CASTELLINA IN CHIANTI – Julien ha 30 anni, Anselmo 33: sono loro che, insieme al padre Antoine, gestiscono la “Casina di Cornia”. Il progetto a medio termine è quello del padre che va in pensione e i giovani che lanciano l’azienda verso il futuro: intanto entrambi hanno allargato le rispettive famiglie, con le piccole Ofelia e Anais.
La “Casina di Cornia” è affacciata su una terrazza che guarda una valle incantata, lungo la strada che scende da Castellina in Chianti: qui arrivò, nel 1979, Antoine. E non se n’è più andato.
“Nostro padre arrivò qua per caso – raccontano Julien e Anselmo – Aveva cercato a lungo un podere nel sud della Francia per fare vino, ma era molto difficile. Veniva da una famiglia di agricoltori in Svizzera, facevano allevamento cavalli e cereali. Ma aveva una profonda passione per il vino”.
La fine degli anni Settanta in Chianti era la stessa ovunque: “Qua ai tempi le campagne erano state abbandonate – ricordano i fratelli – dopo gli studi nostro padre aveva anche lavorato in una azienda viticola. La casa era abbandonata da alcuni anni, c’era l’erba alta. Non era un rudere ma quasi. I nostri genitori si sono innamorati del posto, l’esposizione era ottima, buona parte del terreno guarda verso sud…”.
All’inizio c’era pochissima vigna: per sopravvivere Antoine aveva 30 capre per vendere il latte. “Per tre anni – dicono i figli – si è sostenuto così ed ha iniziato a impiantare le vigne. Appena ha potuto avere una superficie vitata sufficiente e gli sbocchi commerciali lo hanno permesso, ha tolto il bestiame. La prima bottiglia di Chianti Classico, con quel poco di vigna che c’era, è del 1981”.
Oggi “Casina di Cornia” si estende su sette ettari e mezzo di vigneto. In tutto sono 18 ettari di azienda (due di bosco).

Julien ci dice che la sua “è una passione agricola in generale. Ho studiato a Siena: sono andato a lavorare in una cantina in Australia e poi ho fatto Agraria Tropicale a Firenze. Mi piaceva lavorare su caffè, cacao, nell’ambito della cooperazione. Sono stato in Sudamerica, ho fatto uno stage e mi sono reso conto che la cooperazione… non faceva per me”.
“Con la mia ragazza poi – prosegue – abbiamo fatto un viaggio di 13 mesi in America Latina, è stato più un viaggio che una ricerca di possibilità: avendo mio padre chiesto cosa avevamo intenzione di fare mi sembrava stupido non sfruttare l’occasione”.
Anselmo invece ha fatto tutt’altro: “Tecnico industriale a Siena, Ingegneria elettronica senza laurearmi. Ho vissuto a La Spezia ma quando il babbo ha voluto concretizzare ho pensato che fosse un’opportunità da non perdere. Qui facciamo più o meno tutto… tutti. C’è molto lavoro di ufficio sotto controllo di nostro padre: ognuno ha l’attitudine ad occuparsi di qualcosa. La nostra intenzione è di suddividere il più possibile, ma senza specializzarci per non perdere d’occhio gli aspetti del lavoro”.
Qui si producono sulle 25-30mila bottiglie: “Principalmente le vendiamo all’estero: l’85% fuori Italia e il 15% in Italia. Vorremmo vendere di più nel nostro Paese (soprattutto a Milano, Roma) ma paradossalmente chiede un impegno maggiore: tanto porta a porta a fronte di un importatore come c’è all’estero”.
Qui l’agricoltura biologica è stata la bussola fin dall’inizio: “La soddisfazione di nostro padre – dicono i figli – era di arrivare a un prodotto finito, sano e di qualità. Oggi ci risulta utile: con la crisi chi galleggia è chi ha creato un prodotto serio, che ha un senso e un nome. Avendo una produzione abbastanza piccola siamo in grado di diversificare la nostra clientela. Inizialmente era Svizzera e Germania, adesso Usa e Norvegia, Canada e Usa”.
