Ho una piccola foto a colori. Ottobre 1973. Si vede chiaramente acqua limacciosa e fangosa del torrente Rubbiana che invade l’orto dietro casa nostra a San Polo.
Strano comportamento per un borriciattolo che dopo pochi metri va a congiungersi pacificamente all’Ema, nel mezzo del paese.
Piene ne erano sempre capitate, mai così. Ricordo bene il motivo. A fine estate un vasto incendio aveva distrutto la collina boscosa di Monte Muro, su a 560 metri di altitudine.
Su tutta la zona un violentissimo temporale d’autunno ebbe libero accesso sul monte rimasto privo di vegetazione, dando origine una immensa cascata, violente secchiate d’acqua su una testa calva.
Si vide benissimo dal paese. Assistemmo increduli a uno spettacolo che incuteva sorpresa e timore. E la piena arrivò a valle in un battibaleno, portando con sé detriti carbonizzati rimasti al suolo dall’incendio.
I boschi del Chianti, ben curati, erano portati ad esempio nei testi di storia di selvicoltura, come equilibro perfetto tra la natura e il fabbisogno dell’uomo.
Querce lecci castagni, con le loro chiome dirompevano la violenza delle piogge, le gocce frante erano assorbite con garbo dal terreno, rendendolo ricco per uomini e animali.
Anche l’uomo più semplice sapeva integrare i bisogni familiari nel rispetto dell’ambiente. Un rispetto ecologico ancestrale, pur non sapendo nulla di ecologia, parola sconosciuta.
Dal bosco legna e carbone per cucinare e scaldarsi, per la fucina del fabbro, dal sottobosco le fascine per il forno, ogni pina, ogni fuscello era raccolto da donne e ragazzi. Tutto serve nel camino.
Dopo, nel bosco pulito e spazzolato come una moquette, spunta l’erba per le pecore, cadono le ghiande per i maiali. Vi trovano cibo e ricovero le creature del bosco, volatili, rettili, mammiferi. Non dimentichiamo funghi, dolci bacche, castagne e cacciagione.
Questa armonia è finita quasi ovunque, la catena si è interrotta a causa dell’abbandono delle campagne. Nel bosco incolto è più ciò che muore di ciò che vi cresce disordinato a soffocarlo, sterpaglie facile esca del fuoco.
E’ l’incuria che facilita gli incendi con la conseguente perdita totale del patrimonio boschivo, di ciò che rende preziosa la sua funzione primaria di convogliare la pioggia alle vene del sottosuolo, proteggere con le radici da smottamenti, evitare alluvioni, regolamentare il clima, rendere l’aria salubre.
A un amico così prezioso si deve rispetto e cura.
Furono emanate leggi e stanziati incentivi per dotare mezzi e uomini a difesa e salvaguardia del patrimonio boschivo. Ma furono centinaia, migliaia, le persone responsabili, gente comune che sentì l’esigenza, il dovere civico di costituirsi in Associazioni di Volontariato, già dai primi anni del 1970
Il Volontariato funziona sempre, sia Croce Rossa, Misericordia, e ogni altro ente che presti un servizio di solidarietà efficiente e gratuito.
Non conosco i nomi di tutte le Associazioni Antincendio che operano sul nostro territori. So solo che si tratta di una rete capillare di gente onesta e competente che conosce il territorio, e che questa conoscenza mette al servizio di avvistamento, sorveglianza, collegamenti radio, turni di servizio, nottate al bisogno.
Gente che arriva tempestivamente, coraggiosamente, con i mezzi necessari in dotazione ad aggredire il fuoco. E’ la tempestività dell’intervento la determinante per la minore entità del danno.
A Panzano, come in tanti comuni del Chianti è attiva La Racchetta – Antincendi Boschivi Protezione Civile.
Un gruppo sempre all’erta, alle radio ai telefoni, notte e giorno infaticabili, per il fuoco, le alluvioni, la neve, i terremoti, ogni calamità, ricerca di persone smarrite, oltre una mano ai Vigili del Comune per la viabilità dei paesi nei giorni di festa.
E’ l’organizzazione, la passione, che li fa piombare sul fuoco per averne ragione.
Mi sia permesso un moto di orgoglio. Di questo grande opera ne ho diretta conoscenza, i miei familiari sono volontari da quasi quarant’anni!
Miriam Serni Casalini
di Miriam Serni Casalini
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