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sabato 24 Gennaio 2026
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    Tenuta di Bibbiano: verso i 150 anni… lanciati nel futuro

    BIBBIANO (CASTELLINA IN CHIANTI) – Tommaso Marrocchesi Marzi ha un’età (fra i 40… e i 50 anni) in cui, come ci dice lui stesso, “bisogna dare tutto, facendosi forza su quello che siamo stati e chiarendo bene quel che vogliamo essere”.

    E qui alla Tenuta di Bibbiano, nelle campagne di Castellina in Chianti, c’è un passato glorioso da cui partire: “Innanzi tutto – sottolinea Marrocchesi Marzi – qui c’è una proprietà aziendale vicinissima al 150esimo anniversario, che festeggeremo nel 2015. Un’azienda che per oltre 60 vendemmie ha avuto come enologo Giulio Gambelli. Un uomo che indubbiamente aveva uno stile e che ci ha dato un’impronta etica che è stata il vero valore aggiunto”.

    “Altro elemento importante che ci ha lasciato Gambelli – evidenzia – è questo Sangiovese grosso che ci portò da Montalcino ai tempi della collaborazione con Biondi Santi, a metà degli anni ’50. Fu piantata una vigna che per selezione massale ha prodotto intorno ai 10 ettari di vigneto. E poi fondamentale è stato l’insegnamento imprenditoriale di nostro padre, Alfredo, che ha fatto il dirigente Fiat, poi il manager nel settore energetico, poi ha ricoperto altri ruoli in aziende importanti. Si è occupato marginalmente di questa azienda ma ci ha lasciato un’eredità culturale importante”.

    Oggi della Tenuta di Bibbiano se ne occupa direttamente Tommaso Marrocchesi Marzi: “Faccio questo mestiere in pianta stabile dal 2009. Per 15 anni ho lavorato in una società che si occupava di tutt’altro, soprattutto all’estero: ma l’ho sempre vissuta come un’esperienza di passaggio per poi venire qui. Nel 2007-2008 abbiamo deciso che era il momento di valorizzare questa azienda, di darle uno sbocco globale. Adesso mi spendo molto di più che in passato, i sacrifici professionali sono anche maggiori ma mi pesano molto meno. Mi sveglio e sono sereno e contento, ho trovato la mia strada in uno dei mestieri più vecchi del mondo”.

    L’azienda ha 220 ettari di proprietà, di cui 20 vitati (completamente rinnovati) e 5 in “portafoglio”, con l’idea di arrivare a 30 entro i prossimi 5-10 anni. Tremila piante di olivo producono un olio extravergine fondamentalmente venduto in vendita diretta: “Stiamo ragionando – spiega Marrocchesi Marzi – per capire se uscire con una bottiglia specifica”.

    Poi c’è l’agriturismo, “legato ad agenzie internazionali e che ci porta clienti da tutto il mondo: in questa fase ha retto perchè abbiamo strutture dotate di tutti i comfort, prendiamo una fascia di mercato medio-alta”.

    Il futuro dell’azienda è molto chiaro nelle strategie di Marrocchesi Marzi: “Partiamo dai requisiti storici accentuando ancora di più la zonazione che avviene in azienda. Fondamentalmente faccio tutti “cru”, il passo successivo è fare il “cru”… del “cru”. Per fortuna i singoli vigneti non hanno porzioni enormi, sono particelle di 2 ettari-2 ettari e mezzo. In vendemmia riusciamo  tenerli separati bene, dalla raccolta alla svinatura”.

    “Il commerciale? Io faccio tutto l’estero – risponde Marrocchesi Marzi – sono fuori un paio di settimane al mese. Poi abbiamo una giovane collaboratrice che fa l’Italia. Mercati di riferimento? Stati Uniti, Giappone, Germania, Danimarca. Poi ci sono cose interessanti in Francia, dove normalmente è difficile per gli italiani; vendo nei mercati dell’Est tra cui Russia e  Polonia; sto vendendo in Cina, ad Hong Kong, in Australia. In complesso produciamo 90mila bottiglie e ne vendiamo 80mila, il resto lo lasciamo per gli anni successivi”.

