TAVARNUZZE (IMPRUNETA) – Prosegue il nostro giro del mondo incontrando, virtualmente, i tanti cittadini del nostro territorio che in questo momento stanno vivendo la pandemia da Coronavirus fuori dai confini italiani.
Incontri che ci servono per tenere i contatti con chi è lontano da casa, ma anche e soprattutto per capire come si sta vivendo questa fase storica così complicata in vari angoli del globo.
Stavolta finiamo addirittura in Nicaragua, dove vive Matteo Falteri, tavarnuzzino che dal febbraio scorso è nel Paese sudamericano (insieme a Giulia, svizzera, fiorentina di adozione).
Matteo, perché siete là, quando siete arrivati?
“Viviamo per lavoro da inizio febbraio in Nicaragua, il secondo Paese più povero dell’America Latina. Lavoriamo come cooperanti internazionali per una ONG svizzera che si chiama Comundo e che si occupa di progetti di cooperazione allo sviluppo in sette diversi Paesi tra America Latina e Africa. In particolare lavoriamo in una cooperativa locale che si chiama Cotucproma (Cooperativa de Turismo Comunitario Protectora del Medio Ambiente) e che lavora sul potenzialmente del turismo e sullo sviluppo di iniziative che possano dare reddito a persone appartenenti a gruppi vulnerabili (donne, giovani e abitanti delle comunità che vivono in stato di povertà). Viviamo a Somoto, una cittadina rurale di circa 30.000 abitanti al confine con l’Honduras”.
Come è la situazione dal punto di vista della pandemia da Coronavirus?
“La situazione in Nicaragua per quanto riguarda l’emergenza Covid-19 è paradossale. Purtroppo il Nicaragua dal 2018 vive una situazione complicata a livello politico e socio-economico e l’emergenza sanitaria ha da subito assunto un carattere politico. Attualmente il Nicaragua è l’unico Paese in America Latina a non aver preso alcun tipo di provvedimento: nessuna quarantena obbligatoria o consigliata, le scuole sono aperte e gli eventi previsti per la Semana Santa non sono stati annullati e, anzi, sono state promosse dal governo feste e assembramenti di persone. L’unica misura di sicurezza presa ad ora è stata l’organizzazione di gruppi di persone sostenitori del governo che hanno girato il Paese andando di casa in casa per rassicurare le persone e dicendo loro di lavarsi le mani; il tutto senza mascherina e violando i consigli del OMS sul distanziamento sociale. La chiesa cattolica invece, che da due anni in Nicaragua si oppone alla repressione del governo, ha annullato tutti gli eventi, come la Via Crucis, e utilizza i suoi spazi per promuovere misure di sicurezza e avvertimenti alla popolazione. A tutto ciò si aggiunge la sparizione del presidente, che non si vede da quasi 30 giorni e che parla attraverso la vicepresidente (nonché sua moglie), che interviene quotidianamente telefonicamente sui media ufficiali”.

Insoma, poco da stare allegri…
“Le informazioni ufficiali parlano di sei casi, fra cui un morto, e circa dieci casi sospetti. Tuttavia le informazioni ufficiose e non verificabili, che sono la maggioranza data la inaffidabilità di quelle ufficiali, parlano di quasi duecento casi sparsi in tutto il Paese. Anche l’emergenza sanitaria si è quindi trasformata in un dibattito politico, dove i sostenitori del governo si dicono convinti che il problema nel Paese non esista, che tutti i casi siano “importati” e che ritengono che le poche misure prese dal governo siano sufficienti. Basti pensare che il presidente del parlamento, medico di professione, ha affermato che non è il caso di allarmarsi per qualche caso sporadico di Covid-19! Gli oppositori, invece, parlano di una strage imminente, non mandano i figli a scuola e denunciano casi ufficiosi. A tutto questo si aggiunte una situazione economica al limite del baratro, con gran parte della popolazione che vive di lavoro informale (venditori ambulanti di frutta, verdura e altri alimenti, ristoratori improvvisati) e che vive in situazioni a dir poco precarie, senza accesso all’acqua potabile e con case dove vivono fra le otto e le quindici persone. La quarantena volontaria o auto-quarantena, basata sulla propria volontà e responsabilità, in Nicaragua è a dir poco un privilegio! Noi, effettivamente privilegiati, siamo in regime di auto-quarantena da quasi tre settimane, su indicazione del datore di lavoro svizzero. Proseguiamo lavorando da casa, portando avanti il più possibile i progetti, adattandoli alla situazione e preparandoci per riiniziare il lavoro quando la situazione si allenterà”.
Cosa vorreste fare quindi? Rimanere? Tornare in Italia?
“Per il momento abbiamo deciso di rimanere qui, anche in accordo con il “direttore Paese” (impiegato locale di Comundo che gestisce i cooperanti in loco) e la task-force svizzera di Comundo, creata appositamente per gestire la crisi nei vari paesi di intervento e che si riunisce quotidianamente online per monitorare la situazione. Abbiamo preso questa decisione perché pensiamo che il nostro lavoro e quello della cooperativa sarà ancora più importante quando potremo tornare a una nuova normalità. Oltretutto, tutte le compagnie aeree che volavano da e per Managua sono sospese fino almeno a maggio, quindi non esistono voli commerciali per lasciare il Paese, mentre i voli istituzionali per i turisti rimasti bloccati sono partiti una settimana fa. Sicuramente la situazione non è semplice, soprattutto per la paura che tutto questo possa sfociare nella stessa situazione che stanno vivendo in Ecuador. In Nicaragua infatti esistono solo 160 ventilatori, di cui l’80% sono attualmente utilizzati, e solo 0,9 letti di ospedale ogni 1.000 persone, senza parlare della disastrosa situazione in cui versano i cimiteri del Paese, già oggi quasi al limite della loro capacità”.
Come mantenete i rapporti con casa?
“Fortunatamente internet e la tecnologia ci permettono di restare in contatto con i nostri familiari e amici e, nonostante le 8 ore di fuso orario, quotidianamente ci sentiamo e ci aggiorniamo su ciò che è successo in Italia, in Svizzera e in Nicaragua. Senza questa opportunità sarebbe tutto sicuramente molto più difficile!”.
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