Daniele Ciampi (in foto sopra a sinistra) ci accoglie nello splendido complesso di Monterinaldi, sulla strada che oltrepassato Lucarelli porta verso Radda in Chianti: qui dove le vigne si confondono con i boschi. Ci sediamo e inizia un racconto che affonda le sue radici ben 52 anni fa: inizia da lì una storia affascinante, il percorso di una vita che ancora oggi guarda al futuro con grande entusiasmo.
“Ero molto piccolo nel 1961 – inizia Daniele – mio padre Remo, di origini fiorentine, era un assicuratore. Seguiva la sede de La Fondiaria a Torino, ma aveva una gran voglia di tornare nella sua Toscana. Decise di cercare una casa in campagna per passarci le vacanze. Capitò l’occasione di un signore che vendeva per dismettere l’attività questa azienda: c’erano la villa (Pesanella) più una dozzina di poderi, campi, pochissime vigne. Mio padre venne a vedere la villa, gli piacque: bisogna tenere presente che in quegli anni da queste zone si scappava a gambe levate, non c’era telefono, le strade non si potevano nemmeno chiamare così”.
Fu una sorta di colpo di fulmine: “L’avrebbe comprata da sola – ricorda Daniele – ma il Cavalier Lenzi voleva vendere tutto insieme o niente. Mio padre ci pensò su, il prezzo era davvero vantaggioso, molto interessante. Lui disse: ho sempre fatto il passo più lungo della gamba, lo faccio anche stavolta. Comprò l’azienda, che era agricola e non vinicola: da Panzano a qui era tutto sterrato e, guardandosi intorno, non c’erano le viti. I poderi erano tutti affidati a contadini che vivevano dei frutti della terra. La produzione di vino era marginale”.
Sorride Daniele nel ricordare la “mossa” paterna: “Secondo me lui non si rese conto di quello che stava facendo: dal 1961, per una decina d’anni, tutti i week end partiva da Torino e veniva qua. Essendo di tutt’altro settore non sapeva niente: doveva affidarsi al fattore che c’era. E comunque era una persona intelligente e dotata di buon senso, un imprenditore che applicava il suo pensiero e la sua conoscenza a quel che conosceva meno. Capì subito che bisognava convincere i mezzadri a diventare dipendenti dell’azienda: chiaramente nessuno accettò. Fino al ’64, quando accettarono loro malgrado”.
Inizia da qui il percorso vitivinicolo: “Nel 1962 cominciò subito a fare i primi vigneti specializzati anche se un po’ da “ignorante”, con un sacco di errori. Iniziò la produzione del Chianti Classico: è del 1967 la prima etichetta Monterinaldi Chianti Classico. Via via ha sempre privilegiato la produzione piuttosto che altre attività come l’agriturismo. Le case sono state in parte recuperate, in parte restaurate al minimo: la maggior parte degli investimenti li ha sempre dedicati alle vigne, alla cantina, agli impianti”.
La tenuta oggi si estende su 280 ettari, di cui 65 a vigna (quasi tutti a Chianti Classico), 20 ettari a oliveto, poi noceti e bosco promiscuo. “Il babbo – continua Daniele – è sempre stato alla guida dell’azienda: nel 1972 è iniziato il trasloco da Torino, quando è andato in pensione da agente Fondiaria. Nel frattempo aveva assunto anche altre cariche: è stato anche presidente della Viticola Toscana a Meleto (dal ’72 al ’98), fondò la Cooperativa delle Storiche Cantine che serviva come centro raccolta, stoccaggio e commercializzazione. Costituì anche un rete di una quarantina di agenti in Italia: poi tutto è finito quando le singole aziende si sono messe per conto proprio”.
“Credo di poter dire – dice Daniele – che mio padre ha fatto la storia di questa zona di Chianti: è stato forse il primo a portare profondi cambiamenti, ha fatto parte del Consorzio del Chianti Classico perseguendo lotte e battaglie. E’ ricordato ancora oggi come un personaggio positivo”.
Poi, “di striscio” come dice lui, Daniele arriva in azienda: “Venni a viverci nel 1974, per dieci anni ho fatto altre cose, in pianta stabile ho iniziato nel 1991. Tutt’ora sono qua. Come ho visto cambiare il vino? L’ho visto cambiare in maniera molto particolare, un po’ a elastico: siamo passati da un prodotto che beveva il nonno a un prodotto di elite. E adesso sta tornando un prodotto da bere. Siamo in un periodo molto critico, abbiamo problemi legati a un’immagine che è un po’ addormentata, forse stantia. Stiamo soffrendo la dinamicità dei nostri “cugini” dei vari “Chianti” che ci stanno intorno. Ci si sta rendendo conto che siamo un po’ al palo: ci sarebbe l’intenzione di ri-appropriarsi del territorio”.
