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lunedì 5 Dicembre 2022
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    Il 4 dicembre presidio e corteo: dall’azienda fino all’Autopalio. C’era anche il “Gazzettino”

     

     

     

     

     

     

     

     

    Piove sul bagnato sulla Carapelli Firenze. Piove sulle teste dei cento dipendenti dell'oleificio tavarnellino, riunitisi fuori dallo stabilimento la mattina di martedì 4 dicembre, sotto una pioggia torrenziale, per scioperare contro la messa in mobilità di 28 dipendenti (17 a Tavarnelle, 11 nello stabilimento di Inveruno, Milano). E per chiedere ad alta voce una risposta dalla proprietà in merito alla ventilata possibilità di chiusura degli impianti italiani a favore di un'esportazione totale della produzione in Spagna.

     

    Il 13 dicembre prenderà il via la trattativa sindacale con la Deoleo S.A, multinazionale agroalimentare proprietaria dei prestigiosi marchi oleari Carapelli, Bertolli, Sasso.

     

    Nel frattempo, si sciopera: armati di striscioni, bandiere e fischietti i dipendenti hanno sfilato lungo via Benvenuto Cellini, fino ad arrivare al ponte sull'Autopalio. Scortati dalle forze dell'ordine, guidati dai sindaci di Tavarnelle (Sestilio Dirindelli), San Casciano (Massimiliano Pescini) e Barberino Val d'Elsa (Maurizio Semplici). E dai rappresentanti sindacali dell'Rsu e di Flai-Cgil e Fai-Cisl.

     

    Il sindaco di Tavarnelle Dirindelli ha espresso la vicinanza dell'amministrazione ai lavoratori e lanciato un messaggio duro alla direzione di Carapelli: “Siamo molto preoccupati. Quello che è certo è che avviare all'improvviso 28 procedure di mobilità senza aver prima avuto un incontro con i rappresentanti sindacali e con le istituzioni che rappresentano queste comunità, è un fatto grave. Così non si fa. Spero che l'incontro del 13 possa portare al ritiro dei provvedimenti e all'avvio di un confronto che credo e spero possa essere proficuo per voi e per i lavoratori di Inveruno”.

     

    L'atmosfera è serena ma lo spauracchio di un possibile licenziamento nel giro di due mesi, e quello ancor più grande, della chiusura totale, rende gli animi inquieti. “La nostra paura è che la mobilità di queste 28 persone sia solo un inizio – dice Stefano Pianigiani, operaio nel settore manutenzione – abbiamo quasi la certezza sull'intenzione di smantellare”.

     

    “La cosa che fa più rabbia – dice – è che se si guardano gli utili di Carapelli (34 milioni nel 2011, interamente assorbito da Deoleo, fortemente indebitata con le banche spagnole) siamo un'azienda che va più che bene sul mercato, produciamo 80 milioni di bottiglie d'olio all'anno”.

    Quantità che fa di Carapelli il maggior produttore italiano di olio extravergine d'oliva.

     

    “Sono in Carapelli da 25 anni, ma male così non era mai andata”, spiega Monica Crini, grevigiana di 45 anni,  responsabile del settore export. “Non so come andrà a finire, mi dispiace per me, per i colleghi e per l'azienda. C'è il rischio che un pezzo d'Italia, una forza consistente del settore agroalimentare, venga perso senza colpo ferire”.

     

    “Io sono una candidata alla mobilità”, dice Daniela Rossi, impiegata di 55 anni, di cui 38 passati a lavorare per Carapelli. Ci spiega che le figure professionali a rischio sono tutti impiegati o venditori. Tra le mani tiene uno striscione con scritto “Oggi 28 persone”. “Domani la produzione?”, recita quello successivo.

     

    “La mia più grande paura è che ci portino via questo marchio dal nostro territorio”, continua Daniela. “Si respira incertezza in azienda, non si capisce cosa voglia fare questa proprietà spagnola, anche perché noi si lavora tanto nonostante la crisi”.

     

    Prima di abbandonare il presidio sulla superstrada e fare ritorno in azienda, un operaio prende il microfono, i colleghi lo chiamano “Cobra”. Dice che la battaglia è appena iniziata e che sarà lunga. Nonostante tutto però, tutti insieme devono rimanere una grande famiglia unita anche nelle difficoltà, come sono sempre stati. In barba alla finanza e alla pioggia che non dà tregua.

    di Andrea Alfani

    © RIPRODUZIONE RISERVATA

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