“Che Chianti Classico è il nostro? Un Sangiovese in purezza – rispondono – vinificato in cemento con una lunga macerazione, controllo di temperature nei primi giorni (abbassiamo la temperatura a 4°C per l’estrazione delle sostanze aromatiche). Rimane 20 giorni in macerazione, poi si pressa, e si fa affinamento in botti da 25 ettolitri. Solo la Riserva (che dipende dalle annate) va in barrique (non nuove) o in tonneaux che marcano meno il vino”.
“Abbiamo gli ettari tutti con la stessa esposizione – proseguono – la maggior parte a Sangiovese: la diversificazione dei vini si fa con la potatura e con la selezione in vigna. E poi in cantina. Vogliamo vivere bene e in equilibrio, nei valori ecologici e ambientali. Con una sensibilità che sia bio e con l’ambiente al centro dell’attenzione. Ci siamo cresciuti dentro, è un modo naturale di vedere le cose.
L’Igt Rosso? E’, come si sente spesso dire, la vecchia ricetta del Chianti. Sangiovese, Canaiolo, Ciliegiolo… . Macera molto meno per tenerlo più fruttato e facile da bere: uno dei problemi del Chianti Classico è presentarlo come vino di tutti i giorni, quindi abbiamo pensato a un Igt di beva più immediata”.
Il Rosato lo fatto per la prima volta nel 2011 “perchè al contrario di molti che avevano perso produzione a causa della siccità – ricordano – avevamo avuto produzione maggiore del solito. E’ stato un esperimento che abbiamo voluto fare, buon rosè molto piacevole: siamo rimasti soddisfatti del risultato. Il bianco lo facciamo ogni anno, 800 bottiglie che vendiamo tutta in vendita diretta”.
Per quanto riguarda la promozione, “da due anni abbiamo deciso di ridurre gli investimenti sulle fiere (al Vinitaly non andiamo, ci siamo stati per 17 anni). Siamo tornati a Pro Wein e ci torniamo quest’anno: poi a Millesime Bio a Montpellier, molto interessante perchè è molto democratica con tavoli bianchi per tutti, riservata ai professionisti (ingresso gratuito). Cerchiamo di lavorare di più sullo sviluppo del rapporto con il cliente, con gli importatori statunitensi e canadesi (e il loro personale)”.
“Come principio etico – dicono – siamo più per lavorare insieme che per dire “ci sono solo io”: spesso è stupido litigarsi la clientela in ambito locale. Se funziona il vicino funzioni anche te…”.
“Il futuro? E’ un work in progress – concludono – dobbiamo senz’altro aumentare le vendite, siamo in più persone a dipendere da questo lavoro. Si potrebbe inventarsi qualcosa di allevamento, lavorare un po’ di più sull’agriturismo. Fare Chianti Classico comunque per noi è fondamentale: per tutti quelli che non possono investire in un marketing personale è un marchio su cui lavorare e fare pubblicità. Per noi il Gallo Nero è vitale”.
Matteo Pucci
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IL CHIANTI CLASSICO
Quando si apre una bottiglia di Chianti Classico ci si immerge in una storia che parte da lontano. Nei 70.000 ettari del territorio di produzione del Gallo Nero, uno dei luoghi più affascinanti al mondo. Firenze e Siena delimitano il territorio di produzione.
Otto comuni: Castellina, Gaiole, Greve e Radda in Chianti per intero e, in parte, quelli di Barberino Tavarnelle, Castelnuovo B.ga, Poggibonsi, San Casciano.
Un terroir unico per la produzione di vino e olio di qualità; centinaia di etichette garantite dalla DOCG: è vero Chianti Classico solo se sulla fascetta presente sul collo di ogni bottiglia si trova lo storico marchio del Gallo Nero.
Il Consorzio Vino Chianti Classico conta, ad oggi, oltre 600 produttori associati. In questo spazio racconteremo presente e futuro del vino e dell’olio in questo territorio; storie, strategie, rapporto con il mondo. Info: www.chianticlassico.com.



































