TAVARNELLE – Un evento importante per il territorio chiantigiano e non solo è la presentazione di un libro davvero speciale. Programmata per domenica 5 ottobre, si terrà presso la pieve tavarnellina di San Pietro in Bossolo, alle 21.
Non si tratta semplicemente di un elaborato scritto, al cui interno si trova peraltro il testo a fronte in inglese, ma anche e soprattutto di una testimonianza documentaria e figurativa della storia del nostro territorio.
E un’immagine suggestiva appare subito in copertina: è l’Eternità, rappresentata da un incisore del Settecento, ispirandosi alla descrizione di Francesco da Barberino. Letterato e giurista locale, egli però si immaginava l’Eternità voltata di spalle: finché siamo umani, non la si può scorgere.
"Non c’era una volta il Chianti" (è questo il titolo del libro scritto da Fabio Toccafondi, in foto) si riferisce al fatto che prima non esistesse il Chianti così come lo intendiamo oggi: c’erano una popolazione e un territorio, ma ben diversi da quelli attuali.
Sono piene di passione le parole dell’autore Fabio Toccafondi, mentre parla del suo libro e dei motivi che lo hanno spinto a scriverlo.
“Ho deciso di dedicarmi a questo progetto – inizia a raccontarci – in quanto sono un collezionista di libri e vecchie carte. Con gli anni mi sono trovato in possesso di diversi documenti sulla Val di Pesa e la Val d’Elsa Superiori”.
“L’ho fatto – dice ancora – anche perché non si perdesse la memoria di tali documenti. Infatti molti riguardano tutta quanta la Toscana, non solo il Chianti”.
“E’ una descrizione – dice a proposito del contenuto del libro – dei modi di vita delle persone e della loro evoluzione, in un arco temporale che va all’incirca da metà Cinquecento agli anni '50 del secolo scorso”.
Lo fa, dice ancora, “passando attraverso la rivoluzione effettuata da Pietro Leopoldo I di Toscana, nella seconda metà del Settecento. Per arrivare poi alla dissoluzione della mezzadria, avvenuta nel Secondo Dopoguerra.”
“In particolar modo – spiega l’autore di “Non c’era una volta il Chianti” – si parla della figura dei contadini, che costituivano qui la maggioranza della popolazione, e delle loro pessime condizioni di vita e abitative”.
“Infatti – evidenzia – la mezzadria, pur essendo un contratto societario, era sostanzialmente un asservimento al padrone e al fattore. Nata nel XIII secolo, è rimasta in vita fino alla Seconda Guerra Mondiale”.
“Inoltre in Toscana – prosegue – ogni tre anni, fino all’Ottocento, c’era la carestia. E’ addirittura attestato, in un diario inedito di una famiglia benestante, un caso di cannibalismo tra bambini, verificatosi mentre la madre era uscita a comprare il pane”.
E' un piacere ascoltarlo: “La carestia è registrata anche nel cronico dei frati di Badia, costretti a vendere gli oggetti d’argento della sacrestia per far sì che i moltissimi contadini al loro servizio potessero sopravvivere”.
“Tutto ciò – conclude Fabio Toccafondi – andò avanti finché Pietro Leopoldo, arrivato in Toscana a soli vent’anni, intervenne a favore dei contadini nel contratto di mezzadria e dette un contributo a fondo perduto a chi facesse abitazioni in muratura”.
di Noemi Bartalesi
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