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giovedì 6 Ottobre 2022
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    A scriverla Giuseppe Aglietti: “La deriva di una festa diventata ormai ipertrofica”

    IMPRUNETA – Giuseppe Aglietti è uno di quegli imprunetini che non sono mai stati teneri nei confronti delle due grandi manifestazioni che fra settembre e ottobre rimescolano tutto il tessuto del paese, la Festa dell'Uva e la Fiera di San Luca.

     

    Le dimissioni di Luca Gasparri (presidente) e Alessandro Bonini (responsabile della sicurezza) dall'Ente Festa dell'Uva lo hanno portato a scriverci una lunga lettera. Che riceviamo e pubblichiamo.

     

    "Le motivazioni delle dimissioni dei due pilastri della Festa dell’'Uva, il presidente dell’'Ente Luca Gasparri, e del responsabile della sicurezza ingegner Bonini, rivelano i gravi problemi che affliggono da anni la festa alla quale una parte di Impruneta ha affidato la propria identità.

     

    Queste criticità erano evidenti a tutti seppur negate recisamente. Una mia analisi di qualche anno fa, ne indicava molte fra le quali quelle evidenziate da Gasparri. L’'ampia diffusione che ne feci allora riscosse sberleffi, moti di indignazione e talvolta contumelie.

     

    Eppure se fosse stato accettato qualcuno dei suggerimenti avanzati in quella occasione, forse non si sarebbe arrivati al punto in cui siamo ora. Ne riporto la sostanza.

     

    Parlare della Festa dell'Uva e dei rioni in modo sereno e razionale è oltremodo difficile. C'’è chi si avvolge nella mistica dell’'imprunetinità che tutto chiede ai devoti e niente concede agli infedeli e chi si concentra, con puntigliosa acrimonia, sui disagi che l’'interminabile caciara notturna infligge ai residenti del capoluogo.

     

    L'’unico punto di ’accordo è la lapidazione dell'’amministrazione, accusata di far mancare, agli uni il sostegno e agli altri la tutela. Come spesso succede in questi casi, tutti hanno ragione, almeno in parte. I primi, in forza dei numeri, rivendicano una funzione di socializzazione che le istituzioni e i partiti ormai trascurano; gli altri, in forza della legge, esigono il rispetto del diritto alla salute e al riposo e il diritto a “non partecipare”.

     

    Che il numero spesso prevalga sul diritto non è sorprendente. Il punto di equilibrio poteva essere trovato se l'’amministrazione, nel tempo, avesse concordato e, se del caso, imposto delle regole equilibrate e intrapreso azioni concrete per incanalare l’'ipertrofia festaiola e ammorbidire le rabbiose ostilità.

     

    Sembra però a molti che l’'amministrazione, forse diffidente verso un’'organizzazione concorrente, si sia limitata a un infastidito impegno avvolto nella consueta retorica dell'’aggregazione.

     

    La forza aggregante dei rioni, la capacità di mobilitazione dei rioni è indubbia. Nessun altro riesce, a richiamare così tanti giovani. Nel rione si mangia, si beve, si urla, si trova il fidanzato o, più modernamente, si rimescolano le coppie. Le mamme guardano le proprie bambine ballare, i vecchi criticano i lavori e tutti tifano per il rione scelto e sfottono i rivali.

     

    L’'aggregazione però non è un valore in sé, positivo o negativo. Lo è se promuove la coesione sociale cioè la solidarietà. Talvolta le persone si uniscono sin dall'’inizio attorno a ideali o a finalità di promozione sociale. E’ il caso delle confraternite religiose, delle associazioni culturali e di volontariato, e dei partiti.

     

    Altre aggregazioni non hanno fini specifici o li hanno persi come nel caso della Festa dell’'Uva, nata per esaltare il lavoro rurale in un’'economia corporativa. In questi casi ci si riunisce per il piacere di stare insieme e divertirsi, senza altri scopi “superiori”. Divertirsi insieme fa indubbiamente crescere la comunità.

