Visitando decine e decine di aziende spesso ti capita di imbatterti in alcune realtà che ti fanno domandare se sei davvero… in Italia. Ci è capitato andando da Tolaini: qui, affacciati su Siena che pare… di toccarla, abbiamo incontrato Diego Bonato, amministratore delegato e capo del team tecnico.
Diego ha 30 anni, è veneto, e rappresenta lo stile di questa azienda che crede in maniera totale nei giovani: e non a parole, ma nei fatti. “Sono arrivato qua perchè nel 20003 ho lavorato in Toscana – ci racconta – poi ho fatto varie esperienze in giro. Nel 2006, tornando dalla Nuova Zelanda e volendo fare un’esperienza in Toscana, nel mondo del Sangiovese, ho fatto la vendemmia e conosciuto la proprietà. Poi sono ripartito verso l’Australia, ho fatto nuove esperienze, quando sono tornato ci siamo ri-incontrati con la proprietà che cercava una persona di fiducia per gestire la parte tecnica”.
La proprietà è italo-canadese: Pierluigi Tolaini è il creatore di questo incredibile mondo vitivinicolo, affiancato da Lia (la figlia) che lo coadiuva nella gestione dell’azienda e di un’azienda di importazione negli Usa. Vivono a Winnipeg, in Canada: “Ma ogni mese – sottolinea Diego – Pierluigi o Lia vengono qua per qualche giorno”.
La storia di Pierluigi Tolaini (oggi 76enne) è di quelle che raccontano un mondo che non c’è più: nato in Garfagnana, è emigrato in Canada a 19 anni con l’obiettivo, al ritorno, di ingrandire l’azienda agricola del padre. Ha intrapreso un percorso che lo ha portato a fondare un’azienda di auto trasporti fra le più grandi del Nord America (ha 76 anni). Doveva tornare qualche anno dopo ed è tornato qualche decennio dopo.
“Quando andò via – ci racconta Diego – con un biglietto di sola andata, da Castelnuovo Garfagnana andò alla stazione di Lucca a piedi: uscì di casa presto, era ancora buio, per non dover dire addio a nessuno, in particolare il padre. Sentiva aprirsi il balcone dietro di sè e non si è mai girato, se lo avesse fatto non ce l’avrebbe fatta. Continuava a ripetersi: non sarò mai più povero, non mangerò più polenta, non berrò vino cattivo e tornerò per fare del vino buono”.
Piano piano queste promessesi sono avverate. Ha deciso di tornare e ingrandire l’azienda agricola del padre in Garfagnana, che però non era un territorio vocato per la viticoltura. Di conseguenza ha girato per tutta la Toscana (“Ho consumato una Ferrari…” dice scherzando) in cerca di un podere ideale. La terra perfetta.
“Alla fine si è fermato qui – spiega Diego – dove ha trovato due poderi, che ha riunito in uno solo, dove ha visto un grande terroir ed ha deciso di fondare la propria azienda. Da Castelnuovo Garfagnana… a Castelnuovo Berardenga”.
Dove i vicini hanno subito strabuzzato gli occhi nel vedere quelle viti così basse: “Abbiamo iniziato subito con sesti d’impianto alla bordolese – continua Diego Bonato – per densità media penso che siamo fra le aziende che l’hanno più elevata d’Italia. Quindici anni fa era una cosa inimmaginabile: all’inizio gli davano del pazzo. L’azienda in totale è di 100 ettari di cui 50 vitati: Sangiovese, Cabernet Sauvignon, Cabernet Franc, Merlot e Petit Verdot”.
Le prime bottiglie erano vino del 2002, imbottigliato nel 2004 e messo in vendita nel 2005: 20mila che Tolaini si è portato in Canada. “Oggi siamo intorno a 220mila bottiglie – sottolinea Diego – quasi tutte esportate: in particolare Canada, Stati Uniti. Poi tutta una serie in Europa centrale: Svizzera, Germania, Austria, Danimarca, Svezia, Finlandia”. E ancora Russia, Giappone, Cina (“stiamo iniziando”), Brasile.
Chiediamo a Diego come mai in quest’azienda l’età media di chi dirige i vari settori è vicina ai trent’anni. “Pierluigi Tolaini – ci risponde – è una persona che sta molto bene fra i giovani e ci crede molto. Ha una grande passione anche a insegnare e tramandare le sue esperienze: l’università che ha fatto lui è la più cara, pagando per i suoi errori. Prima di questo team attuale ne ha cambiati due con persone meno giovani e maggiore esperienza. Ma dice sempre di aver trovato una mentalità troppo chiusa e radicata sulla tradizione. Quindi poco innovativa e creativa. Questo lo ha portato a un’azienda con giovani a capo dei rispettivi settori”.
