TAVARNUZZE (IMPRUNETA) – Ci sono volti che, meglio di qualunque foto o di qualsiasi almanacco, sanno restituire il battito del tempo di una comunità.
A Tavarnuzze, quel volto appartiene a Bruno Giaconi, che lo scorso 25 febbraio ha spento 97 candeline.
Celebrare Bruno non è un semplice esercizio di anagrafe, ma un atto di riconoscimento verso una resilienza e una resistenza che affonda le radici nella storia stessa del nostro territorio.
La storia di Bruno inizia a Quintole, il 25 febbraio 1929, appena 55 giorni dopo l’istituzione del nuovo Comune di Impruneta, di cui è ufficialmente il terzo abitante mai registrato ancora in vita.
Fu l’anno della “nevicata del secolo”, un gelo che paralizzò la Toscana. Per far arrivare la levatrice, il babbo e gli zii dovettero spalare neve per mezza giornata, aprendo un varco con la “sirella”, il pesante spartineve a triangolo tirato dai bovi.
Bruno venne al mondo prematuro, a soli sette mesi, pesando meno di un chilo. Il prete, vedendolo così minuto, sentenziò che non sarebbe arrivato al mattino. Ma non aveva fatto i conti con la tempra delle donne chiantigiane: la sua bisnonna lo prese tra le braccia, dicendo risoluta: “Me ne occupo io”.
Lo tenne in vita dentro una scatola da scarpe, scaldata con cura da due bottiglie d’acqua calda. Quel bambino “spacciato” è oggi uno dei testimoni più longevi del di Tavarnuzze, dove si trasferì nel 1939, alla vigilia del grande buio della guerra.
Della guerra, Bruno, ricorda ancora quando, dal poggio, vedeva le stive degli aerei aprirsi per bombardare Impruneta. Porta nel cuore il dolore per la giovane Gloria, una ragazza di sedici anni che abitava sotto la sua terrazza, vittima della brutale violenza degli occupanti tedeschi che una notte abusarono di lei senza ritegno.
Mentre il fronte passava e il ponte degli Scopeti saltava in aria, la famiglia di Bruno resisteva. Suo fratello fu catturato tre volte dai fascisti e mandato ai lavori forzati sulla Linea Gotica; la seconda volta fu rinchiuso nel Panificio Militare di Ponte di Mezzo a Firenze, salvandosi solo grazie all’intervento di un viceprefetto, conoscente del padre.
La terza volta scappò sotto un bombardamento, risalendo a piedi dai boschi di San Godenzo fino a casa. Con la Liberazione e l’arrivo degli americani carichi di cioccolata e sigarette, iniziò la ricostruzione.
Il babbo di Bruno, carrettiere instancabile, fece per mesi 18 viaggi al giorno con le barelle, trasportando le macerie della cabina elettrica distrutta per ricolmare e livellare la strada che oggi percorriamo ogni giorno.
Dalle macerie nacque il bisogno di spazi di libertà. Bruno è stato, ed è tuttora, l’anima della casa del popolo di Tavarnuzze, un comunista della prima ora. Ricorda con orgoglio i giorni duri dello sfratto dalla vecchia sede operato dalla polizia di Scelba: la comunità si chiuse dentro per difendere i propri spazi, mentre le donne del paese portavano il cibo ai resistenti attraverso le finestre.
Non si arresero. Comprarono la terra e nel 1963 inaugurarono la nuova struttura, frutto di un’impresa collettiva monumentale: 450 volontari lavorarono la sera e il sabato, sotto la luce dei fari.
Bruno, allora segretario della FGCI, fece il manovale, sporcandosi le mani per costruire quello che sarebbe stato il centro della sua vita. Per 16 anni ne è stato presidente e oggi esibisce con fierezza la sua 81esima tessera, simbolo di oltre ottant’anni di militanza ininterrotta e di un volontariato che non conosce pensione.
Al centro di questo secolo di vita batte l’amore per Gigliola, incontrata a Gabbiola. Erano tempi di corteggiamenti a distanza, fatti di 7 chilometri a piedi o in bicicletta e di barzellette raccontate sotto una finestra. Era una sfida anche politica: la famiglia di Bruno era comunista convinta, quella di lei era “di molto sui preti”. Per superare le diffidenze, i due scelsero la “fuga” d’amore, mettendo le famiglie davanti al fatto compiuto.
Si sono sposati l’11 febbraio 1954, e nel 2024 hanno celebrato le Nozze di Titanio, con una manifestazione in piazza e una panchina a loro dedicata.
Nozze di Titanio: inaugurata a Tavarnuzze la panchina dedicata a Gigliola e Bruno Giaconi
Gigliola di cui oggi è il custode, prendendosi cura di lei con una dedizione commovente dopo che il Covid l’ha resa fragile. È lui che fa la spesa, che sorveglia le cure, che mantiene salda la nave del loro matrimonio lungo settant’anni.
Bruno non è un uomo rivolto solo al passato. È un viaggiatore del mondo: ha visitato 19 regioni italiane, manca solo la Sardegna perché non ama andar per mare; è stato in Russia nel 1971, viaggiando in treno fino a Mosca e Leningrado, ed è tornato a Praga ben dieci volte, coltivando amicizie internazionali nate dai gemellaggi.
Oggi, tra una partita a parole crociate e un salto alla Coop e al circolo, dove tutti lo chiamano semplicemente “Bruno” senza bisogno di cognome, siede al suo computer, nel suo ufficio privato alla casa del popolo.
Sta pensando di rimettere in scena la commedia teatrale dedicata proprio alla sua “Bisnonna Carolina”, la donna che lo tenne al caldo nella scatola da scarpe nel 1929; ed è impegnato a scrivere e correggere il suo “Diario di una vita”, a cui ha aggiunto recentemente oltre 70 pagine.
Mentre si avvia verso i 98 anni, e noi ci avviamo a prendere un caffè nella “sua” casa del popolo, Bruno ha già fissato l’obiettivo: il traguardo del secolo. Non è solo un desiderio personale, ma una promessa fatta a Tavarnuzze.
La sua vita è un ponte tra le macerie della guerra e la tastiera del computer, un esempio di coerenza e vitalità per le nuove generazioni.
Lo trovate sempre lì, tra le pagine del suo diario o ai tavoli della casa del popolo, come l’abbiamo trovato noi, a leggere il suo giornale, pronto a raccontarvi di quando il ghiaccio si portava con il cavallo alle botteghe o dei viaggi in Polonia e in Cecoslovacchia.
Noi del Gazzettino del Chianti abbiamo già segnato la data sul calendario: ci vediamo tra tre anni, Bruno, per festeggiare insieme il secolo di un uomo che è, a tutti gli effetti, il cuore pulsante della nostra memoria.
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