Da Tavarnelle: “Un ricordo di Michele Russo, il nostro Vescovo africano”

Un legame profondo durante gli stretti rapporti con la comunità ciadiana: dopo la morte, la comunità lo ricorda

BARBERINO TAVARNELLE – Una notizia che ha addolorato moltissimi a Tavarnelle. La morte di monsignor Michele Russo, conosciuto durante il lungo rapporto con il Ciad.

 

A questo proposito riceviamo e pubblichiamo un ricordo collettivo, di tanti della comunità tavarnellina e barberinese che lo hanno conosciuto e apprezzato.

 

Abbiamo conosciuto Michele, che per noi è sempre rimasto il “ Vescovo “ quasi 20 anni fa .

 

Abbiamo potuto conoscere ed apprezzare subito la propria opera di uomo del dialogo, della conoscenza, della promozione dei diritti fondamentali di un popolo impoverito nei secoli da continuo sfruttamento, terribili ingiustizie e guerre.

 

Ma abbiamo conosciuto grazie a lui anche un'Africa che non accetta tutto questo, che si ribella, che si organizza per il proprio riscatto culturale, sociale ed economico.

 

Un 'Africa che ha da insegnare al nord ricco (adesso sempre meno…) valori, sentimenti , amore per gli altri, capacità di stare assieme e fare comunità.

 

Un'Africa consapevole di portare avanti un proprio modello di sviluppo non imposto dall'esterno , capace di prendere in mano il proprio futuro e dove noi siamo semplici compagni di viaggio.

 

Grazie a Michele, al suo profondo amore per il popolo africano che ha insegnato anche a noi ad amare l'Africa e gli africani.

 

Grazie a lui ed alle tantissime attività, progetti fatti assieme nei quali sono stati coinvolti molti partner istituzionali, sociali ed economici, la nostra comunità è cresciuta socialmente e culturalmente, diventando molto più consapevole sulle questioni strategiche del presente, in Italia come in Europa: le diseguaglianze, la lotta alla povertà ed ai meccanismi economici che la generano, il valore dell'accoglienza e dell'inclusione dei migranti.

 

Abbiamo conosciuto e capito le ragioni che spingono migliaia di giovani africani a lasciare il proprio Paese nella ricerca di una vita migliore ed abbiamo capito bene quali sono le chiare e pesanti responsabilità dell'occidente nell'aver impoverito per secoli questi Paesi (tratta degli schiavi, colonialismo) e nel condizionare pesantemente ancora il loro sviluppo continuando a sfruttare le ricchezze e risorse naturali attraverso meccanismi di devastante neocolonialismo economico e finanziario.

 

Tutto questo è stata una straordinaria azione formativa, un formidabile vaccino contro la deriva razzista, xenofoba e di chiusura nelle “piccole patrie".

 

Abbiamo capito che quello che succede in Africa, anche nel lontano Ciad, nella diocesi di Doba ci riguarda direttamente e che abbiamo un destino, un futuro comune.

 

Ci ha fatto capire davvero cosa significa “aiutarli a casa loro" che oggi invece viene ripetuto strumentalmente solo come slogan e senza nessuna azione conseguente.

 

Grazie a Michele abbiamo conosciuto una Chiesa che sa stare davvero dalla parte degli ultimi, che mette la persona al centro della propria azione, che si impegna per il proprio riscatto sociale, che è fortemente impegnata per il riconoscimento dei diritti umani, sociali ed economici di tutte le persone.

 

Grazie Michele, la tua infaticabile attività, ci ha contagiati e siamo irreversibilmente cambiati, sia nella nostra sfera privata, pubblica che religiosa. Cercheremo di continuare a dare il nostro contributo perchè la tua opera continui a vivere e diventi sempre più forte.

 

Stefano Fusi, Sestilio Dirindelli, Giampiero Galgani, Simone Casamonti,

David Baroncelli, Michele Morandi, Giuseppe Guttadauro, Marina Baretta,

Giulia Casamonti, Manola Coccheri, Anna Canocchi, Gianna Magnani,

Angela Mori, Mario Bicchi, Paolo Naldini, Antonio Fusi,

Nicola Fanfani, Francesco Mattonai, Fabrizio Fusi, Vanna Vanni

e tanti altri/e persone che lo hanno conosciuto

 

Dall'intervista a Michele contenuta nel libro “Tavarnelle – Doba : 15 anni di relazioni fra territori, comunità e istituzioni locali"

 

“E poi l’altra questione che abbiamo chiarito subito: annunciare il Vangelo significa annunciare la Parola ma anche fare delle attività. La parola senza le opere non va. Gesù Cristo non ha solo fatto discorsi ma anche interventi a tutti i livelli; è venuto incontro alla gente laddove si trovava, e ha cercato di dare la sua impronta di dare il suo annuncio, la sua testimonianza, con segni nuovi di salvezza.

 

Per andare incontro a questa gente, abbiamo detto che era necessario avere una pastorale d’insieme. Ecco dunque questa unità fra annunzio, opere, servizi dei preti e servizio delle suore. Insomma, ci siamo detti: siamo qui per costruire insieme questa chiesa… . 

 

… Noi abbiamo sempre fatto tutto in assemblea, e l’assemblea era fatta di preti, di suore e di laici. La maggioranza erano laici. È stato così anche quando abbiamo deciso cosa fare del Belacd.

 

C’erano due opzioni: fare del Belacd un gruppo di privilegiati, di salariati con macchina a quattro ruote, con autista, oppure fare un servizio che è per la gente. E invece che avere un mezzo a quattro ruote, averne uno a due ruote, la moto… .

 

Lo scopo di questo rinnovamento era per vedere un po’ come organizzarci anche noi, e capire che tipo di sviluppo vogliamo. Vogliamo lo sviluppo della gente, oppure vogliamo soltanto apparire come questi grandi che passano.

 

La preoccupazione pastorale principale era: se a questo punto di sono dei soldi per dei progetti, la struttura deve costare il 12-14% al massimo e non assorbire il 60-65% delle risorse. Questo è stato davvero un cambiamento radicale del modo di concepire lo sviluppo qui da noi. E dal punto di vista religioso, ci siamo posti nell’ottica che questa chiesa, la dove è presente, sia veramente in contatto con a gente. Quindi questa vicinanza diventa ascolto, diventa incontro, diventa conoscenza.

 

Diventa anche risposta ai bisogni concreti della gente. Risposte che non siano ad un certo punto guidate da fuori, teleguidate dall’Europa, perché è l’Europa che imponeva lo stile dello sviluppo".

di Redazione

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