Oltre a Diego Bonato ci sono Davide Xodo (agronomo, 30 anni); Francesco Rosi (31 anni, enologo); Simone Luchetti (29 anni, responsabile amministrativo e finanziario); Tamara Maccherini (39 anni, direttrice commerciale).
La filosofia di vino? Semplicemente ambiziosa: “L’obiettivo è quello di fare il vino più buono d’Italia, con qualità e senza compromessi. In senso totale: sia nella materia prima, nella coltivazione della vigna, sia nella gestione del personale, dell’efficienza, di tutto quel che gira intorno. Puntiamo a costruire un’azienda con un marchio forte, che possa durare nel tempo, con vini destinati all’invecchiamento ma che si possono bere anche dopo quattro anni. Già adesso possono durare diversi decenni. Un vino orientato al pubblico giovane e competente, con un rapporto qualità/prezzo che possa incontrarne le esigenze: uno dei nostri motti è tradizione e innovazione, con l’apertura verso le nuove tecniche, le nuove tecnologie. Anche se molte operazioni vengono fatte manualmente”.
Obiettivo di Pierluigi Tolaini è quello di creare un vino della caratura dei grandi chateau francesi con rapporto qualità/prezzo più alla portata di tutti. “E’ un grandissimo appassionato di vini di Bordeaux – prosegue Diego – prima di impiantare l’azienda ha girato per molto tempo in Francia per vedere come producevano il vino”.
E l’azienda ne è lo specchio, di taglio davvero internazionale: “Produciamo 8mila bottiglie di Riserva di Chianti Classico rispetto alle 220mila totali. In tre dei quattro vini è presente Sangiovese quindi un quinto della superficie vitata è di Sangiovese”.
“Fino a qualche anno fa – ammette Diego – eravamo visti come l’azienda del canadese pazzo arrivato a piantare le viti dense. Siamo un gruppo molto affiatato, che ha socializzato bene: il 15 giugno facciamo il “Ferragiugno” in cui invitiamo tutti i produttori vicini che portano le loro bottiglie, facciamo una cena ludica e informale. Abbiamo creato molti rapporti di collaborazioni con produttori: molto più di altre aziende in cui c’è la famiglia a capo, abbattendo i muri del campanilismo fra produttori. Bisogna smetterla di pensare di essere rivali ma bisogna iniziare a capire che siamo colleghi che devono tenere in alto la bandiera del vino italiano nel mondo. E francamente ho visto una buona predisposizione in questo senso”.
Chiudiamo con un accenno alla crisi. Come la vedono e la vivono in questo angolo di mondo così particolare? “E’ un momento in cui c’è da fare grande sforzo, a volte darsi qualche calcio nel sedere e andare avanti. Per ottenere dei risultati bisogna fare tanta fatica: ogni anno dei passi avanti riusciamo a farli, i sacrifici portano sempre a dei risultati che danno ancor più soddisfazione. Ci vuole flessibilità, sapersi adattare alle turbolenze economiche. Le cose cambiano molto rapidamente: bisogna sapersi adattare anche se è difficile. Ed è meglio se non pensiamo alla burocrazia del nostro settore…”.
Matteo Pucci
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IL CHIANTI CLASSICO
Quando si apre una bottiglia di Chianti Classico ci si immerge in una storia che parte da lontano. Nei 70.000 ettari del territorio di produzione del Gallo Nero, uno dei luoghi più affascinanti al mondo. Firenze e Siena delimitano il territorio di produzione.
Otto comuni: Castellina, Gaiole, Greve e Radda in Chianti per intero e, in parte, quelli di Barberino Tavarnelle, Castelnuovo B.ga, Poggibonsi, San Casciano.
Un terroir unico per la produzione di vino e olio di qualità; centinaia di etichette garantite dalla DOCG: è vero Chianti Classico solo se sulla fascetta presente sul collo di ogni bottiglia si trova lo storico marchio del Gallo Nero.
Il Consorzio Vino Chianti Classico conta, ad oggi, oltre 600 produttori associati. In questo spazio racconteremo presente e futuro del vino e dell’olio in questo territorio; storie, strategie, rapporto con il mondo. Info: www.chianticlassico.com.



































