IMPRUNETA – “Il rione del Pallò si propone di raccontarvi la storia dietro il mito di questo grande visionario, di farvi scoprire, attraverso la sua arte, l’uomo dietro l’artista. Insieme vogliamo ripercorrere la sua vita, sin da quando era un bambino curioso e intraprendente. Tramite quella che è sempre stata la sua filosofia scenica: trasformare oggetti quotidiani e di recupero in opere degne di un museo”.
C’è Francesco Torrini nel cuore della vittoria del rione del Pallò, di un solo punto (47 a 46) su quello del Sant’Antonio, nella centesima edizione della Festa dell’Uva di Impruneta.
C’è la storia di un rionale che ha trasformato per sempre il suo rione verde, ma che ha dato una “sterzata” decisiva a tutta la Festa. Che è cambiata, si è evoluta, fino a diventare quell’incredibile, magnifico spettacolo portato ogni ultima domenica di settembre in piazza dai quattro rioni.
“Francesco era innamorato della vita – il Pallò lo ha descritto così – delle mille possibilità che poteva offrirgli. Quel bambino risoluto divenne un giovane vivace ed energico, sempre pronto a creare, impossibile da tenere fermo: disegnava costumi, progettava scenografie e oggetti di scena che non si erano mai visti. inventava coreografie dinamiche e piene di brio”.
“Nel pieno della sua giovinezza sembrava aver raggiunto il tetto del mondo – prosegue la storia – era inarrestabile, ma quell’illusione si infranse presto contro una realtà inimmaginabile. Quattro lettere, una condanna certa AIDS”.
“All’epoca dei fatti era già difficile essere omosessuale – hanno ricordato – una diagnosi come quella distrusse completamente la sua vita, e lo stesso paesino che lo aveva osannato iniziò a guardarlo come un appestato da cui stare alla larga, un frutto marcio da buttare via. Eppure, l’unica colpa di Francesco era quella di essersi innamorato di un uomo”.
“Ma fu proprio grazie a quella rabbia e a quell’abisso – è stata la strada tracciata dalla storia risultata alla fine vincitrice – che Francesco riscoprì cos’era davvero importante ed essenziale: le persone che, nonostante tutto, non lo avevano mai abbandonato, i suoi rionali, i suoi amici veri, l’amore. Tornò a voler creare, anche più di prima, deciso a spremere la vita fino all’ultima goccia, a rimanervi aggrappato con le unghie e con i denti. Francesco voleva lasciare un segno, urlare al mondo che non si vergognava del suo essere e del suo modo di esprimerlo…”.
Per onorario abbiamo deciso di portare in piazza la sua ultima grande scena, il suo testamento artistico al nostro rione
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