Medico e calciatore: a un mese dall’addio il ricordo del dottor Del Furia

Personaggio molto conosciuto a Tavarnelle, familiari e amici ne tratteggiano la grande umanità e professionalità

TAVARNELLE – Ad un mese di distanza dalla scomparsa, avvenuta il 25 novembre per l’aggravarsi di una malattia, vogliamo dare a Roberto Del Furia un addio tanto speciale quanto lo era lui.

 

Sessantanove anni, ne dimostrava dieci di meno. Per il suo mestiere e il suo essere una persona per bene, a Tavarnelle (e non solo) lo conoscevano e amavano tutti. Stracolma la chiesa di pazienti, colleghi e concittadini, la famiglia ha ricevuto ben ottanta telegrammi.

 

Cresciuto in piazza Vecchia, lo ha animato sin da ragazzo una passione sfrenata, quasi una vocazione. Con un solo Ventisette a Fisica e poi tutti Trenta e Lode, ha conseguito la doppia specializzazione in chirurgia generale e vascolare.

 

Oltre che in ambulatorio a Tavarnelle e Firenze, dava il massimo all’ospedale di Empoli (dove è stato primario) e di Torregalli. Tra visite e interventi. Ormai in pensione, ha continuato con una forza estrema fino al giorno in cui purtroppo ad essere ricoverato è stato lui.

 

Una delle immagini che forse meglio lo rappresenta è con il libro in panchina. Perché Roberto è stato anche un calciatore di notevole talento, uno di quelli che avrebbe tranquillamente potuto aspirare alla massima categoria.

 

L’amore per lo sport non ha certo mancato di trasmetterlo al suo pupillo Leonardo, il nipotino di quattro anni. E’ riuscito appena ad insegnarli a palleggiare. Ma siamo sicuri che da lassù il dottor Del Furia, con in mano il pallone e indosso il camice, ne seguirà i progressi.

 

“A livello sia di tempo che di energie – a parlare sono la moglie Alba e le figlie Federica e Francesca – al lavoro ci si dedicava completamente. Era un medico molto profondo: sapeva dare consigli su ambiti anche lontani dal suo ramo”.

 

“Aveva un modo di fare affabile – raccontano – Solo parlare con lui dava ai pazienti senso di tranquillità. Scrupoloso, quattro anni fa andò a Empoli, mentre nevicava, per vedere come stesse un amico che era stato operato da un suo collega”. 

 

“Tra un aneddoto e l’altro – ricordano – parlava del calcio con grande gioia. Era informato dal settore giovanile alla Fiorentina, la sua squadra del cuore. Attaccato alle radici, portava un braccialettino viola e per le partite importanti andava allo stadio”.   

 

“Era molto disponibile – dicono ancora – A qualsiasi ora, per qualsiasi problema. Nelle cose private, era riservato. Non amava mettersi in mostra. Allo stesso tempo però era socievole: un gran mangione e compagnone”.

 

“Era brillante e acculturato – aggiungono – Ci si poteva parlare di tutto. Su ogni argomento aveva la propria idea e ad ogni domanda una risposta. Poliedrico, le sue conversazioni spaziavano dalla scienza all’attualità fino alla letteratura. Amante dei libri, divorava i gialli di Montalbano”.

 

“Roberto è stato un grande per il paese – ci tiene ad intervenire Fabrizio Fusi a nome della società calcistica tavarnellina – Uno splendido medico e amico di famiglia, di un’umiltà assurda. Quando il mio babbo ebbe il primo infarto, stette un giorno intero al suo capezzale”.

 

“Iniziata e finita a Tavarnelle la carriera calcistica – dice – era una promessa. Visionato dalla Fiorentina e chiamato nella Prima Squadra del Torino, rinunciò per non lasciare l’università. Capitano per tanti anni, faceva gruppo nello spogliatoio ed era corretto sul campo”.

 

“Uno degli artefici della promozione in Serie D nel 1970-71 – spiega l’origine dello stadio intitolato a Leonardo Pianigiani – fu grazie a questo successo che il campo sportivo del Borghetto, pieno di buche e inadeguato, fu spostato dove si trova attualmente”.

 

“Centrocampista davanti alla difesa capace di impostare l’azione – conclude Fabrizio – era un mediano regista. Lo chiamavano “testina d’oro”, perché di testa prendeva tutti i palloni al centrocampo. Insomma dominava il gioco aereo. E ora domina quello del cielo”.  

di Noemi Bartalesi

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