BARBERINO TAVARNELLE – Il 29 dicembre se n’è andato all’improvviso, a soli cinquant’anni, Matteo Parentini, un pezzo di storia del calcio di Vico d’Elsa, della comunità e dei cuori di chi lo ha conosciuto.
Sì, perché Matteo era benvoluto, adorato dai familiari, dagli amici e anche da chi lo conosceva appena. Era una persona solare, spensierata, che stava al gioco e aveva sempre la battuta pronta. Sapeva prendere in giro e prendersi in giro.
Aveva tanti interessi: la moto, il pallone, i viaggi, il buon cibo e il buon vino, specialmente se condivisi in buona compagnia, perché lui amava stare insieme agli altri.
A tredici anni si trasferì, insieme ai suoi genitori e a sua sorella Roberta, da Poggibonsi a Vico, il paese di cui era originario suo padre. E, nonostante da tempo abitasse a Casole d’Elsa, insieme alla moglie Silvia, Vico era sempre rimasta casa sua.

Con lui come presidente i “Vikinghi” (così si autodefinisce il Gruppo Sportivo Vico d’Elsa) hanno dominato la scena del calcio amatoriale toscano, vincendo otto campionati Uisp Provinciali, la Coppa Toscana 2016, la Coppa di Lega 2017 e il Regionale 2012.
Ci contattava spesso, per condividere sul Gazzettino del Chianti e su SportChianti gli straordinari risultati che otteneva la sua squadra, di cui era immensamente fiero.
Di cui gli piaceva sottolineare, ancor più delle prodezze in campo, lo spirito di amicizia e socialità che la caratterizzava.
Da Vico d’Elsa al “tetto” della Toscana: la favola calcistica dei Vikinghi
Amatori Uisp, incredibile stagione dei Vikinghi: vittoria dopo la clamorosa rimonta
Amatori Uisp, incredibile stagione dei Vikinghi: vittoria dopo la clamorosa rimonta
Il segno che ha lasciato nel rettangolo da gioco e nella vita di tutti i giorni è tangibile, come dimostra il ricordo che hanno condiviso con noi i parenti, gli amici di una vita, l’attuale presidente del G.S. Vico d’Elsa (allora vicepresidente) e uno storico giocatore.
E noi siamo certi che lassù farà uno dei suoi indimenticabili sorrisi quando, leggendo l’articolo, ripercorrerà i momenti vissuti con loro: i saluti, gli abbracci, le cene, gli scherzi, le vacanze, le partite…
BELINDA PARENTINI
“Siamo stati insieme fin da piccoli: tra noi c’erano solo due anni di differenza – a parlare è una cugina, Belinda Parentini – Stavamo spesso insieme dalla nonna: ci siamo divertiti tanto”.
“Era amico di tutti: gli piaceva fare festa e stare in compagnia – si commuove Belinda – Era anche tanto affettuoso: aveva sempre un pensiero per gli altri. Quando mio babbo si è ammalato, passava sempre a sentire come stava: ci è stato molto vicino”.
SANDRA CAPPELLI
“Di Matteo voglio ricordare l’abbraccio – è la volta di Sandra Cappelli, figlia di Belinda – Quando mi vedeva, ancora prima di parlarmi, apriva le braccia, mi abbracciava forte e mi dava un bacio in fronte, come si fa con i più piccoli. Sapeva essere tenero senza dire niente: nel suo abbraccio c’era già tutto”.
STEFANO VELLINI
“Matteo era sempre pronto allo scherzo – la parola passa a un altro cugino (da parte di madre, in questo caso), Stefano Vellini – Non mi dimenticherò mai le cene che facevamo con i parenti, dai nonni: passavamo ore a prenderci in giro su qualsiasi cosa”.
“Eravamo entrambi legati a uno zio, purtroppo morto precocemente – aggiunge Stefano – Eravamo tutti e tre molto simili. Anche lui partecipava ai nostri giochi: formavamo una bella squadra”.
AZZURRA CAPPERUCCI
“Conoscevo Matteo da sempre, perché anche io sono di Vico – è il turno di una cara amica, Azzurra Capperucci – e conoscevo bene anche Silvia, che poi sarebbe diventata sua moglie. Fu un grande piacere quando seppi che si erano fidanzati”.
“Per qualche tempo ci siamo persi di vista – racconta – ma poi ci siamo ritrovati: abbiamo fatto parte della stessa compagnia e abbiamo condiviso matrimoni, compleanni, feste…”
“Lui diceva sempre una marea di cavolate – ride – Era divertente e ironico: adorava farmi i dispetti. Era anche amorevole e non perdeva occasione per dimostrarci il suo affetto: ci diceva spesso che ci voleva bene”.
“Un paio d’anni fa andammo tutti insieme in montagna per tre giorni – ricorda, divertita – La prima notte facemmo una gran caciara: facevamo degli stupidi richiami e i cani in lontananza ci “rispondevano”. Ridemmo tutta la notte a crepapelle”.
ROBERTO VANNINI, ANTONIO GRILLI, ELEONORA PISCITILLI E GIACOMO PASQUINI
“Matteo era l’anima della serata – a parlare sono gli amici Roberto Vannini, Antonio Grilli, Eleonora Piscitilli e Giacomo Pasquini – Era arguto e gioioso. Lo vedevi sempre con il “drummino” in bocca a fare battute, di cui molte sono passate alla storia”.
