“Joseph Ratzinger: il coraggio dell’impopolarità”

Il 19 aprile 2005 Joseph Ratzinger fu eletto papa con il nome di Benedetto XVI.

 

E' ancora lì il papa emerito, semidimenticato come un vecchio santino chiuso nella scatola dei fogli inutili, delle cartoline vecchie, dei biglietti di auguri di altri Natali, roba che ci dispiace buttar via ma che non serve più.

 

Nessuno ricorda che, giovane prete e giovanissimo professore, si recava alle liturgie della chiesa anglicana e in sinagoga, sebbene a quei tempi questi atti equivalessero quasi ad un peccato. Ma lui era un progressista, un rivoluzionario consapevole che molte cose avrebbero dovuto essere cambiate!

 

E cambiarono davvero, con l'arrivo di Giovanni XXIII e del concilio vaticano secondo.

 

Intellettuale finissimo in molti campi della cultura e teologo di grande spessore è stato per tutto il pontificato di Giovanni Paolo II il suo più stretto collaboratore, lavorando all'ombra del grande papa e nella più assoluta discrezione.

 

E' sempre stato chiaro che la linea teologica di papa Woitila era concordata con lui, addirittura impostata dal cardinale tedesco.

 

Allora perché da papa è stato volutamente frainteso, apertamente osteggiato senza mai tentare di conoscerlo davvero, addirittura senza leggere nemmeno una pagina dei suoi libri e, prima ancora, dei suoi discorsi?

 

Come non ricordare il discorso al Reichstag sul rapporto fra legge e diritto morale, fra fede e natura, o quello di Ratisbona sul rapporto fra fede e ragione?

 

Già, quest'ultimo poi non lo si può nemmeno menzionare. Perché?

 

Perché all'interno di questo discorso si accenna a un dialogo, avvenuto nel 1391, fra un imperatore cristiano e un colto persiano e si afferma, in estrema sintesi, che la fede non può essere imposta con la jihad ma, essendo cosa che riguarda lo spirito, può essere affermata solo con la “parola” nel suo significato di logos-ragione.

 

Anche la chiesa, aggiungo io, ha avuto cadute gravi in questo campo ma sono passati secoli e noi, per fortuna,  non siamo più quelli.

 

La ricerca dell'unità dei cristiani e del dialogo con le altre religioni e del superamento delle barriere ideologiche e culturali non può prescindere dal riconoscimento delle differenze.

 

E' così che si diventa impopolari?

 

Maria Franchi

di Maria Franchi

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