CHIANTI – Viviamo in un territorio in cui, per fortuna, l'agricoltura è un settore vivo. Che, nonostante le difficoltà, riesce ancora a dare lavoro (anche se dovrebbe essere più stabile…), profitto, fare promozione territoriale.
Per questo, con molto piacere, riceviamo e pubblichiamo questa riflessione di chi in agricoltura… ci lavora da tempo.
La mattina presto ai bar del paese è pieno di "agricoli". Tra di noi ci si riconosce sempre, vuoi per l’atteggiamento già un po’ incollerito alle 6 e 30, vuoi per l’abbigliamento da Chuck Norris e l’odore di zolfo.
Per fortuna da qualche anno sono parecchi i giovani che si dedicano a questo mestiere perché fino a qualche anno fa pareva di essere alla sagra “dell’ottantenne tenace”.
Non ce l’ho assolutamente con i più anziani ma mi pare più giusto far fare strada ai giovani che devono organizzarsi e viversi la vita.
Prima di andare a lavoro è un rito per noi agricoli passare dal bar per caffè, comprare un panino ben imbottito per pranzo e fare due chiacchiere. La mattina la chiacchiera più gettonata, oltre al calcio, ovviamente è sempre il meteo.
Anche perché probabilmente nessuno ha voglia di rischiare di litigare già alle sette per due commenti sulla politica. Il tempo non è più quello di una volta. Questa è una cosa certa.
In una giornata come oggi (martedì 11 febbraio, n.d.r.) per esempio, se hai la sfortuna di avere un fattore poco sensibile che non accetta di farti lavorare in un campo un po’ sottovento, sicuramente alle cinque torni a casa come tu fossi stato dentro a una centrifuga della lavatrice.
Non ci sono più gli inverni di una volta. Mi ricordo che fino a qualche anno fa la mattina faceva freddo. Ma proprio freddo. Ci si doveva alzare 5 minuti prima perché c’era da togliere il ghiaccio dal vetro della macchina.
Arrivati in campo c’era chi, prima di cominciare a lavorare, accendeva un bel fuoco con qualche grosso legno di potatura d’olivo sperando che la brace resistesse fino all’ora di pranzo.

I piedi e le mani rimanevano congelati e insensibili per ore e il naso rosso faceva anche male quando uno se lo doveva soffiare. Mi ricordo le belle brinate di fondovalle e la tramontana durava 3 giorni.
Ora invece soffia fortissimo il libeccio e pioviggina sabbia. La neve sui monti non c'è e comincio a pensare che ho buttato via i soldi regalando al mio fidanzato per Natale le ciaspole e il giubbotto che si riscalda a batteria (che sarà pur sempre una cineseria ma mi pareva proprio un indumento geniale per l'inverno!).
Siamo a febbraio e io non mi sono mai messa il giubbotto pesante e i guanti. Ho tolto il ghiaccio dal vetro della macchina 5 volte da novembre e tengo al minino il riscaldamento.
Ho già trovato qualche asparago e mi verrebbe voglia di cominciare già a fare l’orto.
Gli uccelli svernanti non sono arrivati e nemmeno l’influenza, per fortuna. Mandorli e noccioli sono in fiore e gli uomini dovranno trovare un regalo alternativo per l’8 marzo perché le mimose sono già sfiorite. Gli olivi ributtano, c'è ancora qualche rosellina nei giardini.
Le gemme delle viti sono già gonfie, biancastre e pelosette. Roba da fine marzo.
Faremo l'olio e il vino quest’anno? Mah. Stamattina ho sentito un buffo proverbio: “anno che bisesta tanta frutta ma non resta”.
Sicuramente è una rivisitazione in chiave agricola del classico “anno bisesto, anno funesto”.
Mi mancano molto mio nonno e mio zio, i miei personali “Nostradamus”, che sicuramente avrebbero avuto spassosi commenti da menagrami , ripescando vecchi detti e terribili profezie. Però mi rendo conto che di solito non ci andavano mai tanto lontano.
Eleonora Grechi – Agricola
di REDAZIONE
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