I residenti hanno ricordato cosa sono (e cosa erano) questi paesi di campagna. Organizzato anche un “tour”

BARBERINO VAL D'ELSA – E’ stato presentato nei giorni scorsi nella sala “Ugo Capocchini” lo splendido libro “Quello che abbiamo visto noi non lo vedrà più nessuno” Immagini e storie in comune nelle frazioni di Barberino Val d’Elsa” (Nencini Editore).

 

Erano presenti, oltre a un gran numero di cittadini, il sindaco Maurizio Semplici, l’assessore Patrizia Sollazzi che ha moderato la serata, Paolo De Simonis che ha curato il progetto e i testi, Isanna Generali per il progetto grafico e l’impaginazione, Gian Bruno Ravenni dirigente della Regione Toscana, Mario Forconi per la ricerca e la selezione fotografica. Presente anche l’editore Mariano Nencini.

 

"Questo è il secondo volume – ha detto il sindaco Maurizio Semplici – che abbiamo fatto su Barberino Val d’Elsa. Il primo fu pubblicato cinque anni con il titolo “Questa qui sono io ma anche questi li conosco tutti”, e riguardava in particolare il capoluogo. Questo invece riguarda le frazioni ed è stato realizzabile grazie alla disponibilità di tutti gli abitanti che hanno messo a disposizione foto, ricordi, memorie. Mi si consenta anche di fare un grande ringraziamento all’instancabile assessore Patrizia Sollazzi e a Gianna dell’ufficio cultura".

 

La parola è poi passata ad alcuni rappresentanti delle frazioni. Per primo Paolo Nesi (Tignano): "Forse di tignanesi nati nella piazzetta del Castello siamo rimasti io e il fabbro. A Tignano c’erano le scuole, la bottega, il fabbro, il calzolaio, il teatro, il “tribunale di chi più vocia”, ovvero chi vociava di più aveva ragione. Insomma era un paese autonomo, non avevamo bisogno più di nessuno, neanche del macellaio perché i conigli li tenevamo in una stanza di casa".

"Sessantatré anni fa – ha proseguito – si viveva ancora con la porta di casa aperta, eravamo figlioli di tutti, tutti ci guardavano e ci riprendevano se si sbagliava, cose che oggi non esistono più. Nel tempo la mezzadria è sparita, il lavoro si è spostato a Firenze, Poggibonsi, e piano piano abbiamo perso quella che era la comunità".

 

Poi Enrico Masini (Linari), componente dell’Associazione “Amici per Linari” che era "nata proprio – ha sottolineato – per fare rinascere il borgo ed era composta da sette ex linaresi supportata da centinaia d’iscritti. L’intento era di richiamare l’attenzione dei vari proprietari delle strutture, le istituzioni, enti, su questo gioiello di paesaggio toscano. Ricordo al bivio che conduceva al borgo c’era un cartello che riportava: “Ammirate quel gioiello del paesaggio toscano che è Linari”. Purtroppo però Linari è caduto in “disgrazia” e il cartello è stato così tolto. Oggi si ammirano soltanto ruderi".

 

"Fino agli anni ’60 – ha ricordato – vi vivevano circa settanta famiglie dislocate nel territorio. Piano piano, com’è successo in altre frazioni, si sono spostate nei centri cittadini: e Linari è arrivato a spopolarsi, cadendo in rovina. La speranza che tutto sarebbe cambiato è nata qualche anno fa con l’inizio dei lavori di ristrutturazione grazie ad un grande intervento di riqualificazione, ma che purtroppo si è fermato, i lavori si sono interrotti e oggi piange il cuore nel pensare di perdere tanta storia. Noi dell’associazione, sciolta ormai da due anni, abbiamo però deciso di non arrenderci, vogliamo continuare e ci appelliamo alla collaborazione dell’attuale amministrazione comunale e della futura, agli organismi nazionali, pur di riportare alla luce Linari".

 

Per Monsanto c'era Elisabetta Messini: "Monsanto è un paesino di duecento persone sulla collina di fronte a Barberino, con un territorio per lo più coperto da vigneti. Il fulcro del paese gira tutto intorno alla chiesa ed è lì che avvengono i maggiori punti d’incontro. Sotto il piazzale della chiesa c’è una pianta di alloro e in estate le persone si ritrovano lì per andare a veglia, per scambiarsi idee e opinioni. Se l’alloro potesse parlare chissà quante storie potrebbe raccontare, ed ecco che è nata l’idea di scrivere un libro su quei racconti".

