In questa sorta di “nido d’aquila” del vino ci accompagna Ilaria Anichini, agronoma e responsabile d’azienda: è lei che, sugli input della proprietà, “disegna” i vini della Fattoria di Montemaggio, a Radda in Chanti.
Montemaggio figura su una mappa dei ”Capitani di parte Guelfa” risalente al 1560, conservata nella Podesteria di Radda. Il toponimo deriva da Monte Maggiore riferito alla posizione elevata della località: intorno ai 600 metri sul livello del mare.
Dicevamo la proprietà: qui parla russo, con la giovane Valeria Zavadnikova (in foto sopra), 29 anni, che ha davvero una grande passione per il vino. Passione che anche in Ilaria, grevigiana, non fa certo difetto. Non è un caso se la nuova immagine di Montemaggio sia rappresentata al femminile. L’idea è di Andrey Remnev, noto e quotato pittore russo che ha realizzato un quadro che rappresenta una giovane donna etrusca con un cesto di uva, da cui Marina Zimoglyad, la moglie designer, ha preso ispirazione per la realizzazione grafica del logo e dell’etichetta.
“La nostra – ci dice Ilaria – è un’azienda molto alta, abbiamo tempi di affinamento molto lunghi, usciamo adesso con il Chianti Classico 2008. Che è stata annata difficile in primavera, pioveva molto. Siamo un’azienda interamente biologica: abbiamo dovuto fare molta potatura verde e quindi abbiamo prodotto la metà del solito (7.000 bottiglie di Chianti Classico invece delle 13.000). Una selezione di grande qualità ma di scarsa quantità. Ho smesso di vendere il 2007 da pochissimo. I nostri sono vini da invecchiamento, non sono da bere giovani”.
Per quanto riguarda i mercati di riferimento Ilaria ci spiega che “vendiamo un po’ in tutto il mondo, prima soprattutto negli Usa e in Germania. Poi abbiamo deciso di diversificare con quantitativi ovunque: l’Italia è il nostro peggior mercato. La parte commerciale la cura Valeria, che ha acquistato l’azienda nel 2007: ha fatto un master a Bordeaux di marketing del vino per seguire sempre di più e sempre meglio questo settore. Prima l’azienda di un professore universitario che aveva comprato Montemaggio per passione, ma si è reso conto che era un hobby… troppo costoso (viveva a Londra). E a malincuore decise di vendere”.

L’azienda ha 70 ettari, nove vitati (la maggior parte a Sangiovese, poi Merlot, Pugnitello, Chardonnay, Malvasia Nera, un po’ di Ciliegiolo); circa 300 olivi. Tutti i sesti d’impianto dei vigneti sono impostati sull’alta densità (in alcune zone fino a 6250 piante per ettaro). Poi, tramite la potatura viene regolata la carica di gemme, successivamente con la pulitura verde, con il diradamento dei grappoli ed infine, a seguito di un’accurata selezione delle uve in vigna e cantina. Per contro, l’uva prodotta è in piccola quantità (anche 35-45 quintali per ettaro, fino a 60-70 Ql/Ha).
Cosa vuol dire fare vino così in alto? “I vini – risponde Ilaria – hanno senz’altro una grande finezza aromatica, ma è una sfida. Abbiamo vendemmie molto tardive, scarse rese per fare buone maturazioni e produciamo poco. Quello che Montemaggio cerca di fare data la posizione, i terreni galestrosi dove le radici affondano bene, è di preservare nel vino il territorio: facendo estrazioni soffici e usando la botte grande. La barrique, la vaniglia, ucciderebbe il Sangiovese. Il nostro è Sangiovese molto classico, con molta “terra”, ha un grande impatto. E’ una sfida: abbiamo fatto impianti ad alta densità, varie sperimentazioni sulle forme di allevamento per capire cosa si adatta al meglio per il Sangiovese. Stiamo provando un impianto ad alberello sull’unica vigna a nord (per anticipare la maturazione) e poi il Guyot”.
