Parafrasando l’incipit de “Il Manifesto” di Carlo Marx si potrebbe dire che “uno spettro si aggira per la Toscana” e, più precisamente, per i territori rurali della Toscana.
Si tratta del PIT (acronimo di “Piano di Indirizzo Territoriale”), meglio conosciuto come “piano paesaggistico”, recentemente approvato dalla Regione Toscana ed attualmente in fase di pubblicazione.
Si tratta di circa 3.000 pagine di analisi e di prescrizioni.
I cittadini toscani dovrebbero leggerlo, metabolizzarlo, e, eventualmente, presentare le loro osservazioni entro e non oltre il 29 settembre.
Una prima osservazione di metodo: non si può scaraventare da un giorno all’altro sui cittadini toscani e sulle imprese toscane un lavoro enciclopedico che chissà quanto tempo ha richiesto per essere confezionato e poi pretendere che coloro che ne subiranno gli effetti, nel bene e nel male, lo imparino a conoscere e ne valutino l’effettiva portata in un mese.
Siccome penso che l’estensione di questo insieme di documenti assai articolati e complessi abbia richiesto non mesi, ma anni di lavoro, io sono dell’idea che la Regione Toscana debba concedere ai toscani un tempo congruo per capire di cosa si tratta e per avanzare eventuali controproposte.
Non chiedo anni, ovviamente, ma qualche mese in luogo di qualche giorno.
Perché il PIT tocca nervi sensibili e inciderà sulla vita e sull’economia dei toscani e della Toscana.
E’ un lavoro che ha richiesto anni, non credo che aspettare qualche mese in più sia la fine del mondo.
Ci vuole tempo per capire, per riflettere e per valutare gli effetti di norme che avranno una ricaduta sui cittadini e sulle imprese nei prossimi anni.
Ogni territorio ha le proprie caratteristiche ed i propri problemi.
Noi siamo il Chianti.E il Chianti è il paradigma della Toscana, se non dell’Italia intera. E il Chianti non è solo dei chiantigiani e dei toscani.Il Chianti è un patrimonio dell’umanità.
Per quel mix di paesaggio, di ambiente, di storia, di cultura che hanno fatto di questa terra una delle aree più famose e più ambite del mondo.
Quando si parla di Chianti non si parla solo ai chiantigiani, ma si parla al mondo intero.
Il mondo intero ci guarda, per il mondo intero noi siamo un esempio di simbiosi tra uomo e natura, tra città e campagna, tra passato e presente, tra agricoltura e turismo.
Come chiantigiani siamo consapevoli che dobbiamo difendere e conservare questo patrimonio, il patrimonio materiale, rappresentato dall’ambiente e dal paesaggio, ed il patrimonio immateriale, rappresentato dalla cultura e dalle tradizioni.
Come chiantigiani siamo consapevoli che il futuro di questa terra è fortemente ancorato al suo passato. Ma, proprio come chiantigiani, non possiamo pensare di “ingessare” il Chianti.
Perché il Chianti è sempre stato nei secoli un “work in progress”, grazie all’uomo ed al suo lavoro paziente, tenace ed intelligente che ha plasmato il territorio.
Il Chianti di oggi è l’evoluzione del Chianti di ieri. Il Chianti di domani sarà l’evoluzione intelligente del Chianti di oggi. Nulla rimane statico e, se rimane statico, è destinato a morire. Il Chianti vive se trova dentro di sé le risorse per vivere.
E per vivere ha bisogno di produrre qualità, nel vino, nell’olio, nel turismo e nel paesaggio.
Cinquanta anni fa, con l’abbandono delle campagne, abbiamo corso il rischio di un declino irreversibile del Chianti.
Se abbiamo evitato quel declino e, per dirla con Vasco, se “siamo ancora qua”, è grazie ai cambiamenti che il Chianti ha saputo adottare, sviluppando la coltura specializzata della vite in luogo delle colture promiscue e dell’agricoltura di sussistenza che lo avevano caratterizzato per secoli.
Nessuno meglio dei chiantigiani sa che non esiste futuro per il Chianti se noi dilapidiamo la nostra risorsa principale e non rinnovabile che è costituita dal paesaggio.
Un paesaggio fatto di colline, di boschi, di vigne, di olivi, di cipressi, di strade bianche, di case coloniche, di pievi, di borghi e di castelli.
