IMPRUNETA – Nei giorni scorsi il Comune di Impruneta ha ufficialmente inaugurato la nuova collocazione della cosiddetta “pepita di rame” di Impruneta.
Che dopo anni di oblio, inserita nell’ambito della “panchina artistica” in Commenda, è stata posta in una teca sotto al loggiato del palazzo comunale, in piazza Buondelmonti.
Ricordiamo che si tratta, come spiegato dalla stessa amministrazione comunale imprunetina, della “pepita di rame più grande d’Europa”.
La più grande pepita di rame d’Europa ha trovato posto sotto il loggiato del Comune di Impruneta
Ma c’è chi, a fronte di questo momento di celebrazioni, è rimasto (a dir poco) interdetto e amareggiato. Ovvero i familiari di coloro che, in quel lontano 1998, si trovarono di fronte a questa meraviglia della natura e della geologia.
Ce lo racconta Silvia Ognibene, nipote di Adelmo Rossi, uno dei tre soci della proprietà agricola e agrituristica nella quale venne effettuato lo scavo che la portò alla luce.
Ovvero coloro che trovarono, custodirono e infine donarono al Comune di Impruneta, la pepita stessa.
“Dopo essere stata letteralmente seppellita per oltre 15 anni in una collocazione indecente e indegna – inizia Ognibene – che da sola avrebbe fornito tutti i presupposti per la revoca della donazione, la celeberrima “pepita di rame” ritrovata alle Terre Bianche (non in Caldaia) nel 1998 è stata recentemente spostata in una teca di fianco all’ingresso del palazzo comunale”.

“Peccato però – sottolinea – che quanto riferito dall’amministrazione comunale nelle dichiarazioni ufficiali e quanto scritto nella targa apposta sul nuovo allestimento sia falso. Falso, oltre che irrispettoso”.
“La pepita di rame – spiega Ognibene – non venne ritrovata dai membri dell’Associazione Sassi Neri (ai quali va senz’altro il merito di essersene presi cura da allora e fino ad oggi) ma da mio nonno, Adelmo Rossi, e dai suoi soci, Nello Corzani e Enzo Mazzocchi, impegnati in un’operazione di scavo all’interno di quella che, al tempo, era la proprietà della società agricola e agrituristica I Pini Srl, della quale i tre erano, appunto, soci fondatori e proprietari”.
“Intuirono subito che era un ritrovamento inconsueto e potenzialmente molto rilevante – racconta ancora, a nome proprio e di tutti gli eredi dei tre – quindi chiamarono l’Associazione Sassi Neri, che confermò l’enorme valore della pepita”.
“Pepita – ricorda – che è rimasta all’interno del giardino dell’agriturismo per qualche anno, poi, quando la proprietà venne venduta e la società sciolta, i tre soci decisero di donarla alla comunità perché restasse patrimonio condiviso e memoria viva della storia locale”.
“L’atto di donazione è del 5 ottobre 2009 – dice ancora – L’unica richiesta avanzata dai donatori al Comune era la seguente: garantire la cura e la conservazione necessarie collocandola in luogo decoroso visibile al pubblico”.

“Chiunque – dice in riferimento alla precedente collocazione – può facilmente comprendere che per lungo tempo il Comune non ha rispettato gli impegni presi. Ma gli eredi dei tre soci hanno comunque scelto di non revocare la donazione”.
E veniamo ad oggi: “Finalmente la pepita è stata spostata in un luogo che può definirsi decoroso. Ma sulla targa si leggono soltanto i ringraziamenti ai supposti ritrovatori che però non ritrovarono un bel niente. Nemmeno una riga per ricordare chi davvero ritrovò la pepita e che, generosamente, scelse di donarla alla comunità, quando avrebbe avuto tutto il diritto di tenersela”.

“A nome mio personale e degli eredi degli altri due soci esprimo il più profondo sdegno – rimarca Ognibene – Nella migliore delle ipotesi possiamo definire questa azione una cialtronata che restituisce perfettamente il segno di questa amministrazione (degna erede delle precedenti) e del suo modo di operare”.
Poi, conclude così: “Non ci interessano comunicati postumi di scuse. Ci riserviamo di valutare la possibilità di revocare la donazione, cosa che evidentemente avremmo dovuto fare già molti anni addietro”.
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