Eremo di San Pietro alle Stinche: festa annuale dedicata all’immigrazione

All'appuntamento con la comunià, a Panzano, profughi e immigrati. C'era anche Il Gazzettino del Chianti

PANZANO (GREVE IN CHIANTI) – Un anno fa la comunità dell’Eremo di San Pietro alle Stinche, a Panzano in Chianti, festeggiò il 50esimo della fondazione da parte di fra Giovanni Vannucci (padre Giovanni) dell’Ordine religioso dei Servi di Santa Maria, venuto a mancare nel 1984.

 

Quest’anno, domenica 24 giugno, natività di San Giovanni Battista, si è svolta la Festa dell’Eremo. Tema “L’umanità: una sola famiglia” con le testimonianze di alcuni profughi presentati da don Armando Zappolini, presidente del Coordinamento Nazionale Comunità di Accoglienza.

 

Insieme con lui fra Eliseo Grassi e fra Giancarlo, assente giustificato fra Lorenzo Bonomi. Tutti dell’Eremo alle Stinche.

 

 

A raccontare la loro esperienza in Italia sono stati tre profughi ospiti di una struttura a Montevarchi, raccontando le loro disavventure per arrivare, la loro voglia di adattarsi al nostro Paese in cui oggi hanno trovato lavoro. Uno come fornaio, uno come operaio saldatore, l’altro come agricoltore. Inoltre, ognuno di loro è impegnato anche nel volontariato facendo servizio nelle sedi della Misericordia.

 

Altra testimonianza è arrivata da una famiglia dello Sri Lanka, arrivata dieci anni fa a Panzano con un regolare permesso di soggiorno.

 

"Senza subire particolari disagi rispetto ad altri, che hanno affrontato il mare – ha detto una giovane signora – e a Panzano si sono perfettamente integrati trovando una regolare attività, un membro della famiglia lavora nella farmacia di Panzano".

 

Altra famiglia, arrivata dal Kosovo. A parlare un giovane che oggi abita a Greve in Chianti: "Anche la mia famiglia è arrivata dieci anni fa, o meglio prima il mio babbo da solo. Dopo avere trovato un lavoro sicuro, dal Kosovo ha portato tutta la famiglia. Dopo di me, sono nati altri due fratelli gemelli, che oggi frequentano la scuola elementare, mentre io sto frequentando il secondo anno delle superiori  all’Istituto Leonardo da Vinci. Dove mi trovo molto bene. Padre Lorenzo e padre Eliseo l’hanno ospitato all’Eremo e aiutato per molti anni,  io mi sento di ringraziarli tantissimo".

 

 

Don Armando Zappolini  si è definito un prete “un po’ strano” nel senso buono. Tra le tante cose dette si è soffermato sull’attualità di donne, bambini, uomini che scappano da Paesi invivibili: "Abbiamo e stiamo lottando tanto per la legge sulla cittadinanza italiana che non è stata ancora approvata, per cui abbiamo un milione di ragazzini minorenni nati in Italia da genitori stranieri che non sono cittadini italiani. Alcuni anni fa, in occasione della raccolta delle firme sulla cittadinanza, feci un Presepe come tante altre volte ho fatto, con scritto: Questo bambino Gesù nato da una coppia Palestinese, non diventerà mai cittadino italiano. Firma anche tu perché Gesù diventi un cittadino italiano".

 

E ancora: "Lungo il confine tra la città spagnola di Ceuta e il Marocco c’è una barriera di filo spinato di 6 metri, con un modello di filo che hanno inventato e lo stanno vendendo in Spagna e in tutto il mondo. Si chiama “concertina 22”, ha un reticolato d’acciaio a fisarmonica dove le punte del classico filo spinato sono sostituite da “lame a rasoio” con forma a trapezio rovesciato. Quando ti entra dentro ti strappa la pelle, una barbaria unica, nessuno ne parla".

 

"Noi non possiamo dire – ha ammonito – come i cittadini tedeschi che abitavano a due chilometri da Mauthausen, che non sappiamo niente. Questa è una scusa che noi non possiamo usare. Se questa cosa ci fa star male vuol dire che siamo vivi, e se da questo stare male nasce una reazione, di resistenza, di costruzione di spazi, noi dobbiamo costruire spazi nuovi".

 

"Il mondo – ha detto ancora – è pieno di reticolati e di muri, non ce la possiamo fare a buttarli giù. Ma per rendere un muro inutile, basta farci un buco; per rendere una rete inutile basta aprire un passaggio; per rendere un fossato inutile basta adagiarci un ponte. E questi buchi, questi passaggi, questi ponti, sono esperienze di accoglienza, d’integrazione, preghiere fatte in modo diverso a uno stesso Dio che uno chiama in modo diverso".

 

"Però tutto questo è un buco nel muro – ha concluso – e il giorno che la barbaria finirà, la gente ringrazierà chi ha aperto buchi nei muri; perché quelli saranno i passaggi nei quali nascerà l’umanità come una sola famiglia. Piccone, forbici e un cuore grande!".

 

Alla fine la Santa Messa e la cena, con la condivisione di piatti tipici dell’Africa, Kosovo, Sri Lanka, Italia.

di Antonio Taddei

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