 

"A Monsanto esistono varie associazioni – ha ricordato – come “La compagnia di Monsanto” che si occupa di commedie in vernacolo fiorentino e che organizza degli eventi in piazza insieme al comitato del S.S. Crocifisso: una realtà che dagli anni ’50 va avanti e ogni cinque anni viene proposto il “Festone” con eventi religiosi e artistici attorno al Crocifisso. Di recente istituzione c’è la biblioteca chiamata “Il dono” poiché è stata fatta grazie ai libri donati dalle persone sia del paese che dai paesi vicini. E che si occupa di eventi per i bambini".

 

"Sempre parallela all’iniziativa della biblioteca – ha detto ancora – c’è quella dell’orto dove si tramandano le tradizioni. C’è nonno Antonio che insegna ai bambini come ci si prende cura della terra e delle piante. Con Paolo Lazzerini, presidente della “Compagnia di Monsanto” il quale ha la passione di fare filmati, abbiamo realizzato dei cortometraggi e lungometraggi. Inoltre da un’amicizia con il regista di Tignano Riccardo Casamonti attraverso un film è nata “La veglia del terzo millennio”". 

 

Riccardo Bardotti (Sant’Appiano): "Del nostro borgo sappiamo tutto dei pievani che appartenevano alla nobiltà fiorentina, sappiamo tutto dei grandi proprietari terrieri, ma non sappiamo quasi niente delle persone che l'hanno resoun luogo così unico e così apprezzato. Queste persone erano soprattutto mezzadri e piccoli artigiani e non è rimasto quasi nessun ricordo di loro, soltanto a partire dalla fine dell’800 e i primi del ‘900 sono cominciate le foto dove appaiono le loro prime immagini".

 

"Ricordava mio padre – ha continuato Bardotti – che prima della guerra a Sant’Appiano tutte le case erano abitate. Erano famiglie grandi, composte anche da trenta persone: mio nonno, che faceva il calzolaio itinerante, ricordava che spesso alcune famiglie di contadini avevano bisogno di due tavole in cucina per mangiare. Dopo la guerra c’è stato l’abbandono, il mondo dell’agricoltura non garantiva più uno standard di vita sufficiente e quindi le persone sono andate a lavorare a Firenze, Poggibonsi, e Sant’Appiano si è piano piano spopolato".

 

"Uno degli elementi però che è rimasto di unione con il passato e il presente è stata la Confraternita – ha concluso – E racconto volentieri un episodio simpatico di campanilismo che divideva e legava le frazioni: c’è per esempio una fortissima rivalità con Linari, talmente forte che a un certo punto il cimitero che una volta si trovava a Sant’Appiano, a causa dell’acerrima rivalità, fu ricostruito esattamente nel mezzo tra Sant’Appiano e Linari. E se si va a misurare la distanza… è esatta al centimetro. Ma non solo: se si entra all’interno del cimitero si può osservare che dalla parte che guarda Linari sono sepolti solo i linaresi, mentre dalla parte di Sant’Appiano soltanto i sant’appianesi e sarebbe stato un disonore gravissimo essere seppelliti dalla parte sbagliata".

 

A concludere la serata è stata l’“Associazione culturale di Marcialla”, che da dieci anni a livello di volontariato gestisce il Teatro Regina Margherita di Marcialla. Presidente e vice presidente, Sara e Valentina, hanno letto magnificamente degli stralci tratti dal libro riguardanti Marcialla.

 

Durante la presentazione di “Qui son nato io… me ne importa, mi sta a cuore” sono venuti fuori tanti valori: l’attaccamento per il paese di origine, le tradizioni e le specificità, riscoprire vecchi mestieri ancora vivi, così come la voglia di raccontare come era e come è.

 

Così, per conoscere meglio le frazioni, è nata l’idea di un itinerario a tappe organizzato insieme alle associazioni. La prima tappa è stata quella di domenica 6 aprile a Marcialla,

 

Il 12  aprile partenza da Barberino (piazza Mazzini alle 15), con mezzi propri, per andare a Tignano (sosta), Cortine, Olena, Monsanto (sosta… sotto l’alloro…), Linari, Poppiano, Sant’Appiano (sosta). 

 

Il 26 aprile 2014 partenza da Barberino (piazza Mazzini alle 15), sempre con mezzi propri per dirigersi verso San Filippo, Petrognano (sosta), Pastine/Poneta, Vico d’Elsa (sosta agli “affacci” di Vico). Chiusura del percorso.

di Antonio Taddei

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