BARBERINO TAVARNELLE – Quella che ci racconta Stefania Faggioni è la storia di sua mamma, Elide.
Che ha contratto il Covid-19 a più di 90 anni. E lo ha superato dopo un suo calvario personale, che è diventato anche quello dei familiari.
Un calvario in cui, alla parte sanitaria e del dolore degli affetti, si è unita quella della rabbia per le modalità con cui, secondo Stefania, è stata gestita la situazione da parte della Residenza per anziani (Ra) in cui era ospite la donna.
E’ la voce di Stefania a raccontare la sua storia: “E’ la Residenza per anziani “Il Bobolino”, in via Dante da Castiglione (gestita dalla Misericordia), a Firenze. Dove mia madre, Elide Baroni, ha contratto il Covid-19″.
“Tutto è iniziato l’1 aprile”
Poi, riavvolge il nastro di quello che è ancora oggi un incubo a occhi aperti: “Ed è proprio a causa del manifestarsi dei gravi sintomi dell’infezione che l’1 aprile è caduta, fratturandosi il collo del femore. E’ giunta al pronto soccorso dell’ospedale Santa Maria Annunziata, a Ponte a Niccheri, già con insufficienza respiratoria acuta. E lì è stata messa sotto il casco per ossigenoterapia, con febbre alta e polmonite interstiziale”.
“E’ quindi stata ricoverata da subito nel reparto di Sub-Intensiva Covid per circa 20 giorni – prosegue il racconto di Stefania – L’intervento per la protesi del collo del femore è stato fatto dopo diversi giorni dal ricovero, quando con il miglioramento dell’insufficienza respiratoria gli anestesisti hanno finalmente dato il consenso”.
“Quella fattura che non posso accettare…”
“Nonostante la diretta responsabilità che “Il Bobolino” ha avuto nel determinare il contagio di mia madre – denuncia Stefania – e delle gravissime conseguenze che ha avuto, l’amministrazione della struttura ha avuto il cattivo gusto di presentarmi la fattura per il mese di aprile, detraendo l’importo secondo loro dovuto dal deposito cauzionale a suo tempo versato”.
Ed è qui che la rabbia monta: “Trovo questo fatto di una scorrettezza e di una bassezza inaudite. Si sono “attaccati” al regolamento, che prevede i 15 giorni di preavviso per lasciare la struttura, senza tenere in alcun conto che il contagio di mia madre è avvenuto proprio nella loro struttura. E che non sono tempi “normali”, ma eravamo in piena emergenza! In piena eccezionalità! Sono saltati diritti fondamentali, anche il diritto di libertà di tutti noi, chiusi in casa per due mesi. Quindi a cosa si attaccano?”.
“Mia madre – ricostruisce Stefania – è entrata al “Bobolino”, per sua volontà, nel mese di novembre 2019. Era sana ed autosufficiente: nonostante i 91 anni e mezzo aveva solo piccoli problemi di memoria a breve termine, in alcune occasioni. Ed è proprio al “Bobolino” che ha contratto il virus, dove avrebbero dovuto tutelarla. La conseguenza di questo evento ha portato mia madre a non essere più autosufficiente: né fisicamente, né mentalmente”.
“Adesso mia madre non è più autosufficiente”
“I quasi tre mesi di isolamento e tutto quello che hanno comportato – ci dice Stefania – l’hanno molto provata, destabilizzata, terrorizzata, confusa, disorientata e molto debilitata. Al Bobolino naturalmente non la riprendono perché non è piú autosufficiente, e mi sono trovata costretta, quando si è negativizzata ed è stata dimessa, nel giro di un’ora dal reparto Covid del Thouar ex Montedomini (dove dal Niccheri era stata trasferita dopo circa 20 giorni), senza aver il tempo nemmeno di organizzarmi diversamente, a dover pagare una struttura per
non autosufficienti””.
Ovvero, “Villa Jole a 112 euro al giorno extra esclusi, l’unica struttura dove c’era una camera singola, dato che mia madre doveva fare obbligatoriamente il periodo di 15 giorni di quarantena e poi fare riattivazione motoria. Non ho avuto nessun aiuto da parte delle istituzioni, nemmeno nel pagamento della quota sanitaria per un mese cosiddetto “a sollievo”, che tramite il Servizio Sociale dell’area Sud Est (mia madre è residente a Barberino Tavarnelle) avevo richiesto. Proprio per avere il tempo di organizzarmi con una badante e riportare mia madre al proprio domicilio appena possibile”.