    Anche perchè, come ci spiega, “sui nostri tre marchi di Chianti Classico stiamo cercando di darci una consistenza che vada indietro nel tempo. Adesso ad esempio partono dei campioni per il Giappone in cui presento 1983, 1993, 2003 e 2009. L’evoluzione del vino nel tempo interessa molto: ci sono mercati, e uno di questi è proprio quello giapponese, che vanno in questa direzione”.

    Il futuro è tracciato anche dal punto di vista degli investimenti: “Terminare l’impianto dei vigneti, ristrutturare gli uffici e la cantina aumentando la tecnologia e la flessibilità. Il percorso è quello dell’eccellenza e della qualità: con quali strumenti ci arrivi non ha importanza se, come noi, vinifichi esclusivamente uve tue. Si deve partire capendo cosa ti porta il Sangiovese dalla terra, dai versanti (noi ne abbiamo due nell’arco di un chilometro), dalle singole vigne; poi attenzione massima durante il periodo che va dalla primavera alla raccolta”.

    E poi… “fino alla cantina: se c’è questo rispetto per ciò che ti dà Madre Natura non può uscirne che un prodotto eccellente. Da quest’anno inoltre siamo anche certificati biologici: io ne ho fatto una scelta di conservazione naturale, era un argomento presente nella mia testa da tempo. Non l’ho sposato come una religione, non siamo certo integralisti: arriviamo a un vino biologico con un approccio di mantenimento della naturalità del luogo. Da questo punto di vista l’educazione professionale che mi è stata impartita dagli inglesi è servita a qualcosa: la loro sensibilità ambientale è decisamente superiore alla nostra”.

    Qui a Bibbiano il Sangiovese è la stella polare: “Il Chianti Classico è solo Sangiovese. C’è un tocco di Colorino nel Chianti Classico “du maison”, che però sto pensando di togliere. Abbiamo due versanti a mille metri di distanza: da una selezione complessiva facciamo il Chianti Classico Bibbiano. Poi facciamo selezione sul versante est (Montornello) e sul versante ovest (Vigna del Capannino).  Bibbiano ha caratteristiche identitarie chiare, precise, lampanti ed eclatanti: chi compra le nostre bottiglie sa cosa ci trova dentro. Sono vini ampi, rotondi, con una bella complessità”.

    “Il Chianti – spiega Marrocchesi Marzi entrando in una tematica molto sentita dai nostri produttori – deve riconoscersi solo come proveniente dal nostro territorio, gli altri che si chiamano Chianti mi fanno sorridere. Molto aiuterà anche questo processo che come Consorzio stiamo perseguendo, che è quello di portare ad una più marcata distinzioni dai “cugini”. Poi dobbiamo lavorare sui nostri vini: devono essere diversi ma bisogna saperli spiegare e spiegare le differenze fra chi li produce.  La coesistenza fra aziende diverse per storia, dimensioni, metodo di lavoro, secondo me è possibile: se ci sono riusciti e ci riescono realtà molto più grandi della nostra non vedo perchè non possiamo farlo noi. Io sono fiducioso, è il momento adatto, c’è la cultura adatta per recepire. Così come non vedo nessun problema nell’aumentare la superficie dei vitigni internazionali, che però devono essere utilizzati per fare altro e non per il Chianti Classico. Il problema dell’identità del Chianti Classico è stato il tradimento del Sangiovese; la seconda crisi l’ha avuta quando è scomparso il Gallo Nero e abbiamo finito per confonderci con gli altri Chianti”.

    “Chiediamoci cosa lasciamo ai nostri figli e ai figli dei nostri figli – conclude Marrocchesi Marzi – Perchè territori come quelli delle Langhe-Roero stanno percorrendo la strada del riconoscimento del loro territorio come patrimonio dell’Unesco e qui nel Chianti Classico no? Come consigliere del Consorzio ho già espresso l’intenzione di impegnarmi in questo senso: è un investimento per il futuro della terra in cui viviamo e lavoriamo. Che non ha eguali nel mondo”.

    Matteo Pucci

    © RIPRODUZIONE RISERVATA

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