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venerdì 16 Gennaio 2026
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    Raffaello Migliori: “Bollore” ci racconta com’era una volta… via Machiavelli

    "Il nostro paese ha imparato a leggere grazie alla Stianti: mi è dispiaciuto come è stata dimenticata"

    SAN CASCIANO – Il viaggio nella memoria di San Casciano e fa tappa da Raffaello Migliori. Il figlio di Manlio, conosciuto dai più come “Bollore”, è sancascianese di mestiere anche per eredità e ci offre uno scorcio sulla vecchia Via Machiavelli, che è da sempre il cuore del paese.

    “Il mio bisnonno Oreste Martini – racconta Raffaello – aveva fatto la terza guerra d’indipendenza e pare che fosse una testa calda. Fu lui a fondare il “Caffè del Popolano”. Era il bar più alla buona tra quelli che c’erano, frequentato dal contado e gente un po’ rivoluzionaria. Dopo passò alla nonna Effa e, in seguito, a mio padre”.

    Manlio faceva parte del corpo bandistico della milizia ferroviaria: “Suonava in tutta Europa – prosegue Raffaello – soprattutto nell’ambito fascista e in paesi come Croazia e Jugoslavia, ma gli venne a noia e prese il bar con mia madre”.

    “Lì la vita si faceva di aneddoti – continua – e mio padre era un tipo con parecchia inventiva. Erano gli anni che si usciva dalla miseria: il 31 di dicembre si faceva la tortellinata della Sara Cellai, davanti s’aveva i biliardi e tra i ’60 e i ’70 c’era già la frequentatissima sala da ballo, dove suonava l’orchestra del Calenno. Poi vennero l’acquisto del fondo dal Checcucci e “Il Caminetto” una decina d’anni dopo”.

    “Mi divertiva il paese vivace – insiste – fatto dalla gente che viveva fuori, ma “Il Caminetto” aveva un po’ distrutto la dimensione del bar dei vecchi in cui avevo lavorato da bambino. Così, mi misi a fare quello che mi piaceva, ovvero il grafico pubblicitario. Purtroppo il computer scombinò tutto. Non mi piaceva e mandò in crisi il settore. Quindi, quando la Coop andò via misi su il ristorante, col nome e l’insegna del bar del bisnonno”.

    L’avventura è durata dal ’96 al 2005: “È stato il mio lavoro preferito, anche se mi sono piaciuti tutti”.

    Quando il padre era operaio alla Stianti, “La cura di Manlio” divenne proverbiale: “Non aveva voglia di andare a lavoro e inventò alla mia nonna questa cura ordinata dal dottore. Era un menù di roba prelibata, carni bianche, rosse e sigarette… . Poche ma buone! Poi la madre chiese al medico se il figlio stesse meglio e lui rispose: chi l’avrebbe visto?”.

    Le officine grafiche occupano un posto importante nei ricordi di Raffaello, che è amareggiato per il loro rinnovamento: “Fatta eccezione per la volumetria esagerata, lo stabile è di qualità e la muratura bella, ma tutta San Casciano ha lavorato alla Stianti. Era un elemento culturale importante il cui senso è completamente sparito”.

    “L’amministrazione non ha salvaguardato la memoria dell’edificio – aggiunge – e soprattutto non ne ha recuperato lo scopo. Il nostro era un paese miserevole fatto di barrocciai e se si leggeva, si scriveva e si sapeva cosa fosse un libro, lo dobbiamo alla famiglia che dette vita alla nostra casa editrice”.

    “Erano padroni come usava un tempo – rimarca – vennero col trenino da Firenze e insieme a quest’infrastruttura portarono uno sviluppo incredibile. I paesi non hanno molto futuro, se si tagliano le loro radici. Poteva venir fuori un piccolo Lingotto. È come se a Torino sparisse la Fiat”.

    Ai tempi del bar, Raffaello assisteva al suono della sirena della Stianti, che annunciava l’inizio della giornata di lavoro.

    “Prima, dal bar in piazza, partiva tutta la famiglia – ricorda – e dopo qualche minuto tutti gli operai che erano da noi e da Vittorio, in giacca e pantaloni blu. Nel tempo libero, questi ultimi giocavano a tamburello nel Piazzone e prima della guerra avevano fatto una squadra. Mi ricordo come fosse ora che tenevano i tamburelli a seccare al sole per tirare la pelle. Si sentiva delle botte quando colpivano la palla di caucciù!”.

    “Nascere e vivere a San Casciano – sostiene – significa aver visto le cose belle e brutte del paese. La percezione è di un cambiamento in peggio, ma malgrado l’impegno che c’è stato messo per rovinarlo è un bel posto, vivibile e ancora non troppo vuoto, anche se noi s’invecchia e i giovani sono sempre meno. Mi auguro che il centro venga salvaguardato, non a detrimento delle periferie”.

    I figli di Raffaello e della moglie Rossana sono partiti, in cerca di migliori opportunità: “La pensione non me la godo, perché le cose non funzionano e i figli non ci sono. Il ’68 ha prodotto stipendifici e facoltà in funzione di sé stesse”.

    “Ci vorrebbe lavoro per i giovani. Voi fate cose – si raccomanda – e divertitevi a renderle creative”.

    La storia del nostro paese ci porta a rimpiangere i tempi andati, ma l’esempio di chi come Raffaello ha sempre saputo reinventarsi ci fa sperare in un futuro migliore.

    © RIPRODUZIONE RISERVATA

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