Cara redazione, mio marito ha appena finito di sgusciare le noci e io di tagliare il pane raffermo.
Cosa facciamo? Diamine: il sagore! Domani è san Cassiano.
Il menu classico dei sancascianesi “delle lastre” per il patrono era fisso e immutabile e indiscutibile, tanto che non c’era malattia lutto o disgrazia familiare che lo potesse modificare.
Perfino in tempo di guerra ci fu modo di festeggiare il patrono con questo piatto.
Effettivamente gli ingredienti sono così poveri, ma così poveri, che sono reperibili praticamente sempre.
Dunque: minestra in brodo e lesso, col sagore naturalmente.
Insomma di che si tratta? Pane raffermo, odore di aglio, qualche fogliolina di prezzemolo, noci finché ce n’è, agresto acerbo, sale e acqua fresca, infine sugo di gomito col pestello nel mortaio!
Perché l’agresto? Ci vorrebbe il limone, ma era così caro! Chi se lo poteva permettere…
Cosa vien fuori? Non te lo posso descrivere bisognerebbe vederlo: un intruglio grigiastro che chi non è abituato non trova il coraggio di portarlo alla bocca.
Mangiatelo a occhi chiusi allora! e gusterete la nostra campagna la nostra storia la nostra povertà così ricca così antica così intelligente. Sentirete il sapore del castrum romano, del Medio Evo, del Rinascimento, della famiglia rurale fino a noi.
Io sento la mia infanzia, la voce delle donne in cucina, il profumo del basilico nel brodo caldo, le campane che suonano mezzogiorno, la voce della mamma che mi chiama.
Saluti e buon San Cassiano.
Maria Franchi
di Maria Franchi
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