FIRENZE – E’ uscito l’ultimo libro di Michele Giuttari “Confesso che ho indagato” (Editrice Rizzoli), ovvero un’autobiografia di un poliziotto scomodo (come lui stesso si definisce), che ripercorre un trentennio del nostro Paese.
Che ha inizio nel 1978 in Sardegna e, successivamente, in Calabria, con indagini difficili tra sequestri, 'ndrangheta e rapimenti; per poi arrivare in Toscana dove Giuttari si occupa dell’attentato di via dei Georgofili avvenuto il 27 maggio 1993, fino ad arrivare come capo della Squadra Mobile a dirigere le indagini sul “Mostro di Firenze”.
La presentazione, avvenuta a Firenze alcuni gorni fa, è stata moderata dal giornalista Giuseppe Previti, promotore di numerose iniziative culturali, in prevalenza legate al mondo del giallo e del noir.
Nell’introdurre la serata Previti ha sottolineato che l’autore è stato molto coraggioso, perché nel libro vengono fatti nomi e cognomi.
Giuttari, dal canto suo, è stato un “fiume in piena”: "Questa è la storia della mia vita d’investigatore, ed è tutto vero quello che riporto nel libro. L’esperienza sarda, quella calabrese, entrambe grandi palestre formative dove non si possono commettere errori perché là c’è il bene supremo della vita del sequestrato che va salvaguardata".
"Dopodiché – ha proseguito – c’è l’esperienza alla Direzione Investigativa Antimafia di Napoli e Firenze, un’interessante missione in Sudamerica, la più rischiosa della carriera, per poi arrivare appunto a Firenze. Dove prima del “Mostro di Firenze” mi sono occupato della strage di via dei Georgofili".
Nell’ultima parte del libro non poteva quindi mancare la vicenda del “Mostro di Firenze” che "mi ha visto impegnato – ha detto Giuttari – per molti anni. Con gli ultimi risvolti che mi hanno arrecato una profonda amarezza: perché alla fine, dopo avere fatto il mio dovere insieme al Pm di Perugia Giuliano Mignini, ci siamo trovati indagati da Firenze per un’ipotesi di abuso d’ufficio che non esisteva".
"Abbiamo dovuto aspettare quasi otto anni – ha proseguito – perché l’autorità giudiziaria competente che non era Firenze ma Torino, il 15 gennaio dell’anno scorso dichiarasse che il reato non esisteva. Ma perché l’indagine non poteva andare avanti sui possibili mandanti del “Mostro”? Perché il Procuratore capo non ha voluto che l’indagine sui possibili mandanti del “Mostro” andasse avanti? Perché c’era qualche compagno di scuola, c’era qualche suo conoscente?".
"Ecco che – ha rilanciato Giuttari – nel libro “Confesso che ho indagato” c’è tutta la verità . Sulla vicenda del “Mostro”, dopo tutto quello che ho passato, non volevo più scrivere nulla, ma per un profondo senso civico e per un rispetto delle vittime, del dolore dei loro familiari (ancora oggi qualcuno mi cerca, pensando che possa fare ancora qualcosa per loro, ma non posso fare più nulla)".
"Quando si tocca questa parte della mia vita – ha ammesso – ritorna tutto quello che ho sofferto e vissuto. Penso ai miei collaborator che provenivano dalla Squadra Mobile, poi impiegati in altri servizi, come i pattugliamenti, con la città di Firenzeche ha perso degli ottimi investigatori.. E quando sono andati a chiedere spiegazioni, gli è stato risposto che non potevano tornare in quanto erano stati “destabilizzanti”!".
"Allora io mi chiedo – ha rilanciato – come possono essere stati “destabilizzanti” quando hanno fatto solo un’attività doverosa, richiesta dal pubblico ministero di Perugia, e non potevano esimersi altrimenti avrebbero commesso un reato! Quanto successo ai miei collaboratori mi ha addolorato tantissimo. Hanno sofferto ingiustamente".
"Pietro Pacciani – ha detto ancora Giuttari – non era l’unico serial killer che aveva commesso i delitti dal ’74 all’’85. Si capiva bene che la condanna non gli stava bene e che probabilmente avrebbe parlato. E l’ha scritto pochi giorni prima dell’inizio del giudizio d’appello, nel gennaio del ’96, con il memoriale inviato all’agenzia giornalistica Ansa dove diceva: "Il vero mostro non sono io. Vero mostro esci fuori, scagionami!". Io sono convinto che Pacciani è stato ammazzato perché nel nuovo processo d’appello avrebbe parlato. E’ stato fatto fuori".
"Il 22 febbraio 1998 – ha ripercors a ritroso – arrivai a Mercatale con Paolo Canessa dopo che mi aveva avvisato della sua morte. La cosa strana fu che trovammo la casa con porte e finestre spalancate, le luci accese: non era da lui se si considera che all’imbrunire si barricava in casa, soprattutto dopo che a casa sua si era presentato un uomo molto elegante che voleva entrare. Pacciani di questo fatto ne parlò a suor Elisabetta".
Giuttari ha proseguito con trasporto: "La posizione del corpo era con i pantaloni abbassati e la maglia arrotolata, come se qualcuno lo avesse trascinato sul pavimento, con macchie ematiche dove non dovevano trovarsi. Poi abbiamo trovato un farmaco che era controindicato per le patologie di Pacciani, un flacone in particolare era completamente vuoto".
"Questa storia doveva finire così – ha concluso Giuttari – perché è chiaro che questi delitti non potevano essere stati ideati da Mario Vanni, Giancarlo Lotti e Pacciani, c’era sicuramente una mente superiore alla cui non bisognava arrivare. Purtroppo sono arrivati a sequestrare gli atti dell’indagine, in particolare quelli riguardanti il caso del dottor Francesco Narducci morto nel lago Trasimeno dell’ottobre 1985 poche settimane dopo l’ultimo delitto degli Scopeti. Con il pm di Perugia Giuliano Mignini magistrato volenteroso, stavamo facendo qualche passettino avanti ma… lo hanno impedito".
di Antonio Taddei
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