Pochissimi ettari su una piccola “terrazza” affacciata davanti al borgo di Montefioralle, gioiello sulle colline sopra a Greve in Chianti. Una sapienza che arriva dal passato e che guarda al futuro: incontriamo Fernando Sieni e suo figlio Lorenzo, Azienda Agricola Montefioralle, in un freddo pomeriggio di fine inverno. In un angolo scoppietta la legna dentro al camino: siamo in una delle antiche case dal borgo. Affacciandoci dalle finestre si vedono il terreno e la cantina. Sembra quasi di toccarli.
“Io sono il volontario onlus dell’azienda – ci racconta sorridendo Fernando – Sarei il terzomo nelle fattorie di una volta: io sono stato tecnico alla Nuovo Pignone di Firenze. L’azienda nasce su un fondo agricolo di proprietà della Chiesa. Alla fine degli anni Novanta la Chiesa decise di vendere: mio padre Renato aveva iniziato nel 1964, il vino veniva venduto imbottigliato tramite il parroco che faceva una sorta di agente”.
“C’è una bellissima recensione di Veronelli su Panorama degli anni Settanta – ricorda Fernando – che parla dell’annata ’73, in cui dice che “il vino del prete del Castello che entusiasma e fa sognare”. Io aiutavo mio padre nel fine settimana quando lavoravo, mentre mio nonno in pensione si impegnava a tempo pieno. La produzione di vino era di 600 litri all’anno e di un quintale e mezzo di olio”.
I tre figli di Fernando oggi, dopo l’acquisto del terreno e della cantina, seguono ognuno con i propri temi. Solo Alessia è a tempo pieno; Lorenzo (si occupa di sviluppo sofwtare) lavora a Firenze, Elisa è impiegata part time alla Provincia di Firenze. Come accade spesso dalla nostre parti però la vigna e la cantina fanno da coagulante familiare.
Qui si producono circa 10mila bottiglie all’anno. “Le vendiamo tutte a privati – ci spiegano – in tutto il mondo. Al di fuori di un ristorante a Montefioralle e un’enoteca a Greve, per il resto sono persone che ci vengono a trovare o ci conoscono e ci ordinano il vino. Cerchiamo di fare “km 0”… anche a 10mila chilometri di distanza”.
Fondamentalmente segue tutto Fernando con Alessia: poi anche Lorenzo nel fine settimana dà una mano. La parte tecnica la segue l’enologa Elisabetta Barbieri (che cura anche la parte agronomica). Allieva di un signore di nome Giacomo Tachis.
Il legame della famiglia Sieni con Montefioralle è saldissimo: “Sono almeno quattro generazioni, a memoria nostra, che i Sieni vivono qua – ci dice Fernando – Il mio bisnonno certamente abitava a Montefioralle. Io sono nato qui e il vino è sempre stata una presenza quotidiana. Mio nonno Fernando ne beveva due litri e mezzo al giorno, era il suo alimento. Lo chiamavano Bastiano. Per le 4.000 calorie al giorno gli ci voleva il vino, e nessuno… lo ha mai visto ubriaco”.
Il terreno (che si vede dalle finestre della casa nel borgo) è di due ettari e mezzo, due gli ettari di vigna. Sangiovese, Canaiolo e Colorino per il Chianti Classico. Un po’ di Merlot e di Cabernet per l’Igt. Affinamenti in barrique usate di secondo, terzo ciclo per il Chianti Classico; un misto per l’Igt, ogni tanto anche qualcuna nuova.
“La chiave di tutto è stato mio padre – dice Lorenzo – quando negli anni Novanta ha capito che al di là del vino da dare ad amici e parenti si poteva fare qualcosa in più. Ha dato il via a un processo di attenzione alla qualità. Nei primi anni del Duemila si è fatto un bel salto in avanti”.
“Ma sulla qualità non c’è mai da sedersi a riposare – ammonisce Fernando – Va sempre fatto un lavoro di prospettiva. Il Chianti di quando ero ragazzo era molto diverso dal vino di oggi: era più fine, meno strutturato e meno colorato. Non potevano nemmeno aspettare l’invecchiamento del vino: l’uva bianca serviva per ammorbidirlo e renderlo più profumato. Poi in tutto il mondo i vini sono dovuti diventare strutturati: per noi basta fare potatura più rigorosa e vendemmia verde più concentrata, con esperienza e professionalità”.
“Il futuro? La crisi si sente tutti – risponde Fernando – ma dipende da come si reagisce. In Chianti purtroppo c’è una serie notevole di produttori con lunga tradizione familiare alle spalle entrati nel vortice della vendita in partita agli imbottigliatori. Avendo quantità così ridotte noi non si è mai pensato a una cosa del genere, abbiamo preferito lavorare su un contenimento della produzione (potremmo fare fino a 14mila bottiglie all’anno). Non venderemo mai il vino in partita agli imbottigliatori. Contenendo un po’ la produzione si raggiungono anche livelli qualitativi migliori”.
“Ho sempre avuto voglia di imparare e applicarmi – conclude Fernando, mentre “spippola” sul suo I-Pad – Siamo in grado, tenendo annate più vecchie, di far fare degustazioni meditate, di far apprezzare il concetto di affinamento in bottiglia. Ci rendiamo conto che sono metodi che un’azienda più grande non si può permettere (teniamo quattro annate in cantina). Noi godiamo di alcuni elementi di vantaggio da questo punto di vista. E cerchiamo di sfruttarli”.
Matteo Pucci
© RIPRODUZIONE RISERVATA
IL CHIANTI CLASSICO
Quando si apre una bottiglia di Chianti Classico ci si immerge in una storia che parte da lontano. Nei 70.000 ettari del territorio di produzione del Gallo Nero, uno dei luoghi più affascinanti al mondo. Firenze e Siena delimitano il territorio di produzione.
Otto comuni: Castellina, Gaiole, Greve e Radda in Chianti per intero e, in parte, quelli di Barberino Tavarnelle, Castelnuovo B.ga, Poggibonsi, San Casciano.
Un terroir unico per la produzione di vino e olio di qualità; centinaia di etichette garantite dalla DOCG: è vero Chianti Classico solo se sulla fascetta presente sul collo di ogni bottiglia si trova lo storico marchio del Gallo Nero.
Il Consorzio Vino Chianti Classico conta, ad oggi, oltre 600 produttori associati. In questo spazio racconteremo presente e futuro del vino e dell’olio in questo territorio; storie, strategie, rapporto con il mondo. Info: www.chianticlassico.com.



































