“E’ fondamentale il coinvolgimento di tutti, PRIMA che le scelte vengano fatte, non DOPO!”.
Questa frase ad effetto era scritta su alcuni dei volantini elettorali di Alessio Calamandrei distribuiti durante la campagna del 2013. Il tradimento di questa promessa si è consumato più volte nel corso di questi tre anni, fino a raggiungere adesso il suo acme.
Il Comitato via Cavalleggeri, nato spontaneamente da alcuni cittadini, ha raccolto tra i mesi di maggio e giugno 1.094 firme contro la chiusura degli uffici dell’Urp in via Cavalleggeri, che comporterebbe lo spostamento di alcuni sportelli a Tavarnuzze e l’abbandono di un immobile acquistato per oltre un milione di euro nel 2010 e su cui graverà il mutuo da pagare fino al 2037.
Una decisione presa senza minimamente consultare la popolazione, la quale si è mossa da sola lanciando la petizione e raccogliendo la notevole quantità di 1094 firme, una mobilitazione significativa per questo paese.
Lo scorso 10 giugno è pervenuta ad Elisabetta Manetti, rappresentante del Comitato, la risposta della giunta comunale al protocollo delle firme: abbiamo avuto modo di esaminarla, rimanendo basiti dal suo contenuto.
Nella risposta si dice che, ai fini dell’ammissibilità come previsto dal Regolamento comunale sulla partecipazione, alla petizione deve essere allegato un documento d’identità dei sottoscrittori; senza l’integrazione di tali documenti, la petizione non può essere accolta.
Dunque attaccandosi ad un cavillo burocratico l’amministrazione archivia come carta straccia i fogli contenenti le firme di 1.094 imprunetini. La petizione non aveva l’obiettivo di raggiungere una certa soglia per chiedere ad esempio un referendum, caso nel quale sarebbe stato giusto rifarsi al regolamento e rigettare le firme perché mancanti dei documenti d’identità.
In questo caso infatti il Comitato ha raccolto spontaneamente il maggior numero di firme possibile, per mostrare alla giunta come una parte importante di paese fosse in disaccordo con la scelta di chiudere l’immobile di via Cavalleggeri.
Un così alto numero di cittadini avrebbe avuto il diritto quantomeno di essere ascoltato e di poter avviare un confronto con gli amministratori: invece 1.094 persone vengono liquidate con una miserabile motivazione, in una lettera per altro non firmata né dal sindaco o da qualche assessore ma solo dal Segretario Generale Arcangeli.
Come si può parlare di cittadinanza partecipe se poi si deride così evidentemente un’iniziativa popolare? Quale fiducia nella politica può rimanere ad un cittadino la cui opinione non viene minimamente considerata?
Noi siamo stati tra i firmatari della petizione, e ci sentiamo offesi dal disprezzo mostrato per le nostre firme, come crediamo si sentano offesi tutti gli imprunetini che hanno firmato ai banchini o nei negozi che sostenevano l’iniziativa, probabilmente consapevoli che non sarebbe bastata una petizione a invertire la rotta ma senza dubbio fiduciosi che l’amministrazione avrebbe come minimo preso atto di una mobilitazione così forte.
Provocatoriamente viene da chiedere all’amministrazione se con un documento allegato alla firma sarebbe cambiato qualcosa: in sostanza, se fosse stata rispettata alla lettera la procedura burocratica, la giunta Calamandrei avrebbe ascoltato il Comitato ritornando sui propri passi?
La domanda è lanciata. Noi pensiamo di no, poiché il cavillo burocratico appare solo come un tentativo di sottrarsi al confronto con la gente e di chiudere per l’ennesima occasione le porte in faccia al dialogo.
Chiediamo che l’amministrazione chieda scusa alle 1.094 persone che hanno firmato la petizione del Comitato via Cavalleggeri: i doveri della propria carica dovrebbero obbligare sindaco e assessori a prendere coscienza che una parte di Impruneta non è d’accordo con una scelta così drastica, per evitare che ancora una volta in questo paese le parole sovranità popolare e partecipazione siano due contenitori vuoti, da usare soltanto come slogan per prendere voti in campagna elettorale.
LA RISPOSTA DEL DIRETTORE DEL GAZZETTINO DEL CHIANTI
Caro Collettivo Giovani Imprunetini, la mia non vuol certo essere una risposta per conto dell'amministrazione comunale imprunetina (che se vuole può tranquillamente difendersi… da sola).
Il mio è un ruolo diverso ovviamente, ma voglio dare un piccolo contributo a una vicenda che, come tutte le vicende che coinvolgono le persone, mi sta a cuore. Anche perché chi un domani si troverà a organizzare una raccolta firme per qualsiasi motivo, potrebbe trarre spunto da questo scritto.
E magari lo faccio essendo pure "impopolare", ma penso di poter dire che scrivere nella sincerità è sempre la migliore delle opzioni.
Liberi tutti di pensarla a modo loro, ma quando si fa una raccolta di firme, anche quella più "informale", il numero di documento ci vuole. Sempre.
E' una questione di serietà della raccolta di firme stessa, al di là di quello che poi può essere il suo fine ultimo (o ufficiale); o da quella che può essere o meno la risposta da parte di un'amministrazione pubblica.
In questo caso, se non è stato fatto, si tratta una dimenticanza importante fatta (ovviamente in buona fede) da chi l'ha organizzata.
Il rispetto a coloro che mettono la firma (quindi la "faccia") su una petizione inizia da qui. Nome, cognome, indirizzo di residenza, documento di identità, firma. Quello che succede dopo… è un'altra storia.
Matteo Pucci, direttore del Gazzettino del Chianti
di Collettivo Giovani Impruneta
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