     

    Da attività spontanee potrebbero sorgere iniziative culturali, assistenziali, solidali, economiche e, perché no, politiche che tutte hanno bisogno di un ambiente dinamico per affermarsi. Aggregazioni come queste soddisfano il bisogno di appartenenza e di identità che altri riferimenti – la politica, il sindacato – non sempre danno. E, semmai, frustrano.

     

    Così si diviene “militanti” e si tifa per il proprio rione. Questo spiega in parte il successo della festa. E’' cosa buona e giusta purché il desiderio d’'appartenenza non crei “nemici” come spesso succede nel calcio.

     

    Il vuoto lasciato dall’'arretramento delle altre organizzazioni sul territorio, è riempito dai rioni che si sono espansi tramite attività ludiche non richiedenti particolare impegno da parte dei partecipanti, ma tutte basate sulla convivialità, sull'’onda dell’'attuale moda dei raduni serali più o meno “liquidi”.

     

    I segnali di disagio, così come succede negli affari, una forte crescita porta in sé i germi di guai a venire. Alcuni segnali di disagio dovrebbero far riflettere sulla necessità di adottare azioni d’indirizzo, di sostegno e di sviluppo della festa per impedirne il deragliamento verso una movida permanente e per salvaguardare gli spazi privati di chi non è interessato a partecipare.

     

    Il rischio di un’'implosione della festa sotto il proprio stesso peso, è reale. Questi segnali provengono dai responsabili dei rioni che lamentano di essere stretti fra norme di legge sempre più restrittive, spazi insufficienti e inadatti, esigenze finanziarie ingestibili, attrezzature inadeguate, responsabilità civili e penali inquietanti; tutto ciò nell’'apparente strascicare di piedi dell’'amministrazione.

     

    I rionali più vecchi s’'interrogano sull'’incerto ricambio di volontariato per lo scarso impegno lavorativo dei giovani a fronte di sempre più numerose iniziative, gli ambientalisti denunciano lo sfruttamento del fragile territorio e la produzione di montagne di rifiuti inquinanti. I residenti deplorano il fastidio delle attività di autofinanziamento che ormai si succedono ininterrottamente ogni notte e che, per di più, attirano personaggi estranei, difficilmente gestibili dai rionali.

     

    Da parte sua, il Comune cerca di tagliare le risorse finanziarie e umane impegnate nella festa che l’'amministrazione non riesce a rendere funzionale allo sviluppo della zona. D’'altronde, a ben guardare, la festa coinvolge una parte minoritaria del comune cioè il solo capoluogo restandone esclusi gli abitanti delle frazioni che sono in netta maggioranza.

     

    Come siamo arrivati là dove siamo? La decisione di permettere la costruzione di carri di cinque metri per nove, in sostanza la superficie di un bilocale, è probabilmente all’'origine della deriva ipertrofica della festa.

     

    Le conseguenze di questa sciagurata decisione sono molte. Le dimensioni sono quelle massime possibili per non incastrarsi nelle strette strade del paese. In realtà le dimensioni imponenti dei carri costituiscono, in primo luogo, un ostacolo all’'individuazione dei nuovi siti dei cantieri.

     

    Poiché le provinciali sono le uniche strade agibili, sempreché non troppo ripide o tortuose, i cantieri devono essere collocati in prossimità di esse. Gli spazi dovrebbero essere grandissimi e in piano. Inoltre, le strade di accesso alle piazze devono essere ripulite da qualsiasi ostacolo per un’altezza di dieci metri per consentire il passaggio dei carri.

     

    La conformazione urbana, oltre a rendere difficile la localizzazione delle sedi rionali che, con logica ferrea, sono state piazzate in mezzo alle case, pone anche dei seri problemi di sicurezza.

