CHIANTI – A contattare la redazione del Gazzettino del Chianti da un atollo maldiviano, dopo il gruppo di quattro grevigiani del quale abbiamo raccontato domenica 8 marzo (qui), è un’altra famiglia chiantigiana.
Ci chiedono di mantenere riservatezza massima sulla loro identità e comune di provenienza, “perché la nostra non vuol essere una denuncia personale, ma il voler mettere in luce una situazione difficilissima che ancora oggi, per rimanere ai nostri connazionali, coinvolge centinaia e centinaia di italiani che erano venuti in vacanza alle Maldive. Senza che in Italia se ne parli o, addirittura, se ne parli con scherno. In un contesto di totale disinformazione”.
“Leggiamo notizie – iniziano nel loro racconto – vediamo video che non corrispondono alla realtà. Un esempio? E’ appena arrivata in resort una famiglia italiana, con volo Etihad: erano felici di essere in 50 su un volo da 450 (noi ci saremmo fatti una domanda…). Avevano passato un’ora ad Abu Dahbi in un tunnel accanto ai servizi per allarme attacchi aerei in corso. Non crediamo siano persone stupide o superficiali, ma il risultato della disinformazione che abbiamo in Italia”.
“Noi non siamo certo ricchi – proseguono – Siamo qua in quattro, per una vacanza di famiglia che celebra un compleanno. Un viaggio che aspettavamo da anni. Siamo persone normali con vite normali: che sono rimaste incastrate, come altre centinaia, migliaia, in un qualcosa più grande di loro. In quella che è tuttora una vera e propria giostra emotiva. Quando verremo via, il 13 marzo (sperando che non ci siano altri contrattempi) lo faremo con dieci giorni di ritardo rispetto a quanto dovevamo fare”.
“E noi ci riteniamo fortunati – aggiungono – perché siamo in un ambiente confortevole, sicuro. Alla fine, fra soggiorno prolungato e volo aereo, questa storia ci costerà migliaia di euro in più: certo, abbiamo assicurazioni sul viaggio e quando torneremo faremo tutto quello che andrà fatto per i rimborsi, che copriranno parte degli esborsi. Ma, ad oggi, la situazione è questa”.
Poi ci raccontano una delle sfaccettature che, secondo loro, è più grave, ovvero il comportamento delle compagnie aeree: “E non parliamo – precisano – di piccole compagnie locali. Nel nostro caso parliamo di Etihad, uno dei colossi del settore”.
Andiamo per ordine. Il loro volo di ritorno di martedì 3 marzo è stato cancellato stante la situazione di guerra: “E’ comprensibile – ci spiegano – ce lo aspettavamo. Peraltro, in modo preventivo, appena il conflitto era esploso (noi eravamo già qua), l’agenzia di viaggio con la quale abbiamo organizzato tutto, Oceanya, ci aveva consigliato l’acquisto di biglietti sulla rotta cinese; una sorta di “paracadute” che avrebbe potuto essere utile (ma per il quale ovviamente c’era bisogno di liquidità). Speravamo comunque che la compagnia aerea con la quale eravamo arrivati ci avrebbe riportato anche a casa. E’, riteniamo, un loro dovere”.
Ma non è andata così: “L’agenzia (che ci ha letteralmente seguito passo dopo passo, anche quando in Italia era notte fonda) ha fatto un ri-prenotazione con Etihad per domenica 8 marzo. Abbiamo vissuto per giorni sempre con i telefoni accanto. Giovedì notte è arrivato il messaggio di Etihad: in un’ora e mezzo abbiamo organizzato il trasferimento a Malè in idrovolante, fissato un albergo lì per la notte del sabato, pronti a prendere il volo la domenica. Va detto che i maldiviani sono persone meravigliose, ma la situazione a Malè, anche dal punto di vista igienico-sanitario, per il sovraffollamento che la sta interessando, è a dir poco precaria”.
“All’ora di cena del sabato – aggiungono – controlliamo sull’app di Etihad il volo, e dà un messaggio di errore, di prenotazione da confermare. Chiamiamo l’agenzia, del resto avevamo in mano i biglietti elettronici già pronti; ci richiamano affranti, dicendoci che Etihad aveva cancellato la prenotazione. Da lì a due ore ci arriva anche la mail della compagnia che ufficializzava la cancellazione. Tradotto: arrangiatevi. Così, abbiamo ripreso l’idrovolante e siamo tornati da dove eravamo venuti, in attesa del volo prenotato come…paracadute”.
Per fortuna infatti c’erano quei biglietti che il 13 marzo serviranno per rientrare passando dalla Cina, ma alla famiglia chiantigiana la situazione nel suo complesso non va proprio giù: “La situazione di queste zone non è stata percepita per come, invece, è. In pratica il messaggio è stato questo: siete alle Maldive, non vi lamentate. E le compagnie aeree se ne sono lavate le mani, basandosi ormai su una politica di meri rimborsi. E invece ci sono persone che vanno aiutate a rientrare, e dovrebbero essere le compagnie per prime a sentirsene addosso la responsabilità. Parliamo di centinaia e centinaia di persone, famiglie, incastrate ad oggi in un limbo surreale”.
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