Il PIT si prefigge ovviamente finalità nobili e assolutamente condivisibili. Ma è su come raggiungerle, queste finalità, che nascono i problemi. Le leggi, per essere applicate e rispettate, devono essere poche, semplici e chiare.
Ma, mi chiedo, è possibile normare per legge la perpetuazione della bellezza di un paesaggio ricco e complesso come quello del Chianti?
Penso che sia difficile, se non impossibile. Perché la legge deve per forza di cose limitarsi ad affermare principi di ordine generale.
Non può scendere nei dettagli, non può invadere il campo dell’impresa, non può limitare la libertà d’impresa.
La legge non può decidere se un imprenditore debba continuare a fare il vino oppure debba darsi alla pastorizia.
Chi conosce il Chianti sa che il 50% per cento del territorio è coperto dai boschi, sa che i boschi sono sacri ed intoccabili e che i terreni oggi coltivati a vigneto o uliveto sono quelli che l’uomo ha faticosamente , nel corso dei secoli, strappato al bosco.
Chi conosce il Chianti sa che qui non si corre nessun “effetto Barolo”, che cioè qui non si vedranno mai intere colline coperte di vigneti. Perché c’è il bosco a fare da argine, fare da confine.
Chi conosce il Chianti sa che negli ultimi decenni sono stati commessi alcuni errori, anche da parte dei Comuni, quando si è trattato di autorizzare nuove edificazioni.
Chi conosce il Chianti sa che , nella maggior parte dei casi, non sono le vigne che sono state realizzate a ridosso dei centri abitati, ma sono le nuove edificazioni che talvolta si sono “addentrate” nelle vigne.
Oggi in Chianti siamo tutti più maturi, siamo tutti più consapevoli, a cominciare dalle pubbliche amministrazioni, che hanno fatto tesoro degli errori del passato, ma che non possono essere mortificate da norme che impedirebbero loro ogni e qualsiasi modifica,anche la più modesta, agli strumenti urbanistici e che sarebbero di fatto esautorate della loro potestà e della loro autonomia.
Che ci stanno a fare un sindaco, un consiglio comunale se non possono cambiare nemmeno una virgola, se non hanno più la possibilità di decidere sul futuro del loro territorio, se non possono nemmeno variare i confini dei centri abitati?
Nessuno oggi pensa a nuovi insediamenti nel “territorio aperto”, ma che senso ha impedire ai Comuni di variare il perimetro delle previsioni contenute nel proprio PRG o nel proprio Regolamento Urbanistico?
A me pare che siamo di fronte ad una preoccupante ed anacronistica involuzione dirigistica e centralistica.
Oggi, in Chianti, è l’agricoltore il primo a sapere che se fa una vigna nuova o se reimpianta una vigna vecchia, la deve fare con tutti i crismi, la deve fare nel migliore dei modi possibili, perché investe di tasca propria ed a nessuno piace buttare via i soldi.
Io non dico che il Chianti debba essere una “zona franca” e non mi sfiora neanche lontanamente l’idea che le imprese agricole non debbano essere soggette alla legge.
Io dico una cosa sola al legislatore regionale: fai attenzione! Fai attenzione a non rendere ancora più difficile fare impresa, a non mettere le nostre imprese agricole in grado di non competere con quelle di altre regioni e di altre nazioni, a non complicare ancora di più la vita alle imprese.
Fai attenzione a non scaricare sulle imprese costi aggiuntivi per realizzare vigneti e sistemazioni agrarie.
Fai attenzione a non mettere gli agricoltori nelle condizioni di gettare la spugna.
Fai attenzione a costringere gli agricoltori a estenuanti trafile burocratiche ed a defatiganti trattative con i tecnici della pubblica amministrazione.
Fai attenzione a non allungare ancora di più i tempi di risposta della pubblica amministrazione che sono già ora insopportabilmente lunghi.
Fai attenzione a costringere gli agricoltori a ricorrere ad avvocati e giudici per potere esercitare il loro diritto di impresa.
Fai attenzione, infine, a non infierire su uno dei pochi settori in salute della nostra disastrata economia nazionale.
Il Chianti va salvato, non c’è dubbio, anche se onestamente non vedo nessuna orda di barbari alle porte che attenta alla integrità del paesaggio del Chianti, ma vanno salvati anche i chiantigiani.
E, soprattutto, va salvato anche il lavoro, almeno quel poco che è rimasto.
di Paolo Saturnini, segretario Pd Greve in Chianti
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