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il Gazzettino del chianti e delle colline fiorentine
TAVARNELLE V.P.
12.02.2014
h 09:27 Di
Matteo Pucci
"Una sentenza che infanga il nome di Veronica Locatelli"
Durissime critiche dei familiari della ragazza che morì al Forte Belvedere alla decisione del giudice
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SAN DONATO IN POGGIO (TAVARNELLE) - La rabbia per una sentenza che familiari e amici di Veronica Locatelli giudicano ingiusta, che ha visto la condanna a 10 mesi (pensa sospesa) dell'ex sindaco di Firenze Leonardo Domenici e l'assoluzione di tutti gli altri imputati (clicca qui per leggere l'articolo), arriva fino al borgo medievale di San Donato in Poggio.

 

Qui infatti, nella pineta a fianco del campo sportivo, nel camposanto del paese, riposa la donna che il 15 luglio 2008 morì dopo un drammatico volo dai bastioni del Forte Belvedere.

 

In mezzo agli ulivi, alle vigne, a una quiete che però, dopo la decisione presa dal giudice lunedì scorso, non è più come prima.

 

Una decisione in cui c'è quella indicazione del "concorso di colpa", che addebita a Veronica l'80% delle responsabilità e all'ex sindaco il 20%, che non va proprio giù. Come se fosse un incidente fra due auto a un incrocio stradale... .

 

"Veronica non ha scelto di morire - scrivono i familiari in una lettera aperta - non era imprudente e quindi non è minimamente responsabile della sua morte. Ed è bene che sia chiaro a tutti. Veronica è stata uccisa da chi non ha messo in sicurezza il Forte Belvedere pur avendone la responsabilità, da chi ha tenuto aperto al pubblico e permesso l'utilizzo di un luogo pericoloso".

 

"Non si tenti - dicono - di infangare la personalità di una ragazza che amava la vita, che non ha commesso nessuna imprudenza e mai avrebbe corso inutili e insensati rischi".

 

"Sull'evidenza delle responsabilità istituzionali non serve ripercorrere tre anni di udienze - rilanciano - basti ricordare l'accorata lettera con cui l'autorevole professor Bonsanti definiva la morte di Luca Raso (il ragazzo morto sempre al Forte Belvedere il 3 settembre 2006, n.d.r.) "una morte annunciata" e quindi sollecitava il sindaco Leonardo Domenici a mettere in sicurezza i bastioni, addirittura con un disegno, per essere an cor più comprensibile".

 

No, familiari e amici di Veronica proprio non possono tollerare che si addebiti la maggior parte della responsabilità di quel che è successo proprio a lei.

 

"Basti ricordare - scrivono ancora - come l'assessore alla cultura Gozzini in consiglio comunale, solo pochi giorni prima della morte di Veronica, dichiarava che non si era ancora trovata una soluzione strutturale al problema della sicurezza e che si stava andando avanti “navigando a vista”. Basti ricordare gli allarmi lanciati dalla madre di Luca. Basti ricordare come in quello stesso baratro fossero caduti, negli anni, numerosi cani. Eppure Veronica è morta dopo tutto questo".

 

"Con le istituzioni - accusano - che a livello politico e amministrativo niente hanno fatto per mettere in sicurezza quel punto del Forte. Per questo non è accettabile che si scarichino sulla vittima di un omicidio le gravissime responsabilità di chi ha permesso l’utilizzo di Forte Belvedere in quelle condizioni di totale insicurezza".

 

"Durante il processo - spiegano ripercorrendo quello che è accaduto prima della sentenza di lunedì 11 febbraio - è emerso, in maniera inequivocabile, che, nella zona della cannoniera, il buio era pressoché totale, tanto da non permettere di vedere dove si mettevano i piedi, come
documentato dalle perizie effettuate dagli ufficiali di polizia giudiziaria della Asl e dalle perizie
di parte. Una folta e incolta vegetazione nascondeva il baratro della cannoniera facendola sembrare un prato in mezzo ad altri prati, creando quella che moltissime testimonianze hanno definito un’insidia mortale, un terribile inganno ottico".

 

"Come si possono allora imputare a Veronica - si chiedono - che ha perso la vita per colpa dell’incuria e della negligenza altrui, le responsabilità di chi doveva vigilare sulla sicurezza dei cittadini?".

 

"Confidiamo - concludono - in un processo di appello che appuri la verità dei fatti ed eviti il rischio prescrizione".
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