     

    Gli enormi carri devono infatti percorrere una strada che, con una curva a gomito, precipita verso la chiesa e poi verso la piazza inferiore. Tutto ciò in mezzo alla folla e con un folto carico umano aggrappato alle sovrastrutture.

     

    Il controllo di sicurezza è sicuramente fatto da persone competenti ma, in queste condizioni, il limite di sicurezza dovrebbe essere fissato a livelli elevatissimi e assistito, forse, da sofisticate analisi strumentali dei materiali.

     

    Viareggio ci insegna che invisibili microfratture negli assali, nei giunti, non rilevabili dai controlli a vista, possono causare drammi. Dopo tutto, i carri sono lasciati da decenni alle intemperie. Problemi di sicurezza si affacciano anche nelle fasi di costruzione e smontaggio. Gran parte del lavoro è svolto probabilmente da artigiani o operai esperti o appaltati a ditte esterne, ma la commistione con volontari inesperti è sicuramente rischiosa specie se le norme sembrano ad occhi inesperti solo parzialmente osservate (caschi, imbracature, vestiario di sicurezza).

     

    L'’altezza dei carri che può superare i 6/8 metri, aumenta sensibilmente il rischio per chi lavora a tali altezze. Senza contare che alcuni cantieri non sorvegliati sono permeabili alle incursioni di ragazzi che possono sempre trovare il modo di farsi male. E’ il caso del cantiere davanti alle scuole e dei carri abbandonati nella stessa piazza, dopo la parata.

     

    La funzione degli stessi carri non è più quella di sfilare fra la gente in un divertito scambio di uva, scherzi, lazzi e battute fra figuranti e folla com’era una volta, ma è quello di fornire un fondale, una scenografia a lunghi spettacoli para televisivi di fronte a un pubblico pagante. Prova ne è che spesso i carri sono decorati da una sola parte come quinte di teatro.

     

    Lo spazio per il popolo non c’'è più, compresso dalla stazza dei carri e dal palcoscenico dei figuranti e danzatori. Forse non si può fare altrimenti, ma è bene tenerlo a mente. Il gigantismo dei carri e la complessità scenografica hanno dei costi molto elevati. Non si utilizzano più arredi presi a prestito da fattorie e case private, ma spesso le costruzioni sono fatte da terzisti e appaltati a ditte esterne con grande spreco di polistirolo, fibre artificiali, plastica, legno ricostruito e, di recente, olio da macchina.

     

    L'’uva resta come retro pensiero in sostituzione della vernice. I costi sono andati alle stelle con due conseguenze: la prima è la ricerca spasmodica di introiti che ha spinto i rioni a improvvisarsi ristoratori e "publicans" cioè tenutari di pub o baristi. La seconda conseguenza è che la complessità degli allestimenti, i tempi di attesa delle consegne dei semilavorati e, soprattutto, la necessità di somministrare cibo e bevande il più a lungo possibile per coprire il fabbisogno finanziario, dilatano i tempi di permanenza dei cantieri o delle sue propaggini a più di due mesi.

     

    Non occorre molta fantasia per immaginare i fastidi che infliggono ai residenti e i mal di pancia, ancorché nascosti, degli operatori del settore ristorazione. L’'amministrazione dice di non poter aiutare finanziariamente i rioni e, in contropartita, sembra lasciare mano libera agli stessi per iniziative purchessia. Ma cosa bisogna fare?

     

    La forza d’'inerzia generata dal consolidamento di interessi, passioni e aspettative, è tale che qualsiasi intervento sulla Festa dell'Uuva è difficile e rischioso. Provvedimenti avventati potrebbero acuire i problemi oppure soffocare la vitalità dei rioni. L’'eccesso di regolamentazione è pernicioso quanto l’'assenza di regole.

     

    Istituzionalizzare i rioni li trasformerebbe in aziende con conseguenti obblighi fiscali, contabili e societari e farebbe far loro la fine di molti altri centri sociali come i circoli, le case del popolo, le associazioni ricreative. E’ anche per questa ragione che non è consigliabile ingrandire oltre un certo limite le attività dei rioni e renderle permanenti o semi permanenti.

