Che dire di Borgo Scopeto, nelle campagne di Castelnuovo Berardenga: qui vino e storia vanno veramente a braccetto, cammino fianco a fianco.
Ce lo spiega subito la proprietaria, Elisabetta Gnudi Angelini: “La storia di Borgo Scopeto parte oltre mille anni fa, era un importante baluardo per Siena di proprietà della famiglia Sozzini (o Soccini). Qui è avvenuta una delle più importanti eresie italiane, con la famiglia perseguitata e scomunicata dal Vaticano: non c’è una “banale” storia di agricoltura e basta. La torre è del Mille e intorno è nato il borgo”.
Poi facciamo un bel… salto in avanti: “Io sono arrivata nel 1997, dopo vari passaggi di lavori: nella mia vita ho fatto correttrice di bozze, produttrice teatrale e cinematografica, ho gestito l’azienda farmaceutica dui famiglia. Da grande ho scelto di fare quello che mi piaceva, investendo nelle aziende agricole in diverse zone della Toscana: Caparzo nel ‘98, Altesino (Montalcino) nel 2002 e Doga della Clavole in Maremma 2000”.
“Delle quattro – tiene a ricordare – Borgo Scopeto è stata la prima. Quale la differenza fra Chianti Classico e Brunello di Montalcino? Rispondo con l’esperienza della vendemmia 2012: nonostante la siccità, i temporali, la situazione climatica tragica del 2012, che per tutti ha voluto dire un 30% in meno del raccolto, a Montalcino abbiamo tribolato meno, abbiamo raccolto meglio. Evidentemente qualcosa di diverso lì c’è: abbiamo tre zone geografiche fra le più vocate della Toscana, e possiamo fare paragoni diretti”.
“Qua – prosegue – è la zona più fresca, eravamo convinti che ci avrebbe deluso di meno: abbiamo vigneti nel fiore della loro produzione (così come altrove, quando ho preso queste aziende ho rifatto tutto, vigneti compresi, con i criteri più moderni senza badare a spese). Ho messo a confronto tre zone, fra l’altro con gli stessi cloni di Sangiovese (del quale siamo “maniaci”). E non c’è niente da fare: Montalcino ci ha dato meno problemi, con uva perfetta, vino buonissimo, con minore riduzione di quantità”.

Perchè secondo Elisabetta “quello che muove tutto è la passione per il vino, che ogni anno deve essere più… perfetto di quello prima. Quello che avviene a Montalcino è unico: qui in qualche annata abbiamo fatto grandi cose, delle grandi Riserve. Ma del resto quel che avviene a Montalcino è davvero qualcosa di eccezionale: un vino longevo, rotondo, aggraziato, elegante”.
Anche se “io amo molto il Chianti Classico, più spigoloso, più maschio, anche più toscano nel vero senso della parola: è il vino Toscano per eccellenza anche se talvolta c’è tanto di quel Cabernet e Merlot che diventa morbido anche quello. Qua siamo sulla buona strada”.
Le consulenze sono, ovviamente, di alto livello: “Paolo Vagaggini enologo esterno, Massimo Bracalente (era il pupillo di Vittorio Fiore) enologo interno, Simone Giunti (che ha lavorato in tutte le aziende più importanti del Chianti Classico) direttore tecnico di tutto il gruppo. Insomma, abbiamo professionalità d’eccellenza”.
Il vino poi, si sa, va venduto: “Per quanto riguarda il Chianti Classico – spiega Elisabetta – vendiamo in 42 Paesi nel mondo, siamo un gruppo consolidato, facciamo tante bottiglie da permetterci una bella struttura commerciale, tre ragazzi sempre in giro, un altro che sta iniziando. Poi ci sono io. Per molte cose vado io, a me non dispiace, parlo un paio di lingue: mi piace il contatto con le persone, trasmettere quello che ho fatto”.
