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venerdì 2 Gennaio 2026
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    A soli 50 anni l’addio improvviso a Matteo Parentini, un pezzo di Vico d’Elsa: un fiume di ricordi e di affetto

    E' stato un pezzo di storia del calcio di Vico d’Elsa, della comunità e dei cuori di chi lo ha conosciuto: lo raccontiamo con le parole di chi gli vuole e gli vorrà sempre bene

    BARBERINO TAVARNELLE – Il 29 dicembre se n’è andato all’improvviso, a soli cinquant’anni, Matteo Parentini, un pezzo di storia del calcio di Vico d’Elsa, della comunità e dei cuori di chi lo ha conosciuto.

    Sì, perché Matteo era benvoluto, adorato dai familiari, dagli amici e anche da chi lo conosceva appena. Era una persona solare, spensierata, che stava al gioco e aveva sempre la battuta pronta. Sapeva prendere in giro e prendersi in giro. 

    Aveva tanti interessi: la moto, il pallone, i viaggi, il buon cibo e il buon vino, specialmente se condivisi in buona compagnia, perché lui amava stare insieme agli altri.

    A tredici anni si trasferì, insieme ai suoi genitori e a sua sorella Roberta, da Poggibonsi a Vico, il paese di cui era originario suo padre. E, nonostante da tempo abitasse a Casole d’Elsa, insieme alla moglie Silvia, Vico era sempre rimasta casa sua.

    Con lui come presidente i “Vikinghi” (così si autodefinisce il Gruppo Sportivo Vico d’Elsa) hanno dominato la scena del calcio amatoriale toscano, vincendo otto campionati Uisp Provinciali, la Coppa Toscana 2016, la Coppa di Lega 2017 e il Regionale 2012.

    Ci contattava spesso, per condividere sul Gazzettino del Chianti e su SportChianti gli straordinari risultati che otteneva la sua squadra, di cui era immensamente fiero.

    Di cui gli piaceva sottolineare, ancor più delle prodezze in campo, lo spirito di amicizia e socialità che la caratterizzava.    

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    Il segno che ha lasciato nel rettangolo da gioco e nella vita di tutti i giorni è tangibile, come dimostra il ricordo che hanno condiviso con noi i parenti, gli amici di una vita, l’attuale presidente del G.S. Vico d’Elsa (allora vicepresidente) e uno storico giocatore.

    E noi siamo certi che lassù farà uno dei suoi indimenticabili sorrisi quando, leggendo l’articolo, ripercorrerà i momenti vissuti con loro: i saluti, gli abbracci, le cene, gli scherzi, le vacanze, le partite…

    BELINDA PARENTINI

    “Siamo stati insieme fin da piccoli: tra noi c’erano solo due anni di differenza – a parlare è una cugina, Belinda Parentini – Stavamo spesso insieme dalla nonna: ci siamo divertiti tanto”.

    “Era amico di tutti: gli piaceva fare festa e stare in compagnia – si commuove Belinda – Era anche tanto affettuoso: aveva sempre un pensiero per gli altri. Quando mio babbo si è ammalato, passava sempre a sentire come stava: ci è stato molto vicino”.  

    SANDRA CAPPELLI

    “Di Matteo voglio ricordare l’abbraccio – è la volta di Sandra Cappelli, figlia di Belinda – Quando mi vedeva, ancora prima di parlarmi, apriva le braccia, mi abbracciava forte e mi dava un bacio in fronte, come si fa con i più piccoli. Sapeva essere tenero senza dire niente: nel suo abbraccio c’era già tutto”.

    STEFANO VELLINI

    “Matteo era sempre pronto allo scherzo – la parola passa a un altro cugino (da parte di madre, in questo caso), Stefano Vellini – Non mi dimenticherò mai le cene che facevamo con i parenti, dai nonni: passavamo ore a prenderci in giro su qualsiasi cosa”.

    “Eravamo entrambi legati a uno zio, purtroppo morto precocemente – aggiunge Stefano – Eravamo tutti e tre molto simili. Anche lui partecipava ai nostri giochi: formavamo una bella squadra”.

    AZZURRA CAPPERUCCI

    “Conoscevo Matteo da sempre, perché anche io sono di Vico – è il turno di una cara amica, Azzurra Capperucci – e conoscevo bene anche Silvia, che poi sarebbe diventata sua moglie. Fu un grande piacere quando seppi che si erano fidanzati”.

    “Per qualche tempo ci siamo persi di vista – racconta – ma poi ci siamo ritrovati: abbiamo fatto parte della stessa compagnia e abbiamo condiviso matrimoni, compleanni, feste…”

    “Lui diceva sempre una marea di cavolate – ride – Era divertente e ironico: adorava farmi i dispetti. Era anche amorevole e non perdeva occasione per dimostrarci il suo affetto: ci diceva spesso che ci voleva bene”.

    “Un paio d’anni fa andammo tutti insieme in montagna per tre giorni – ricorda, divertita – La prima notte facemmo una gran caciara: facevamo degli stupidi richiami e i cani in lontananza ci “rispondevano”. Ridemmo tutta la notte a crepapelle”.

