Caro Direttore,
la comunicazione attuale fra cinguettii e insulti non favorisce approfondite analisi individuali e riflessioni collettive su quanto è accaduto a Impruneta.
Il problema è complesso e non può essere circoscritto alla colpa di un ragazzo né può essere liquidato genericamente come il frutto inevitabile della perdita dei valori morali della società.
I vecchi invocano maggior rigore rifacendosi alla loro infanzia costellata da mitiche cinghiate educatrici del padre quasi mai realmente ricevute e tanto meno ridate ai propri figli; i più giovani, intrisi del buonismo che tutto giustifica e tutto accetta, avvolgono i comportamenti antisociali in un manto di comprensione e di perdono che non costa loro nulla.
Quello che accomuna tutti è la volontà di allontanare da sé stessi ogni responsabilità. Lo stesso fanno anche i partiti politici che pur si infiltrano dappertutto.
Sembra quasi che in questa occasione cerchino di ridimensionare il proprio ruolo da organizzatori e responsabili della vita sociale a caritatevoli spettatori o tutt’al più a sollecitatori di interventi di altri (le sempre invocate forze dell’ordine).
Invece, come ha ben scritto una lettrice, tutti noi abbiamo contribuito, chi più chi meno, a creare un ambiente favorevole a questi atti criminali, ognuno nell’esercizio del proprio ruolo familiare, sociale e politico.
Si può peccare con pensieri, parole, opere e omissioni. Non solo verso Dio ma anche verso la società.
Innanzi tutto verso i nostri figli che non conosciamo affatto ma che difendiamo in modo arrogante anche quando hanno torto, che non educhiamo ad accettare le sconfitte e di cui non riusciamo a controllare il comportamento né di notte né di giorno perché troppo occupati a spippolare sui social.
Responsabilità le abbiamo anche verso i compagni dei nostri figli che avrebbero bisogno del nostro aiuto ma che respingiamo perché troppo vivaci, troppo diversi o troppo poveri, e verso le loro famiglie che hanno difficoltà a integrarsi e a capire le regole ma che potrebbero beneficiare della nostra vicinanza.
Atteggiamenti omissivi del tipo: io mi faccio i cavoli miei costituiscono il brodo di cultura dei comportamenti antisociali dei giovani che in questa indifferenza ci sguazzano.
Ci lamentiamo dei furti continui ma quando suona un allarme ci rivoltiamo nel letto e malediciamo chi l’ha installato.
Ci lamentiamo della maleducazione dei ragazzi ma stiamo zitti per paura della reazione aggressiva della loro mamme.
Invochiamo regole più rigide ma diamo l’esempio ignorando quelle che ci riguardano.
Le associazioni anche quelle di promozione sociale (spesso teorica), hanno le loro colpe: dalla vendita di alcolici alle macchinette mangia soldi, dal mancato rispetto degli altri con strepiti e musica di notte alla pressoché assoluta mancanza di attività per i giovani.
Come si fa a sanzionare i ragazzi che insozzano e schiamazzano di notte quando lo si consente ad alcune associazioni?
Last but not least si devono menzionare le responsabilità della politica. Il fallimento è completo sia sul versante del sostegno ai ragazzi in condizioni di disagio sia sul fronte del controllo del territorio.
Sono infatti irrisorie le risorse destinate al sostegno psicologico ed economico dei ragazzi, in età scolare e adolescenziale. Addirittura si è anche ricorsi al lavoro interinale per tappare formalmente i buchi nell’assistenza.
Quanto al controllo del territorio non c’è bisogno di fare polemica: non esiste proprio. Ognuno fa quel che vuole quando vuole. Il risultato la abbiamo appena visto.
di Giuseppe Aglietti
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