“E il colmo – sbotta – dopo tutto questo, è il fatto che il Bobolino intende farmi pagare il periodo che mia madre ha passato ricoverata. Quando, ripeto, è per colpa delle loro mancanze ed inadempienze, omissioni e negligenze che si è contagiata ed ha passato l’inferno e ancora sta vivendo un incubo… non ci sono parole. Senza contare che la stanza che era di mia madre non c’é piú, dato che tutto il primo piano, dove era situata, adesso è sotto il controllo dell’Ausl. E ci sono Covid positivi asintomatici”.
“Tutta la roba personale di mia madre – dice ancora – piccoli arredi, TV con carrello, quadro, abiti, sono ancorà là. Non posso andare a prenderla perché l’area è preclusa e non so dove sia stata messa (quindi tra l’altro richiedono il pagamento di una stanza che non c’é piú!). Assurdità nell’assurdità”.
“Pensavo che mia madre fosse al sicuro”
“Pensavo che mia madre fosse al sicuro – riflette con amarezza – in una struttura che si fa pagare profumatamente (noi pagavamo circa 2.900 euro mensili) e i familiari si aspettano che gli ospiti siano tutelati e protetti nelle loro fragilità. Invece è proprio lí che è stata contagiata, con ritardo nelle dovute precauzioni o assenza di prevenzione e di adozione di presidi di protezione. E la riprova di questo è proprio l’avvenuto contagio, che diversamente non ci sarebbe stato. Ad esempio, alla Rsa Botticelli di Strada in Chianti hanno avuto zero contagi, perché hanno preso provvedimenti immediati, e i familiari erano già stati allontanati dalla fine di febbraio”.
“Francamente – tiene a dire Stefania – se avessero provveduto alla restituzione della cauzione e a porgere le dovute scuse, sarebbe finita lí, ho ben altri pensieri che non intraprendere un’azione legale. Ma data la loro pretesa inopportuna e del tutto fuori luogo, adesso diventa una questione di principio. E intendo fare una formale denuncia, tramite il Codacons, o un altro studio legale, nei confronti della struttura, che ritengo abbia responsabilità precise in tutta la vicenda. E dovrá risponderne”.
“Un elogio al reparto Sub-Intensiva di Ponte a Niccheri”
“Volevo invece elogiare – sottolinea – il personale del reparto Sub-Intensiva Covid di Ponte a Niccheri: tutti i giorni ricevevo notizie, in modo puntuale, professionale ed empatico. Tutti, molto carini oltre che bravi. Purtroppo non posso dire altrettanto del reparto Covid del Thouar, ex Montedomini. Non hanno mai telefonato. Le poche notizie riuscivo ad averle quando trovavo qualcuno nella stanza dei medici, in modo molto saltuario e molto sbrigativo. Con empatia sotto zero! Non mi hanno telefonato neanche quando il secondo tampone è risultato di nuovo positivo (il primo era negativo). E nemmeno quando finalmente si è negativizzata e l’hanno dimessa in quattro balletti. L’ho saputo sempre da altre fonti”.
“Sulla professionalità e competenza che dire – denuncia – è bastato vedere come era ridotta mia madre dopo circa tre settimane di permanenza lí. Quando l’hanno trasferita dal Thouar a Villa Jole mia madre era in condizioni pietose (ho un video che le hanno fatto quando è
Era sporca, denutrita, disidratata: dai 54 kg che era alla fine d febbraio è arrivata l’8 maggio a Villa Jole che era 37 kg. Le hanno dovuto fare il bagno per tre giorni consecutivi, e come prevenzione hanno usato un prodotto antiscabbia. Non aggiungo altro”.
“Sono stata presa da una rabbia enorme – conclude Stefania – Avrei voluto denunciare subito tutti. Ma poi mi hanno assorbita altre preoccupazioni, come la ricerca di una persona fidata che potrá occuparsi di mia madre, a casa sua. Ma il comportamento del Bobolino è inqualificabile, e non voglio lasciar correre”.
La replica della Ra “Il Bobolino”
Abbiamo contattato la Residenza per anziani “Il Bobolino” per chiedere una loro versione su quanto denunciato da Stefania.
Versione ci arriva tramite una nota ufficiale della direzione: “Prendiamo atto di quanto scritto a voi dalla signora Faggioni, con la quale siamo rimasti in contatto in queste settimane e mesi. E rinnoviamo la nostra disponibilità a fornirle ulteriori chiarimenti. In questi mesi di pandemia la struttura ha seguito le indicazioni fornite dalle autorità sanitarie competenti con le quali siamo stati in costante contatto”.
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