     

    Usando un logoro linguaggio televisivo, i nodi da sciogliere sono i seguenti: • la ricerca di nuovi siti per i rioni e per i cantieri, e la conseguente riduzione dei disagi per i residenti, la costruzione delle sedi e il loro finanziamento • la realizzazione dei carri e la copertura dei costi, la destinazione delle attività rionali a fini sociali e per lo sviluppo economico

     

    A monte di tutto ciò sta l'’individuazione delle dimensioni ottimali della festa nei suoi vari aspetti. La popolazione coinvolta nella Festa dell'Uuva è quella del solo capoluogo sebbene la fidelizzazione al suo interno sia notevole. Si tratta quindi di poche migliaia di persone su un totale di 14.000 abitanti del nostro piccolo comune.

     

    Giovani dalle frazioni e dei comuni vicini partecipano “passivamente”, usufruendo solo dei pub. Gli spettatori della sfilata si aggirano su tre o quattro mila di cui solo una parte è forestiera (non del paese). Incrementare questi numeri è difficile perché la capienza della piazza è modesta e già gli spettatori sono costretti ad aggrapparsi a malfermi arredi urbani per vedere qualcosa.

     

    Questa pedante lista non è finalizzata a sminuire l'’importanza della festa, ma serve a individuare le dimensioni dell’'ambiente che la contiene e delle risorse disponibili. Comunque siano ripartiti i proventi della sfilata e degli ambulanti, è già grasso che cola se riescono a coprire il costo delle tribune, della pulizia e dei servizi riguardanti l’allestimento della sfilata.

     

    Pur in assenza di notizie contabili, è da ritenere che ogni anno i rioni debbano tirar fuori attorno a 180/200 mila euro complessivamente dalle cene di finanziamento, dai pub e dai gadget firmati. Nel conteggio non sono ovviamente contabilizzate né le risorse umane comunali (operai, vigili, impiegati) né il lavoro volontario.

     

    Lo strascicamento interminabile delle operazioni di ripristino del paese e di smontaggio dei carri e dei cantieri dopo la festa, sembrerebbe indicare una acuta mancanza di risorse umane disponibili per l’'uno e per l'’altro.

     

    La carenza trasforma il paese e, in particolare Piazza Nova, in indecente discarica e immondezzaio per molte settimane. Occorre a questo punto domandarsi se la comunità del capoluogo imprunetino possa sostenere indefinitamente il drenaggio di risorse umane e finanziarie per mantenere in piedi la festa a questo livello, in un ambiente problematico.

     

    Non solo c’è solo il rischio di un naturale allentamento dell’'entusiasmo a fronte di richieste d'’impegno personale ed economico sempre maggiori dettate anche da vincoli crescenti, ma c’'è anche l’urgenza, da tutti riconosciuta, di trovare sedi permanenti e “a norma”.

     

    Il trasferimento e l’'allestimento di nuove strutture permanenti sono operazioni molto costose, non finanziabili facilmente né dal Comune né dai rioni. La stessa individuazione dei terreni è ardua; ognuno dei siti deve essere di almeno mille metri quadri, in piano o quasi, vicino al centro ma distante dalle abitazioni, con largo accesso alle provinciali le quali dovrebbero essere sufficientemente larghe e non troppo ripide.

     

    Ma non basta. Il sito deve includere o essere adiacente ad ampio parcheggio. E’ evidente che chi possiede un tale terreno, vuole costruirci sopra o venderlo come terreno edificabile. Persino il Comune cerca di vendere gli unici terreni che sarebbe adatti allo scopo (parco pubblico dei Sassi Neri e parcheggio di via Roma)!

