Per quanto non creda ai “Batman” del marketing, ai soloni che dispensano ricette salvifiche nel complesso universo del vino, vero è che fermarsi, a volte, a riflettere sul dove e come stiamo andando, può rivelarsi un esercizio tutt’altro che inutile.
Scomodando almeno in parte la teoria economica, in fondo il marketing è prima di tutto il controllo della curva di offerta e di domanda, due funzioni che magicamente dovrebbero incrociarsi in un punto di incontro, detto di equilibrio, dove prezzo e quantità soddisfano contemporaneamente il consumatore ed il produttore.
Più facile a dirsi che a farsi, ovviamente, perchè le variabili in gioco sono moltissime e la maggior parte delle quali non controllabili nè da uno nè dall’altro degli attori economici. Anzi, vero è che la cosiddetta “globalizzazione” dei mercati ha contribuito a rendere ancora più ampie le variabili in gioco; quanto influisce una variazione di un punto percentuale iva sul consumo nazionale?
E quali influenze ha il rapporto euro/dollaro sul consumo di vino negli USA? O ancora quanto è determinante nel prezzo delle bottiglie di Chianti Classico la struttura competitiva delle prime dieci aziende della denominazione? E quanto è costata in termini di consumo una mal legge sui punti patente? Sono solo alcuni parziali esempi delle variabili attorno a cui ruotano le dinamiche che ogni giorno le imprese devono gestire.
Certamente non esiste la formula magica del successo, per lo meno io non la conosco, ma credo sia molto lungimirante ciò che il presidente Zingarelli ed il consiglio di amministrazione del Consorzio abbiano avviato, affidando ad uno degli istituti di ricerca più qualificati ed al prof Swinnen in particolare, docente a Standford ed all’Università Cattolica di Lovanio, il compito di elaborare uno studio sulle possibili modalità di gestione dell’offerta della denominazione.
Aspettando gli esisti finali della ricerca, che, qualunque esse siano, ci costringeranno ad affrontare un tema spesso esorcizzato con atteggiamenti vuoi trionfalistici del mercato (ora sempre più rari) vuoi da depressioni più nere, alcune rapide osservazioni sono tuttavia già emerse.
Lasciatemi provare a riassumerne qualche punto che volutamente rappresenti più uno stimolo al dibattito su questa testata che, appunto, una soluzione da vendersi a peso nelle bancarella della pseudo scienza perfetta dell’economia d’impresa.
Proviamo a declinarne alcuni aspetti e precisamente: la costruzione di una piramide di qualità, qual è ora la nuova struttura impostata del disciplinare del Chianti Classico, distinto tra annata, Riserva e Gran Selezione, sradica la pianta madre monolitica del monoprodotto e trasferisce sul piano della strategia di differenziazione la possibilità di rivolgersi a target diversi di consumo, colmando quel area di vertice della piramide che ad oggi era presente solo nelle etichette aziendali icone delle denominazione.
Come conseguenza di quanto sopra si apre un mercato a firma collettiva che permette ad ogni prodotto di selezione viticola-enologica aziendale di ancorarsi al territorio e valorizzarne le prerogative. La chiarezza e trasparenza informativa rappresentano una leva di forza del mercato, afflitto da troppi compromessi politico-enologoci, che disorientano e spesso disamorano.
Rimarcare la differenza, spiegare le ragioni della scelta vendemmiale, raccontare la diversità territoriale che è patrimonio del Chianti Classico, torna ad essere con maggior vigore la grande ed entusiasmante sfida del marketing aziendale.
La missione è rivolgersi ad un pubblico il più ampio possibile, che raccolga sia gli iniziati ultra informati che il consumatore meno preparato ma potenzialmente avido di informazioni e soprattutto di chiarezze. Ritorno sul punto. Smitizziamo un certo approccio da esegeti dell’enologia e raccontiamo quanto la natura da sola è in grado di fare con l’aiuto della competenza e del rigore dell’enologo.
Raccontiamo i territori, siano essi declinati nei Comuni, siano le migliori uve del patrimonio aziendale, siano le singole vigne che hanno rappresentato le locomotive della conoscenza del gallo nero nel mondo. Rappresentiamo l’entusiasmo di un territorio che fa sognare milioni di turisti alla ricerca di ogni dettaglio che parli di eccellenza, la cui competenza ed avidità culturale, appunto, dobbiamo intercettare offendo spunti di memoria che fidelizzano per sempre quel patto azienda – consumatore.
Mostriamo l’orgoglio di un simbolo, il Gallo Nero, che è un patrimonio di marca collettivo unico al mondo. Identifica perfettamente, come nessun altro segno, storia, bellezza, cultura, arte e saper vivere nel territorio del Chianti Classico.
Davide Gaeta
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IL CHIANTI CLASSICO
Quando si apre una bottiglia di Chianti Classico ci si immerge in una storia che parte da lontano. Nei 70.000 ettari del territorio di produzione del Gallo Nero, uno dei luoghi più affascinanti al mondo. Firenze e Siena delimitano il territorio di produzione.
Otto comuni: Castellina, Gaiole, Greve e Radda in Chianti per intero e, in parte, quelli di Barberino Tavarnelle, Castelnuovo B.ga, Poggibonsi, San Casciano.
Un terroir unico per la produzione di vino e olio di qualità; centinaia di etichette garantite dalla DOCG: è vero Chianti Classico solo se sulla fascetta presente sul collo di ogni bottiglia si trova lo storico marchio del Gallo Nero.
Il Consorzio Vino Chianti Classico conta, ad oggi, oltre 600 produttori associati. In questo spazio racconteremo presente e futuro del vino e dell’olio in questo territorio; storie, strategie, rapporto con il mondo. Info: www.chianticlassico.com.



































