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venerdì 16 Gennaio 2026
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    Franca ed Elisabetta: in Borgo Sarchiani uscio e bottega è uno stile di vita

    Negozianti storiche di quella che è stata la via per eccellenza del paese: Sancascianesi... di mestiere

    SAN CASCIANO – Si può vivere un luogo come un nido, ma senza mai pensare di volare via: la storia dell’ambiente si confonde a quella di chi lo abita ed i pezzi che si perdono nel tempo diventano ricordi di un percorso personale, pieni di una giusta nostalgia.

    Anni fa in certi nidi si nasceva, si lavorava e si creava la propria famiglia, tanto che per Franca Iacopozzi ed Elisabetta Leoncini “uscio e bottega” non è un modo di dire, ma uno stile di vita a tutti gli effetti.

    Franca è venuta alla luce nel ’39 in viale San Francesco e, dopo qualche anno a Chiesanuova, è tornata di casa “in Borgo”: “Dicevo d’averci il soggiorno, il sonnotte e il sollavoro insieme – sorride – perché dalla tabaccheria arrivavo fino all’orto”.

    Elisabetta è nata a Firenze nel ’56 ed ha sempre vissuto nella Borgata: “La nostra via – afferma – è il nostro piccolo mondo. Nel ’49, la mia mamma iniziò in uno spazio più piccolo, a distanza di due numeri civici e sullo stesso lato del negozio di famiglia della Franca, che è stato inaugurato un anno dopo”.

    Nel 1982, la merceria ha attraversato la strada e da allora Elisabetta vive proprio accanto al luogo in cui lavora.

    “La mia mamma – aggiunge Elisabetta – faceva anche la rammagliatrice”. “Porta a porta c’era una sarta – interviene Franca – e s’arrivava di certo a una decina”.

    In poche parole, la Borgata Sarchiani era “la via dell’artigianato”, con un laboratorio ad ogni ingresso, tra calzolai, falegnami ed attività varie.

    Le due dirimpettaie ricordano una serie di nomi infinita e, tra le catene di parenti per spiegare di chi è figlio questo o quest’altro, l’atmosfera è tutta al buon gusto di paese.

    Oltre alla Stianti ed ai calzaturifici, annoverano il Rosi, che ferrava le bestie, il nonno dell’Elisabetta e i Coli vinai: “Ci manca chi non c’è più, come Alvaro Cenni e il suo fornaio Lido Marchetti, che era il babbo di don Luciano… . Oppure Cirillo e il Bencini l’ortolano, con quel profumo di frutta che oggi non si ritrova”, dice Elisabetta.

    “La nostra strada – insiste Franca – è cambiata tanto che non si riconosce”. “Però ci si sta sempre bene – la stoppa… Elisabetta – e mi sento fortunata a vivere e lavorare in Borgo”.

    “Poi – continua Franca – quant’è cambiato il commercio! Nelle grandi distribuzioni si trova dall’ago al cannone e, tra tasse e affitti, i nuovi negozi durano un anno. Si rimarrà per forza senza botteghe, che vuol dire ammazzare il paese. Prima c’era tutto, dall’ospedalino in poi. Ora tante cose vengono a mancare, girano meno persone e si lamentano, ma basterebbe che ci aiutassero di più”.

    “I sancascianesi cambiano come il mondo – prosegue Elisabetta – con l’e-commerce, la globalizzazione e le merci che arrivano dappertutto. S’è creato un rapporto diverso con gli oggetti, ma soprattutto tra la gente”. “La tecnologia ha tirato avanti – asserisce Franca – e anche per questo ci sono meno lavori”.

    “Non ha portato benessere a tutti – ammette Elisabetta – come invece pareva dovesse. Sopravvivono solo le grandi firme e i negozi sono sempre più uguali tra loro. Io non so cambiare e mi trovo bene tra i miei fili e i miei nastri. In botteghe come queste c’è quel sapore di prima, di legno e mobili vecchi. Mi diverto ancora con le persone che vengono, ma uno non può continuare se vede che ci rimette”.

    Per sostenerla nel lavoro in merceria, il padre Tito ha tirato avanti fino a 92 anni. Allo stesso modo, Franca supporta la figlia Simona, che nonostante sia architetto, è subentrata al suo posto.

    “Come ho cominciato finirò… a conduzione familiare! Ci aiuta perché nel nostro lavoro non c’è più tanto guadagno – confessa Franca – e altrimenti non si rileverebbe lo stipendio per tutti. Poi stare insieme ci piace. La mia figliola me lo dice di stare a casa qualche pomeriggio, ma al negozio c’ho lei e le mie compagnie. Le persone da noi non sono mai ignorate. C’è un rapporto di paese e d’amicizia e si scambiano sempre due parole”.

    L’augurio di Franca ed Elisabetta è meraviglioso, nella sua apparente semplicità: “Auguriamo ai giovani tutto il bene possibile, ovvero d’avere quello che s’è avuto noi: una casa, un lavoro e la possibilità di crescere dei figli”.

    A suon di ricordi, gli sguardi delle due donne si accendono e per chi ascolta aumenta il dispiacere di non aver vissuto un momento speciale, con valori e sapori tutti diversi.

    Le storie della San Casciano di allora risvegliano la speranza di non smarrire una strada che stavolta è metafora… ma nemmeno più di tanto.

    Perché se ricordiamo da dove veniamo sarà più difficile perdersi, nel turbinio di questo mondo moderno.

    © RIPRODUZIONE RISERVATA

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