“Per ognuno di noi aveva un saluto tipico – ci svelano – Quando incontrava Biagio, alla domanda “Ma te mangi o bevi”? seguiva l’immancabile risposta “No, io decaffeinos”. Al telefono con Giacomo, chiunque dei due chiamasse chiedeva: “Prondi? Fantozzi è lei?””.
“Ma Matteo non era solo risate e divertimento – ci tengono a precisare – Era anche generosità, caparbietà e passione. Tante passioni in realtà: dalle moto al calcio, alla birra, fino a quella più grande, l’amore per Silvia”.
“Matteo e Silvia erano una di quelle coppie che sapevi avrebbero potuto durare per l’eternità, grazie sicuramente anche… all’infinita pazienza di Silvia”, sorridono.
“Insieme nella vita privata e nel lavoro, avevano appena trovato la loro strada di rinascita, che purtroppo il destino ha interrotto – concludono gli amici – Ma noi non lo dimenticheremo mai: sarà sempre con noi, nelle sue battute, che continueremo a fare ogni volta che ci vedremo”.
MARCELLO BRACCAGNI
“Ho conosciuto Matteo quando ci trasferimmo sul campo di Vico, nel 1984 – interviene Marcello Braccagni, attuale presidente del G.S. Vico d’Elsa, vicepresidente durante la presidenza di Parentini – A Poggibonsi avevamo una squadra amatoriale, che fu fusa con quella di Vico d’Elsa”.
“Allora Matteo aveva nove anni: veniva a rubarci i palloni dell’allenamento per giocare con i suoi amici – ride – Poi, da più grande, entrò anche lui a far parte della squadra amatoriale”.
“Tempo dopo – prosegue – alla vecchia società che faceva a capo ad Andrea Sani e Gabriele Lisi, se ne sostituì una nuova, di cui presidente era Davide Marrucci. Entrò a farne parte anche Matteo, che in seguito divenne presidente. E lo è stato fino a tre anni fa”.
“E’ stato un periodo di grandi successi sportivi – ricorda – ma i successi più belli sono stati quelli umani: stare insieme, essere partecipi di qualcosa. Ci vedevamo tre o quattro volte alla settimana, facevamo cene, raduni… Il ricordo più bello è la gioia, l’entusiasmo di Matteo: con lui si stava bene”.
“Era un ragazzo di cinquant’anni, nel senso buono del termine – lo descrive così Marcello – Non l’ho mai visto arrabbiato né incupito: era sempre positivo, allegro. Dopo due giorni che lo conoscevi, sembrava di conoscerlo da una vita. Era tranquillo, rispettoso di tutti: litigare con lui era impossibile”.
NICCOLO’ LORINI (“IBRA”)
“Sono arrivato a Vico che ero un ragazzino – è il turno di Niccolò Lorini, meglio conosciuto come “Ibra”, capitano e capocannoniere della squadra – e ci sono rimasto per vent’anni, praticamente per tutta la presidenza di Matteo, senza mai muovermi”.
“Non me lo potrò mai dimenticare – ci rivela apertamente – Tanto tempo fa mi disse: “Un giorno faremo qualcosa di grande”. E così è stato”.
“Insieme a Marcello e agli altri componenti della società – aggiunge – è riuscito a formare un gruppo unito di giovani e a portare avanti dei principi sani: ci hanno insegnato il rispetto, ci hanno cresciuto. Era (ed è) una famiglia: eravamo come figli per lui”.
“Lo ringrazierò per sempre – dimostra la sua grande riconoscenza verso Parentini – perché si è preso la responsabilità di un gruppo di ragazzi abbastanza agitati ma, nonostante questo, ha sempre mantenuto la fermezza e ci ha permesso di vivere una storia bellissima”.
“Non era solo calcio, era un luogo di aggregazione – spiega – Matteo aveva dato vita allo “stabbiolo”, una casetta di legno tirata su con tanto amore. Tuti i giovedì dell’anno, dopo l’allenamento, rimanevamo a cena e stavamo a chiacchierare fino alle una o le due di notte”.
“Lo abbiamo anche fatto tanto arrabbiare – ammette – Quando facevamo le cene, tiravamo i petardi. Lui non voleva, ci rimproverava, ma non riusciva a tenerci il muso, perché “anche se fate le marachelle, vi voglio bene”, confessava”.
“Era un presidente atipico, perché era uno di noi – in fondo era poco più grande dei giocatori – Arrivavamo a giocare alle regionali senza la tuta, mentre davanti a noi c’erano squadre blasonate. Il suo motto era: “Sono un presidente senza soldi, ma con tanto cuore””.
“E poi era così orgoglioso di questo gruppo di ragazzi che, trascinati dall’amore e della fratellanza, ha ottenuto tante, tantissime vittorie – conclude “Ibra” – Siamo riusciti a farci conoscere da tutta la Toscana”, diceva sempre con grande soddisfazione”.
©RIPRODUZIONE RISERVATA



