C’è voglia di tradizione e di sperimentazione: “Malvasia Nera, Pugnitello – racconta Ilaria – vogliamo vedere come si comportano su questi terreni”.
“Questa è un’azienda familiare – continua nel suo racconto Ilaria – Valeria ha 29 anni. Loro vengono da un paesino della Russia e lo ricordano sempre con grande passione, sono appassionati di campagna: per vivere a Montemaggio bisogna avere una grande passione, è molto fuori mano, meno “famoso” di altre zone del Chianti Classico. Diciamo che sono dei russi… un po’ particolari, amano e conoscono il vino. Valeria ha iniziato fin da subito: si occupa di marketing, della vendita. E vive qua”.
Qui la certificazoone biologica è arrivata nel 2009: “Per molti – sottolinea Ilaria – è stata una scelta commerciale e il trend di interesse a livello di mercato c’è. Qui era una cosa implicita nel modo di fare aziendale, anche se il biologico ha tuttora tanti, tanti limiti… . Credo che si debba studiare ancora molto, da agronomo lo posso dire con cognizione di causa, ed è una strada da percorrere: per inquinare meno, per migliorare la salute e aumentare la conoscenza in questo settore. I mercati del nord Europa sono molto interessati. Bisogna tornare anche ad un’agricoltura che non sia solo vino e olio: qua ad esempio stiamo realizzando l’orto, gli alberi da frutto. Il mio sogno nel cassetto sarebbe quello di fare un’azienda a ciclo chiuso”.
Il Chianti Classico è fatto con Sangiovese (il 5%-10% di Merlot viene messo in base alle annate senza influire molto sul Sangiovese, si cerca di tenerlo al minimo), tipico di questi terreni galestrosi che a Radda sono molto presenti. Si lavora molto sulla potatura verde.
La Riserva è il vino di punta, il top: “Nasce con le migliori uve – dice Valeria mentre ne assaggiamo una bottiglia davanti a un camino che crepita – raccolte spesso nelle zone più alte e tenute più a lungo in pianta. Le raccogliamo circa una settimana dopo il Chianti Classico, tirando al massimo fino a che il tempo non si guasta. Sta almeno due anni e mezzo in botte grande e poi un anno in bottiglia. Il nostro stile è un po’ in contro tendenza con i vini moderni ma sta tornando in molti produttori: non vini molto carichi, concentrati, con troppo legno e vaniglia. Questa Riserva ha avuto affinamento lungo ed è molto fine”.
Chiudiamo la visita con una giro in jeep nel bel mezzo dei vigneti: Ilaria guida con maestria sotto un cielo cupo, ma Montemaggio risplende. Merito di due donne che hanno deciso di mettere tutte loro stesse dentro una bottiglia di vino.
Matteo Pucci
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IL CHIANTI CLASSICO
Quando si apre una bottiglia di Chianti Classico ci si immerge in una storia che parte da lontano. Nei 70.000 ettari del territorio di produzione del Gallo Nero, uno dei luoghi più affascinanti al mondo. Firenze e Siena delimitano il territorio di produzione.
Otto comuni: Castellina, Gaiole, Greve e Radda in Chianti per intero e, in parte, quelli di Barberino Tavarnelle, Castelnuovo B.ga, Poggibonsi, San Casciano.
Un terroir unico per la produzione di vino e olio di qualità; centinaia di etichette garantite dalla DOCG: è vero Chianti Classico solo se sulla fascetta presente sul collo di ogni bottiglia si trova lo storico marchio del Gallo Nero.
Il Consorzio Vino Chianti Classico conta, ad oggi, oltre 600 produttori associati. In questo spazio racconteremo presente e futuro del vino e dell’olio in questo territorio; storie, strategie, rapporto con il mondo. Info: www.chianticlassico.com.



































