Impruneta, paese che muore… grazie ai cittadini

Caro direttore,

 

Gli animali e le piante che non si adattano ai cambiamenti dell’ambiente sono destinati all’estinzione; lo stesso vale per i corpi sociali e le culture. Gli imprunetini però non sembrano interessati a cambiare in quanto si ritengono praticamente perfetti, ciò che li spinge a rifiutare ogni idea nuova o contrastante e qualsiasi ipotesi di sviluppo che li metta in competizione con gli altri.

 

Purtroppo si accavallano molti segnali che indicano un inesorabile declino: il cotto è in crisi permanente e affonda in un mare di chiacchiere e di sospetti, gli artigiani emigrano in territori più ospitali,  i bottegai chiudono l’uno dopo l’altro non riuscendo a fare sistema, le scuole scendono a valle portando via indotto economico e attrattiva residenziale.

 

Molti (o tutti?) i centri decisionali del Comune potrebbero presto spostarsi a Bagno a Ripoli. Anche il turismo, vocazione primaria del territorio, langue in assenza di strutture di qualità e itinerari museali e paesaggistici, o semplicemente di quiete; solo i campeggi che servono Firenze puntellano le statistiche ma soltanto quelle.

 

Non c’è bisogno di grandi analisi socio-economiche: basta guardarsi attorno per vedere un paese sciatto, mal curato, con strade miserevoli, discariche dappertutto specie nei boschi, edifici (semi) pubblici cadenti da decenni, posteggi insufficienti e utilizzati per altri scopi, arredi e giardini in abbandono, traffico non disciplinato e caciara notturna (e diurna) da periferia degradata. Nemmeno le feste identitarie stimolano la crescita del capoluogo.

 

La fiera è un nostalgico tuffo in un mondo contadino ormai sepolto, con stracchi riti che sembrano celebrati solo per giustificare le giostre e l’affitto del suolo pubblico. La festa dell’uva, invece di aggregare nella spensieratezza e nel rispetto di tutti, sta diventando un campo di battaglia di ruggini personali e beghe pseudo politiche.   

 

Per soprammercato semplici confronti con i paesi vicini rendono ancor più evidente quello che manca nel nostro paese e che dovrebbe esserci: scuole moderne, impianti sportivi, giardini pubblici, piste ciclabili e passeggiate nel verde, depuratori, alberghi di livello, sale pubbliche, circonvallazioni e parcheggi, centro-paese pedonale e commerciale, mostre, monumenti e musei (aperti), esposizioni permanenti del cotto, aree per il  folklore locale ecc.

 

Le speranze di un’inversione di tendenza non sono molte. Qualsiasi cambiamento richiede una passione o una convinzione talmente forti da superare l’inerzia e presuppone uno spirito di collaborazione e di partecipazione di tutti.

 

Di ciò non v’è traccia né nella ripetitiva politica locale fatta di rancori e di piccoli interessi né nei discorsi della gente ondeggianti fra inutili mugugni e rivendicazioni di improbabili superiorità culturali o comunitarie.

 

La passività supponente degli abitanti non dipende da cromosomi difettosi, ma è frutto del pluridecennale distacco della popolazione dalla gestione della cosa comune. Ormai cessata l’opera di educazione alla politica svolta dal vecchio PCI e, in una certa misura, dalla DC, le decisioni vengono prese dai loro eredi  in ristrette e fumose stanze all’insegna del “meno siamo e meglio stiamo”.

 

Malgrado che alla Leopolda lo spirito vivificatore di Renzi sia sceso sulle teste dei discepoli, il verso non è cambiato a Impruneta. Anzi, le decisioni prese in nome del popolo non gli vengono più comunicate se non a cose fatte. E’ questo il caso della presunta “emergenza scuole” e dell’unione con Bagno a Ripoli, decisa in fretta e alla chetichella: un ben strano modo di intendere la partecipazione.

 

Speriamo che queste mie note, forse troppo pessimiste, stimolino una qualche riflessione o un dibattito vero piuttosto che le solite inutili contumelie. 

 

Cordiali saluti

di Giuseppe Aglietti

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