Chiediamo a Daniele come si immagina il futuro: “Ci vuole un enorme sforzo di promozione del marchio. Io non credo che sia una cosa positiva fare la guerra agli altri, una strada percorribile è quella tracciata di una denominazione senza la parola Chianti negli altri Chianti: lo ha fatto ad esempio la Doc Montalbano ed ha guadagnato in immagine ed impatto. Rufina Doc ad esempio, Montalbano Doc, ripulendo con una personalizzazione molto più spinta da un lato le microzone, dall’altro quella del Chianti Classico. Lo stesso dovremmo fare nel Chianti Classico, il modello francese con singole zonizzazioni: così ci rendiamo conto, anche nella stessa azienda, della differenza fra un vigneto e un altro… E’ un aiuto che si darebbe anche al consumatore”.
Poi ci racconta il suo vino: “Il nostro è un Chianti Classico che cerca di mettere d’accordo i vecchi e i nuovi. Non vogliamo un Chianti Classico internazionale (senza vitigni come il Cabernet che lo stravolgono) ma deve vendere nel mondo: il Chianti come era una volta è improponibile, non ci sono più nemmeno i cloni del Sangiovese e nemmeno il gusto del Chianti beverino nel fiasco. Si possono fare dei Chianti Classico che incontrano il gusto di una buona parte di persone senza “calare le braghe”, senza eccessi con i legni, con i vitigni internazionali. Un’azienda deve imprimere il proprio stile: il vino deve piacere a chi produce perchè poi deve venderlo: non più un Chianti Classico tradizionale ma senza eccessi, un po’ smussato rispetto al Sangiovese in purezza. Che ha i suoi estimatori ma non è il Chianti Classico tradizionale dove si mettevano anche uve bianche: anche di questo secondo me sarebbe sarebbe auspicabile parlarne…”.
Monterinaldi il vino lo vende negli Stati Uniti, in Belgio, in Polonia, in tutta l’Europa continentale. ”Stiamo cercando altri sbocchi – ricorda Daniele – Potremmo fare circa 300mila bottiglie, in realtà ne facciamo 60-70mila circa. Prima davamo qualità anche agli altri, ma abbiamo deciso che questa qualità la teniamo”.
Fabrizio Benedetti (a destra nella foto) sta seguendo tutto il nuovo progetto di marketing: “L’azienda – ci spiega – per stare sui mercati ha bisogno di freschezza, di novità. Non a caso c’è un nuovo progetto partito nel 2013 di rinnovamento completo dell’immagine aziendale generale, in particolare le etichette. Ma anche la quantità dei vini, con meno prodotti e maggiore qualità; poi l’immagine, con le etichette nuove che abbiamo cercato di uniformarle per rendere più riconoscibile l’azienda. Non dico l’azienda piccola, ma aziende anche medie devono innovarsi, riuscire a dialogare con il pubblico in maniera più diretta. Curiamo in maniera molto particolareggiata l’accoglienza, con servizi, eventi, da quest’anno anche la scuola di cucina, le passeggiate nei vigneti, al castello. Lo scorso anno abbiamo fatto le “verticali” per il pubblico privato: ogni giovedì la verticale di un vino su annate diverse”.
Qui c’è anche la scuola di enologo per un giorno: “Siamo l’unica realtà a livello italiano – ci racconta Fabrizio – spieghiamo tutti i passaggi e poi li mettiamo in pratica fino ad arrivare al “taglio” del proprio vino personalizzato, con tanto di etichetta privata”.
Salutiamo Daniele dopo una visita nella bellissima villa: nel giardino di fronte il prato è smosso, c’è appena stata un’incursione di cinghiali. Nel piazzale arriva un enorme camion che deve scaricare, nelle vigne si pota e si lega. La vita scorre, come dal 1961, come da sempre, attorno a Monterinaldi… .
Matteo Pucci
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IL CHIANTI CLASSICO
Quando si apre una bottiglia di Chianti Classico ci si immerge in una storia che parte da lontano. Nei 70.000 ettari del territorio di produzione del Gallo Nero, uno dei luoghi più affascinanti al mondo. Firenze e Siena delimitano il territorio di produzione.
Otto comuni: Castellina, Gaiole, Greve e Radda in Chianti per intero e, in parte, quelli di Barberino Tavarnelle, Castelnuovo B.ga, Poggibonsi, San Casciano.
Un terroir unico per la produzione di vino e olio di qualità; centinaia di etichette garantite dalla DOCG: è vero Chianti Classico solo se sulla fascetta presente sul collo di ogni bottiglia si trova lo storico marchio del Gallo Nero.
Il Consorzio Vino Chianti Classico conta, ad oggi, oltre 600 produttori associati. In questo spazio racconteremo presente e futuro del vino e dell’olio in questo territorio; storie, strategie, rapporto con il mondo. Info: www.chianticlassico.com.



































