“La vita in trincea nella Grande Guerra: i racconti terribili dei miei zii e di mio padre”

Leggo che è in allestimento una mostra sui reperti e memoriali della “glorificata” guerra  1915/18, la volta che l’esercito italiano ha vinto  al prezzo di più di mezzo milione di morti e il triplo di feriti; per delle pietraie che i soldati/contadini ritenevano inutili.

 

Fra questi c’erano i  miei zii Guido e Gustavo nati prima del 1895 e mio padre “ragazzo del 99” fante di trincea sul monte Grappa, e lì ha subito il malessere della trincea e della guerra in generale.

 

 

Noi figli e nipoti siamo cresciuti non con le favole romantiche, ma con i racconti della vita passata fra i vari combattimenti e gli ozi che quella vita comportava.

 

I racconti di chi quella storia l’ha vissuta non sono “romantici” ma tragici, come raccontava dello stare nel fango di vedetta a una feritoia e se non stavano in disparte ti facevano secco da come erano vicini i “nemici”.

 

Il nemico era formato anche da abitanti del trentino che parlavano italiano e certe volte chiedevano il pane in cambio di sigarette, si sigarette perché gli austriaci in trincea non avevano da mangiare a sufficienza.

 

Da come erano vicini una mattina vigilia di Pasqua, quando dalla trincea italiana passò la corvèè che distribuiva una specie di caffè, un soldato di queste parti chiese un altro “pohino”; dall’altra parte si levò una voce che disse: o toscanino, domani è Pasqua, facciamo perbene…! 

 

Quando i comandi austriaci si accorsero della cosa cambiarono i reparti e il quieto vivere fini.

 

La vita della trincea era di attesa e di assalti, anche all’arma bianca. Prima dell’assalto veniva distribuita la grappa e al grido di “Savoia” dovevano balzare fuori e affrontare le micidiali mitraglie, che sul Montello, raccontava un altro reduce, i morti erano paragonabili ai covoni del grano che i contadini erano soliti confezionare durante la mietitura.

 

Chi non balzava era passibile di un colpo di pistola dall’ufficiale comandante. Chi si fosse azzardato a tornare dietro le linee doveva vedersela con i carabinieri che, o gli sparavano subito o il plotone di esecuzione.

 

Durante i tempi di attesa facevano lo”spidocchiamento” (si in trincea ci si riempiva di pidocchi) e ricevevano la posta, moltissimi non sapevano né leggere né scrivere, e chi sapeva aveva un bel da fare! 

 

La guerra non è né bella  né eroica, questo lo scoprirono degli studenti andati volontari dove era mio padre; raccontava che erano rimasti delusi perché sui libri non c’era scritto che si stava al freddo tra il fango e la sporcizia, si pativa la fame e la sete, c’era solo scritto delle gesta eroiche.

 

Un altro mio zio, Luigi, stanco di stare in trincea fra la melma e gli assalti, andò a fare la vedetta sui palloni frenati, che erano tipo mongolfiera piena da gas e legata a terra, da lassù osservava il nemico, che spesso gli sparavano e la vita finiva in aria; come il racconto del De Amicis:  La piccola vedetta lombarda, che lui era salito su di un albero.

 

Poi ci sarebbero i racconti di coloro che furono mandati in Russia e in Africa negli anni '40 e anche loro  hanno patito tanto, altro che eroi… .   

 

Le guerre non servono  al popolo, il popolo la subisce comunque. La guerra ieri come oggi viene usata come mezzo economico per imporre sistemi politici e dare sfogo ai produttori di armamenti, il popolo viene solo adoperato allo scopo, quando i giochi sono finiti tutti si scordano dei sopravvissuti, di solito rottami umani.

 

Roberto Borghi

di Roberto Borghi

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