l’abbiamo tutti portato avanti con passione”.

    Per 18 anni, Riccardo è stato presidente dell’Accademia dei Perseveranti: “Pur rimanendo attivo nel consiglio, ho dato quest’anno le dimissioni dal mio incarico. Credo che ci sia bisogno di sangue giovane e di idee più fresche”.

    L’operazione più vistosa è stata il riposizionamento della bandiera italiana sulla torre del Teatro Niccolini, ma l’Accademia si occupa soprattutto di iniziative benefiche e del restauro di alcune opere sancascianesi.

    Ha finanziato un’aula per la scuola materna delle suore, un pozzo e un ospedale in Congo. E sta stanziando delle somme per restituire il suo splendore originale al Crocefisso della Propositura.

    “Ci è dispiaciuto – ammette Riccardo – non occuparci di quello di Simone Martini della chiesa della Misericordia e che ci abbiano preferito l’Opificio delle Pietre Dure. Così, l’opera non è ancora tornata a casa, mentre noi avevamo già trovato il denaro necessario e contattato specialisti competenti”.

    “Ho volontà di tenere in vita la storia e la memoria del paese. Ha contribuito anche il luogo in cui vivo – precisa – che è la seconda porta fiorentina e ha ancora le antiche vestigia”.

    Negli occhi di Riccardo il nostro era un paese bellissimo, che oggi ha perso il suo sapore: “San Casciano è cambiato molto, soprattutto nelle persone. Prima c’erano personaggi importanti, capaci di capire che la cultura più genuina si faceva d’interazione e incontri per strada. Ci si incantava ad ascoltare le storie della gente e la vitalità del centro bastava a tenere alto il livello culturale”.

    “La mia generazione è cresciuta nel benessere del dopoguerra ed è stata allevata da chi aveva vissuto con moderazione gli anni precedenti. I figli non avevano diritto a tutto – sostiene – ma di sicuro a una buona educazione. Io ero un bambino birbone e se combinavo qualcosa i miei lo sapevano prima che tornassi. C’era la protezione dei più piccoli da parte di tutti e la famiglia era sempre in primo piano. Le persone erano semplici, ma conoscevano l’altruismo e il senso civico”.

    “Ai funerali non si fingeva – asserisce – né si faceva conversazione. Le luci delle botteghe seguivano il passaggio del corteo, con le saracinesche che si abbassavano in segno di rispetto. Così, al tramonto il paese si abbuiava ancora di più e non importava se i clienti del barbiere restavano insaponati, in attesa Ci si preoccupava in tutte le case, perché la vita si faceva in piazza e si era davvero una famiglia sola”.

    “San Casciano è cresciuto a dismisura – aggiunge – e noi ci siamo diluiti. Le persone si sono chiuse in casa alla televisione e incontrarsi è diventato più difficile”.

    “Il Carnevale Medievale era una buona opportunità per formare nuovi circoli attivi – continua – ma si è travisata l’idea di base andando verso la cartapesta. La giusta fantasia si è sviluppata senza rispetto del contesto temporale e la storia non traspare né dai racconti né dai costumi”.

    “Avevo guardato alla nostra manifestazione come a un gioco – insiste – coi miei ricordi di bambino alla Festa dell’Uva. Il mio nonno e i falegnami del tempo non avevano che un filo e pochi mezzi, eppure creavano sculture di legno spettacolari. Gli abitanti di questo paese hanno sempre avuto innata la vera cultura. Le contrade non si costituivano di persone particolarmente preparate, ma tutto aveva un altro sapore”.

    “Probabilmente i sancascianesi ci sono ancora – conclude – e sono soltanto chiusi nelle loro case. O forse i miei sono i discorsi di un vecchio, che dice con nostalgia che si stava meglio prima. Comunque mi auguro davvero che saremo capaci di ritrovare l’amore per il nostro passato, il nostro paese e chi ci vive”.

    Riccardo ricorda un padre severo che sgrida i suoi figli e non desidera che il loro bene. Le critiche sono pericolose, perché talvolta si rischia di non far capire cosa le muove. Ma dietro parole che sembrano coltelli, si cela spesso l’essenza dell’amore.

    © RIPRODUZIONE RISERVATA

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