     

    Per complicare le cose, ogni sede deve installarsi nel rispettivo rione. Lo spazio coperto per ognuna delle quattro sedi sarebbe, secondo uno studio preliminare, di circa 230 metri quadrati (cucina, officina, sartoria, magazzino, servizi, sala riunioni e amministrazione, vano tecnico) cui dovrebbe aggiungersi un portico per le cene, della stessa misura.

     

    Al costo della costruzione che dovrebbe tra l’altro soddisfare le norme urbanistiche e di sicurezza, e i vincoli paesaggistici, si dovrebbe aggiungere la spesa per gli impianti di illuminazione, idrico, raccolta e smaltimento servizi, recinzione del perimetro con accesso serrabile e parcheggio auto per i rionali.

     

    Una struttura del genere, seppur prefabbricata, al prezzo di mercato, difficilmente costerebbe meno di € 500.000 euro. Basti pensare che il previsto centro per il calcetto che non ha bisogno di parcheggio e di loggia, assorbirebbe molto più di 1 milione di euro, almeno secondo il bando di gara.

     

    Nessuna banca potrebbe finanziare un'’impresa del genere anche ammettendo che il rione fosse davvero in grado di provvedere all’'ammortamento del prestito. L’'amministrazione, come già detto, è fuori gioco poiché non è immaginabile che un comune che manca di tutto possa spendere due milioni di euro per finanziare sedi rionali che interessano una parte minoritaria della popolazione (il capoluogo). Patto di stabilità a parte.

     

    Un’'altra Festa dell’'Uva è possibile? Da quanto detto, la prima cosa da fare per ottimizzare le risorse è di rivedere il format attuale per renderlo compatibile con le risorse finanziarie e umane disponibili.

     

    E'’ stato volutamente utilizzato un termine televisivo: format, per rilevare che la festa ha assunto nel tempo le caratteristiche di uno spettacolo di varietà televisivo. Questa passata intuizione ha fatto la fortuna della festa che, diversamente da molte altre sagre, si è sviluppata parallelamente all’'affermarsi della TV.

     

    E'’ peraltro evidente che la festa, seppur dimensionata, non può essere stravolta. E’ indispensabile mantenere gli elementi essenziali cioè la competizione, il lavoro volontario e la partecipazione attiva del pubblico. Recuperare appieno il lavoro volontario per la costruzione dei carri farebbe, in un certo senso, ritornare alle origini la festa che, nel frattempo, si è invece orientata verso l’'utilizzazione quasi esclusiva di artigiani specializzati, interni e esterni, e di imprese del settore.

     

    Ovviamente il coinvolgimento di volontari “generici” imporrebbe la semplificazione e il ridimensionamento dei cantieri, ma consentirebbe la partecipazione attiva dei più giovani attualmente relegati alla mansione di finanziatori- consumatori.

     

    L'attuale format di spettacolo separa i ruoli dei partecipanti alla festa: gli attori che si esibiscono e il pubblico che assiste passivo nel ruolo di spettatore, confinato nel recinto delle gradinate. Se festa popolare e comunitaria deve essere, occorrerebbe recuperare, in qualche modo il ruolo del pubblico legandola al contenuto della festa (uva, vino e olio).

     

    La strada “artistica” da intraprendere per adeguare la festa non può che originarsi dall’interno dei rioni i quali dovranno deporre momentaneamente le armi per trovare soluzioni nuove. Non mancano certo persone con idee e gusto.

     

    In ogni caso, il fine ultimo dei cambiamenti è di ridurre drasticamente i costi cercando di mantenere alta la partecipazione della gente e il livello della manifestazione. Si potrebbe, per esempio, fissare il tema comune di ogni singola edizione in modo da consentire un giudizio più oggettivo sulle diverse capacità realizzatrici dei rioni.

     

    Naturalmente i cambiamenti dovranno essere graduali e resi allettanti da sistemi premianti appositamente concepiti. I regolamenti della sfilata dovranno tendere a ridurre gradatamente le dimensioni dei carri e lo spreco dei materiali, incentivando piuttosto l’'innovazione. Inoltre, i regolamenti devono essere fatti rispettare sempre e puntigliosamente.

