CHIANTI FIORENTINO – Una lunga lettera. Lucida e dolorosa. Che ci arriva da una donna che lavorava fino a poco tempo fa in una azienda nel territorio del Chianti fiorentino.
Lavorava, appunto, perché si è licenziata. E i motivi li leggerete.
Una lavoratrice che peraltro conosciamo bene. Della quale apprezziamo da tempo onestà, correttezza, sincerità. Amore per la vita in tutte le sue sfaccettature.
Che chiede comprensibilmente di mantenere l’anonimato vista la delicatezza della questione.
Se vi posso dare un consiglio leggetele le sue parole. Parlano, a cuore aperto, a ciascuno di noi.
Leggiamole se, davvero, vogliamo provare a uscire un pochino migliori da questa tempesta che ci ha travolto.
(Matteo Pucci, direttore del Gazzettino del Chianti)
Tutto il peso di una mascherina
Questo che è appena trascorso è stato un anno difficile in cui ognuno di noi ha scoperto chi davvero, del popolo di amicizie e conoscenze che gli gravita intorno, sia davvero a lui affine.
Intendo dire che fino a un anno fa, più o meno, ci andavano bene tutti i nostri amici, conoscenti, colleghi.
Quando però, complice la pandemia, si è dovuto alzare l’asticella del dialogo su argomenti davvero importanti che svelano valori, senso civico ed educazione, le cose a volte sono radicalmente cambiate.
Ho deciso di raccontare la mia “breve storia triste” perché sono convintissima che rispecchi la storia di molti lavoratori e non solo, e questo racconto forse potrà servire a qualcuno per riflettere o per sentirsi un po’ meno solo.
Mi licenzio, con forse più incoscienza che coraggio, perché non sopporto più di lavorare con un datore di lavoro negazionista, no vax, provocatore e con colleghi scioccamente inclini al vassallaggio.
Premetto che, per un anno intero, ho provato con tutte le mie forze psicologiche e culturali a non giudicare, mettendo in campo tutti gli insegnamenti che chiunque ha ricevuto negli anni: in casa, sui libri, a scuola, persino al catechismo in gioventù.
Ho attinto pazienza e autocontrollo dal motto “il mondo è bello perché è vario”, “vivi e lascia vivere” e trovato conforto nelle frasi che in questo anno hanno inflazionato le nostre pagine social.
Ci ho provato tanto ma ogni giorno in testa mi esplodevano tante pesanti domande.
Perché un datore di lavoro non si preoccupa di far rispettare le disposizioni anti Covid dei lavoratori e dunque dell’azienda? E se i lavoratori, in propria coscienza e conoscenza lo fanno, perché umiliarli e provocarli?
Perché non mettersi la mascherina quando viene vicino e perché con fare provocatorio parla addosso al prossimo? Perché guardare dall’alto in basso chi tiene un’utile distanza?
Perché ribadire che chi ci crede è un’ingenua vittima del complotto Stato/aziende farmaceutiche?
All’inizio, ho pensato che troppa leggerezza, spavalderia e idee di complotto, col tempo sarebbero scomparsi: ho pensato che ognuno di noi ha bisogno dei suoi tempi e del suo bagaglio di informazioni per accettare una notizia e una situazione grave.
Ho pensato che negare le cose pericolose fa più immagine da “uomo figo e coraggioso”. Ma poi col tempo nulla è cambiato, anzi! Il fastidio e l’intolleranza verso chi semplicemente “rispetta le regole” e rispetta il prossimo è aumentato.
A un certo punto, sinceramente, non ho più capito quale fosse l’utilità del non giudicare, se non quello di porsi in una continua posizione di finta accettazione e stupida subordinazione.
Il punto non è “credere o non credere” al Covid, alla scienza, ad un vaccino, ai medici, allo stato. Il punto è “il rispetto per il prossimo”.
Perché “la libertà tua finisce quando comincia la mia”, cioè la tua libertà finisce dove un tuo comportamento può creare un danno a me. Su questo semplice principio si basa la democrazia e tutte le regole anti Covid.
Io non sono un’immunologa, virologa, politica, dottoressa del CTS. Non sono un medico né un’esperta di strategie economiche.
Ma non lo è nemmeno il mio datore di lavoro. Come non lo sono i colleghi vassalli.
La frase dell’anno nella mia ex azienda è stata: “Non mi fido della scienza e dello Stato”.
Ma io invece di sparare frasi a caso preferisco pormi una domanda: perché non fidarsi di chi ne sa più di noi?
La nostra vita sociale si basa sulla fiducia. Se vado a comprare il pesce mi fido di chi al bancone mi consiglia le triglie per il sugo o addirittura il sushi. Se vado dal meccanico mi fido che mi cambi i freni. Se vado in aereo mi fido della compagnia aerea.
Se mettono allerta meteo mi fido di Giuliacci e metto in macchina l’ombrello. Se vado in vacanza in un luogo esotico mi faccio l’antimalarica e metto in valigia l’Imodium.
Mi fido del tecnico della caldaia, del postino e dell’autista dell’autobus. Ma quando si tratta di una cosa così grave come una pandemia perché non dovrei fidarmi di chi ne sa più di me?
Per non parlare poi che quando lo Stato decide per ristori e bonus, come si corre alla carica continuando però ad infamare il nostro Paese, politici e tecnici e ha cercare escamotage per pagare meno tasse!
Sorridiamo con un certo orgoglio del fatto che noi italiani siamo un popolo di furbacchioni e che allegramente infrangiamo le regole, cosa delle quale invece dovremmo vergognarci.
Consentitemi di fare una riflessione divertente su cose che ho sentito e che ho visto in questo periodo.
Il vaccino è pericoloso e non funziona, però il cane e il gatto si portano a vaccinare.
Le medicine sono pericolose ma quando viene mal di testa si prendi l’OKI e mai si legge il bugiardino.
Siamo contro le tecnologie e il tracciamento per via della privacy ma poi facciamo sapere cosa mangiamo per cena e con chi, cosa votiamo e cosa vendiamo nell’azienda.
Se viene male al ginocchio come corro dal professor tal dei tali, consigliato dal tizio che conosce la suocera, a farmi togliere il menisco.
Dopo un anno ancora una mascherina pesa così tanto che non si riesce proprio a tenerla su.
Mi fa ridere pensare che abbiamo studiato l’italiano leggendo il Decamerone e I Promessi Sposi.
Dunque che cosa ci è rimasto e cosa abbiamo capito di questi romanzi? Boccaccio voleva forse parlare un gruppo di ragazzi un po’ figli dei fiori del Trecento?
Il Manzoni voleva forse scrivere una torbida telenovela su una suora trasgressiva?
Purtroppo finché si confonde la libertà con l’anarchia si va poco avanti.
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