“Soprattutto – tiene ad evidenziare – in un momento così disgraziato per il nostro Paese dal punto di vista economico e politico: portare la bandiera dell’Italia nel mondo per vini che possono competere mi rende orgogliosa di essere italiana. In giro ce ne dicono tutti i colori. Dico solo che il mio importatore americano mi ama alla follia perchè è convinto… che sia tedesca. Aveva tante aziende italiane, siamo rimasti solo noi con loro, ha cacciato tutti: una volta per curiosità ho chiesto a Jerry perchè eravamo rimasti solo noi? E lui mi ha detto “Perchè te sei tedesca mica italiana!””.
La passione per il Chianti Classico è viscerale: “Io tifo molto per il Sangiovese perchè più che passa il tempo e più mi rendo conto che abbiamo in mano un gioiello che viene buono solo a Montalcino e nel Chianti Classico. In Maremma facciamo un vino divertente, i grandi vini si fanno altrove. Il Sangiovese maremmano non è da invecchiamento: ha grande frutto, colore, potenza, ma non è un grande vino. Come team assaggiamo quel che fanno gli altri: i primi anni al Vinitaly eravamo in giro ad assaggiare dappertutto, inoltre facciamo le nostre degustazioni interne. Anche per fare un confronto. E devo dire che sono molto contenta, anche del mio Morellino, che però va bevuto nel giro di due-tre anni”.
“Come mi immagino il futuro del Chianti Classico? Se stavamo forse un po’ più fedeli a quello che era lo stile toscano era meglio – risponde sincera – Io sono legata al Sangiovese, facciamo una cosa unica al mondo che non somiglia a niente: Cabernet e Merlot crescono ovunque, anche sul terrazzo. Certe volte si assaggia un Chianti Classico che potrebbe essere californiano, neozelandese, argentino… . E questo crea danno all’intera denominazione. Ed è stata colpa anche dalla stampa di settore. Per anni il giudizio dei miei vini sulle grandi guide è stato “scarso in colore”, ma tutti sanno che il colore nel Sangiovese non c’è!”.
“Era una direzione per farci apprezzare più all’estero? Non è vero – replica – da sempre ho venduto tantissimo all’estero facendo un Sangiovese scarico di colore. Il Barolo? Lì hanno fatto un massacro, non vendono più una bottiglia: Montalcino ha avuto la vecchia guardia che ha mantenuto il baluardo del Sangiovese. Altrove invece c’è chi si è fatto trascinare dalla moda. All’estero ci hanno dato anche riconoscimenti, in Italia sto ancora aspettando…”.
“Ricominciano a dare una tipicità al nostro Chianti Classico – conclude – Se ne assaggiamo 20 vediamo che non c’è un filo conduttore, sono venti vini completamente scorrelati. Ridiamogli carattere, tipicità, anzichè tutti questi titoli. Finchè potevamo declassare nel Chianti ci siamo difesi, come il Brunello e il Rosso di Montalcino. Purtroppo capisco che molti produttori hanno avuto l’acqua alla gola. Io ho il Brunello che è una sorta di assicurazione: lì un gruppo di produttori si è battuto sempre per non cambiare il disciplinare. Ed è stato lungimirante”.
Matteo Pucci
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IL CHIANTI CLASSICO
Quando si apre una bottiglia di Chianti Classico ci si immerge in una storia che parte da lontano. Nei 70.000 ettari del territorio di produzione del Gallo Nero, uno dei luoghi più affascinanti al mondo. Firenze e Siena delimitano il territorio di produzione.
Otto comuni: Castellina, Gaiole, Greve e Radda in Chianti per intero e, in parte, quelli di Barberino Tavarnelle, Castelnuovo B.ga, Poggibonsi, San Casciano.
Un terroir unico per la produzione di vino e olio di qualità; centinaia di etichette garantite dalla DOCG: è vero Chianti Classico solo se sulla fascetta presente sul collo di ogni bottiglia si trova lo storico marchio del Gallo Nero.
Il Consorzio Vino Chianti Classico conta, ad oggi, oltre 600 produttori associati. In questo spazio racconteremo presente e futuro del vino e dell’olio in questo territorio; storie, strategie, rapporto con il mondo. Info: www.chianticlassico.com.



