     

    Quanto alle nuove sedi, vista la situazione, bisognerebbe osare soluzioni nuove. La moltiplicazione per quattro di ogni cosa rende improponibile la soluzione ottimale prima descritta. Si potrebbe però mettere in comune alcune strutture e/o utilizzare spazi pubblici in collaborazione stretta con l’'amministrazione.

     

    E’' evidente che operazioni del genere non possono concretizzarsi se non promosse e guidate dal sindaco che è la sola autorità in grado di esercitare il ruolo di leader e di imporre le soluzioni che emergeranno. Una questione di questa importanza non può essere delegata a nessun altro, per quanto competente. I mediatori non servono a nulla in questa fase! Le scelte devono essere spiegate, condivise ma anche implementate.

     

    D'altra parte i rioni dovranno sforzarsi ad esprimere o a continuare a esprimere responsabili sensibili alla crescita del paese. Conoscendo le persone che gravitano attorno a queste associazioni non dovrebbe essere così difficile. Contestualmente alla ricerca della soluzione più adatta e meno invasiva è d'’uopo inventariare le risorse di lavoro volontario, materiali e sponsorizzazioni dei rioni e le risorse dirette rese disponibili dall'’amministrazione e quindi quantificare il fabbisogno economico e finanziario residuo.

     

    A questo punto è compito dell'’amministrazione verificare i contributi ottenibili a livello pubblico (Provincia, Regione, Comunità Europea) e ricercare finanziamenti da enti e fondazioni. Il sindaco inoltre, direttamente e tramite l'’amministrazione, dovrebbe diventare garante del corretto svolgimento di tutte le attività e della tutela effettiva dei residenti.

     

    A meno che non si preferisca tenere il fiato sospeso in attesa di qualche grave incidente durante una delle molteplici attività rionali o a margine di queste. Quello che è accaduto durante la sfilata alla “panchina”, dovrebbe far riflettere, e molto… .

     

    Parallelamente alla riduzione dei costi, il comune dovrebbe creare delle disponibilità per rilanciare la festa come marchio del paese. Per far questo i rioni dovrebbero essere utilizzati come veicolo di molte delle iniziative promozionali del paese siano esse a carattere economico o culturale.

     

    Non basta proclamare negli atti ufficiali la centralità socializzante della festa ma occorre, nella pratica, dare ai rioni alcune responsabilità nel campo della promozione pubblica e assisterli da vicino nelle loro attività.

     

    E'’ anche il modo migliore per mantenere le loro attività nei binari della convivenza. Ovviamente al marchio dovrebbero poi corrispondere dei prodotti e dei servizi da vendere! Il lungo processo di adeguamento della festa dovrebbe dunque seguire questo percorso: • Il sindaco promuove la costituzione di un comitato di responsabili dei rioni, da lui (o lei) diretto per valutare la situazione sia dal punto di vista organizzativo che economico finanziario. •

     

    All'’interno dei rioni, i rispettivi presidenti incaricano tre o quattro saggi per avanzare proposte sia per ridurre i costi di allestimento dei carri che per pianificare il contenuto del sito o dei siti di insediamento.

     

    Ogni proposta dovrà essere corredata da piani economici e finanziari e da una tempistica. • L'’amministrazione individua le risorse a disposizione per le varie attività da affidare ai rioni e per l'’allestimento del sito e dei siti, dopo aver ovviamente fissato il luogo o i luoghi d’'insediamento. •

     

    Si adotta un piano di massima i cui progressi vengono verificati più volte l’anno. Questa è una prima presa d’atto dei problemi. Sarebbe bene che tante altre osservazioni si aggiungessero in modo da avere tanto materiale da discutere e tante idee da verificare. Fra queste potrebbe emergere quella giusta!

     

    Giuseppe Aglietti

    di Redazione

    © RIPRODUZIONE RISERVATA

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