    ROBERTO VANNINI, ANTONIO GRILLI, ELEONORA PISCITILLI E GIACOMO PASQUINI

    “Matteo era l’anima della serata – a parlare sono gli amici Roberto Vannini, Antonio Grilli, Eleonora Piscitilli e Giacomo Pasquini – Era arguto e gioioso. Lo vedevi sempre con il “drummino” in bocca a fare battute, di cui molte sono passate alla storia”.

    “Per ognuno di noi aveva un saluto tipico – ci svelano – Quando incontrava Biagio, alla domanda “Ma te mangi o bevi”? seguiva l’immancabile risposta “No, io decaffeinos”. Al telefono con Giacomo, chiunque dei due chiamasse chiedeva: “Prondi? Fantozzi è lei?””.

    “Ma Matteo non era solo risate e divertimento – ci tengono a precisare –  Era anche generosità, caparbietà e passione. Tante passioni in realtà: dalle moto al calcio, alla birra, fino a quella più grande, l’amore per Silvia”.

    “Matteo e Silvia erano una di quelle coppie che sapevi avrebbero potuto durare per l’eternità, grazie sicuramente anche… all’infinita pazienza di Silvia”, sorridono.  

    “Insieme nella vita privata e nel lavoro, avevano appena trovato la loro strada di rinascita, che purtroppo il destino ha interrotto – concludono gli amici – Ma noi non lo dimenticheremo mai: sarà sempre con noi, nelle sue battute, che continueremo a fare ogni volta che ci vedremo”. 

    MARCELLO BRACCAGNI

    “Ho conosciuto Matteo quando ci trasferimmo sul campo di Vico, nel 1984 – interviene Marcello Braccagni, attuale presidente del G.S. Vico d’Elsa, vicepresidente durante la presidenza di Parentini – A Poggibonsi avevamo una squadra amatoriale, che fu fusa con quella di Vico d’Elsa”.

    “Allora Matteo aveva nove anni: veniva a rubarci i palloni dell’allenamento per giocare con i suoi amici – ride – Poi, da più grande, entrò anche lui a far parte della squadra amatoriale”.

    “Tempo dopo – prosegue – alla vecchia società che faceva a capo ad Andrea Sani e Gabriele Lisi, se ne sostituì una nuova, di cui presidente era Davide Marrucci. Entrò a farne parte anche Matteo, che in seguito divenne presidente. E lo è stato fino a tre anni fa”.

    “E’ stato un periodo di grandi successi sportivi – ricorda – ma i successi più belli sono stati quelli umani: stare insieme, essere partecipi di qualcosa. Ci vedevamo tre o quattro volte alla settimana, facevamo cene, raduni… Il ricordo più bello è la gioia, l’entusiasmo di Matteo: con lui si stava bene”.  

    “Era un ragazzo di cinquant’anni, nel senso buono del termine – lo descrive così Marcello – Non l’ho mai visto arrabbiato né incupito: era sempre positivo, allegro. Dopo due giorni che lo conoscevi, sembrava di conoscerlo da una vita. Era tranquillo, rispettoso di tutti: litigare con lui era impossibile”.

    NICCOLO’ LORINI (“IBRA”)

    “Sono arrivato a Vico che ero un ragazzino – è il turno di Niccolò Lorini, meglio conosciuto come “Ibra”, capitano e capocannoniere della squadra – e ci sono rimasto per vent’anni, praticamente per tutta la presidenza di Matteo, senza mai muovermi”.

    “Non me lo potrò mai dimenticare – ci rivela apertamente – Tanto tempo fa mi disse: “Un giorno faremo qualcosa di grande”. E così è stato”.

    “Insieme a Marcello e agli altri componenti della società – aggiunge – è riuscito a formare un gruppo unito di giovani e a portare avanti dei principi sani: ci hanno insegnato il rispetto, ci hanno cresciuto. Era (ed è) una famiglia: eravamo come figli per lui”.

    “Lo ringrazierò per sempre – dimostra la sua grande riconoscenza verso Parentini – perché si è preso la responsabilità di un gruppo di ragazzi abbastanza agitati ma, nonostante questo, ha sempre mantenuto la fermezza e ci ha permesso di vivere una storia bellissima”.

    “Non era solo calcio, era un luogo di aggregazione – spiega – Matteo aveva dato vita allo “stabbiolo”, una casetta di legno tirata su con tanto amore. Tuti i giovedì dell’anno, dopo l’allenamento, rimanevamo a cena e stavamo a chiacchierare fino alle una o le due di notte”.

    “Lo abbiamo anche fatto tanto arrabbiare – ammette – Quando facevamo le cene, tiravamo i petardi. Lui non voleva, ci rimproverava, ma non riusciva a tenerci il muso, perché “anche se fate le marachelle, vi voglio bene”, confessava”.

    “Era un presidente atipico, perché era uno di noi – in fondo era poco più grande dei giocatori – Arrivavamo a giocare alle regionali senza la tuta, mentre davanti a noi c’erano squadre blasonate. Il suo motto era: “Sono un presidente senza soldi, ma con tanto cuore””.

    “E poi era così orgoglioso di questo gruppo di ragazzi che, trascinati dall’amore e della fratellanza, ha ottenuto tante, tantissime vittorie – conclude “Ibra” – Siamo riusciti a farci conoscere da tutta la Toscana”, diceva sempre con grande soddisfazione”. 

    ©RIPRODUZIONE RISERVATA

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