mercoledì 12 Agosto 2020
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    FOTO / Mura e reperti ceramici: tracce di vita medievale sotto la Pieve di San Pietro in Bossolo

    Lo scavo archeologico aperto da soli 9 giorni, promosso e finanziato dal Comune di Barberino Tavarnelle, in collaborazione con la Sovrintendenza, rivela i suoi primi sorprendenti risultati

    TAVARNELLE (BARBERINO TAVARNELLE) – C’è vita sotto la Pieve. Parlano le diverse caratteristiche del sottosuolo, strati di terra giallognoli, altri più scuri e compatti, vuoti lasciati da possibili travi di legno, tracce di strutture murarie, alcune delle quali crollate, altre ricostruite, frammenti di oggetti legati alla vita quotidiana.

    Ogni giorno è una piccola grande rivelazione nello scavo aperto intorno all’area di San Pietro in Bossolo, a Tavarnelle, nel Chianti.

    È la testimonianza viva che passa al setaccio i frammenti di quotidianità e lascia scoprire gradualmente quella pagina di storia, cultura e società medievale che il tempo ha inciso nella memoria e di cui ha lasciato tracce visibili.

    Dopo soli 9 giorni di ricerche di scavo, dalle operazioni condotte e in corso fino a venerdì 17 luglio, sul poggio che circonda la millenaria pieve, culla della prima comunità cristiana sorta nel territorio, affiora la presenza di un insediamento probabilmente medievale, come attestano le tipologie di strutture murarie e reperti ceramici fin qui messi in luce che hanno un orizzonte cronologico anteriore al XIV secolo.

    L’indagine è promossa e finanziata dal Comune di Barberino Tavarnelle, in collaborazione con la Soprintendenza archeologica Belle Arti e Paesaggio per la Città Metropolitana di Firenze e Provincia di Pistoia e Prato.

    La terra sussurra le proprie origini a chi con pazienza la indaga e ne ascolta le voci e le testimonianze racchiuse nei materiali che le mani del team di archeologi al lavoro, Chiara Molducci, Francesca Cheli e Lapo Somigli della società cooperativa Laboratori Archeologici San Gallo e del consigliere comunale, nonché archeologo, Giannino Pastori, sottraggono all’oblio dei secoli.

    Gli archeologi, muniti di piccone, pala e cazzuola o trowel, come tecnicamente è chiamato lo strumento principale del mestiere, movimentano, asportano terra, spolverano, selezionano, individuano e studiano attraverso l’analisi delle unità stratigrafiche.

    Colori e consistenze diversi della terra intorno a San Pietro in Bossolo raccontano loro la vita che nello scorrere del tempo si è alternata e susseguita contribuendo a costruire l’identità del luogo.

    È la storia che si somma, si miscela e si stratifica nel passato che permette agli studiosi fiorentini e agli amministratori comunali di Barberino Tavarnelle, promotori di cultura e archeologia pubblica in tempo di Covid, di capire chi l’ha abitata, come la comunità locale ha vissuto quei luoghi nel tempo, nelle diverse fasi che hanno attraversato le vicende della campagna chiantigiana, in che modo essa ha fatto parte di un più ampio quadro storico che estende il percorso conoscitivo dal contesto locale all’orizzonte europeo. 

    Grazie al supporto prezioso della Soprintendenza, ed in particolare del dottor Michele Bueno, l’investimento voluto e realizzato dal Comune di Barberino Tavarnelle ha ottenuto una concessione di scavo per la durata di un triennio.

    “Abbiamo deciso di intervenire in quest’area perché, sulla base di quanto attestato da fonti scritte e testimonianze documentarie – spiega il sindaco David Baroncelli – si ipotizza la presenza dei castelli di San Pietro e San Giovanni, riferibili il primo all’XI secolo, il secondo intorno al XIII secolo, entrambi di proprietà del vescovo di Firenze. L’obiettivo di questo studio è molteplice: non solo cerca di capire e conoscere la vita delle persone del tempo ma si propone di esaminare le relazioni che intercorrono tra la Pieve e i possibili precedenti abitati romani e tardo antichi. L’indagine su San Pietro offre infatti la possibilità di analizzare come la pieve, collegata territorialmente al punto di passaggio del tracciato romano, si inserisca in un contesto tardo antico e diventi riferimento amministrativo e religioso delle comunità locali”.

    Ciò che fa supporre stretto il legame tra la pieve e i precedenti abitati romani è anche il ritrovamento di laterizi e materiali romani tardo antichi, emersi nel corso della precedente campagna di scavo condotta sempre in loco nel 1967 a cura di appassionati di storia e memoria locale.

    “Al momento, scavando stratigraficamente, sono emerse strutture riferibili a un abitato non sappiamo ancora se fortificato – fa sapere la direttrice di scavo, l’archeologa medievista Chiara Molducci – pensiamo che possa essere riferibile al più recente dei castelli citati dalle fonti scritte, quello di San Giovanni, costruito in una fase successiva a quella di San Pietro. Abbiamo ritrovato anche materiali costruttivi riferibili al periodo tardo antico romano probabilmente tratti dal recupero di strutture antiche riutilizzate in quelle medievali. Il nostro percorso si propone di scavare con metodo scientifico e intercettare le tracce lasciate nel terreno per ripercorrere tempi e modi di un abitato di circa 800 anni fa e come la vita ha messo radici in questo luogo nel corso dei secoli”.

    Quanto ai prossimi passi è la presidente della Cooperativa Laboratori archeologici San Gallo Chiara Marcotulli ad anticipare i campi d’azione e le finalità degli interventi.

    “Nei prossimi anni estenderemo il raggio della ricerca su alcune aree individuate dello scavo spostandoci a sud-ovest per capire meglio come le strutture che abbiamo individuato si impostino su quelli che sembrano i crolli degli edifici precedenti – precisa l’archeologa – e stabilire se tali strutture si riferiscano al castello del secolo undicesimo o,  addirittura, ad un abitato precedente di origine tardoantica,  cercheremo di approfondire inoltre lo studio delle tracce di vita relative all’abitazione medievale rinvenuta. Inoltre, continueremo ad approfondire lo studio delle tracce di vita relative all’insediamento medievale già messo in luce”.

    Quello partito da qualche settimana è dunque il tassello iniziale di un progetto culturale di ampio respiro che vede al centro un’indagine archeologica puntuale che durerà 3 anni i cui primi risultati saranno illustrati al pubblico domenica 26 luglio alle ore 21 in occasione di un incontro aperto al pubblico. 

    È una delle Notti dell’Archeologia, ciclo di aperture straordinarie dei musei, promossa dalla Regione Toscana e organizzata in collaborazione con il Sistema Museale Chianti Valdarno e l’associazione Amici del Museo d’Arte Sacra di Tavarnelle e la Pro Loco di Barberino Val d’Elsa Gruppo archeologico Achu presso il museo d’arte sacra di Tavarnelle.

    Per chi volesse partecipare all’incontro è necessario iscriversi contattando Piero Bianchini cell. 348 3815706, [email protected].

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