Circa un mese fa, per puro caso, ho conosciuto un gruppo di ragazzi africani che suonavano il tamburo in un evento contro la violenza sulle donne.
Appena li ho visti, ho pensato che sarebbe stato "ganzo" conoscerli e capire quale fosse la loro storia. Non ho nemmeno avuto il tempo per pensarci, che loro mi avevano subito accolto con un grande sorriso, come se fossi già la loro amica del cuore.
Sono stati loro ad avvicinarsi a me, e non io a loro. Eppure, nonostante qualche piccolo ostacolo con la lingua, è stato veloce il modo in cui sono riusciti a farmi stare davvero bene.
Tra quei ragazzi africani che ho conosciuto, c'è Malick. Lui è il ragazzo più buono e gentile che ho conosciuto nel corso della mia vita. Viene dal Gambia e, quando viveva ancora nel suo paese, giocava nella nazionale di calcio.
E' scappato dal luogo in cui è nato a causa della dittatura; suo padre era un oppositore politico che, dopo essere stato arrestato, è stato ucciso.
Mal è scappato lasciando tutta la sua vita in Gambia, anche sua mamma, attraversando tutta l'Africa alla ricerca di un posto migliore dove vivere.
Adesso vive a Tavarnelle con altri ragazzi come lui, lavora alla Misericordia tutti i giorni, suona il tamburo con un gruppo chiamato African Drummers e gioca a calcio perché è bravissimo.
Sono fortunata ad averlo conosciuto perché ho scoperto quanta bontà c'è nell'essere umano, mi ha raccontato la sua storia e io gli ho raccontato la mia, anche se non è niente a confronto.
Eppure non ha mai smesso di ascoltarmi, di chiedermi come sto, di invitarmi a uscire.
Poi però ho iniziato a percepire una cosa bruttissima, una cosa a causa della quale mi sono vergognata davvero tanto di appartenere a questo Paese: il razzismo.
Malick continua a ripetermi quanto sia complicato riuscire a parlare con le persone bianche, perché è raro che si avvicinino a lui. Tante volte mi ringrazia perché sono sua amica, ma io gli ripeto che in realtà non bisogna ringraziare per una cosa così.
Dice che sono la sua unica amica italiana dopo due anni che vive qua, e io non riesco a crederci. Forse per il colore della pelle, forse per altri motivi, io non saprei dirlo. So solo che quando me lo dice, i suoi occhi sono tristi come quelli di un bambino che ha appena smesso di piangere.
Poi, da quando me l'ha detto, ho iniziato a farci molto più caso. Quasi nessuno li guarda negli occhi, quasi nessuno ha il coraggio di parlarci e probabilmente è perché spesso fa paura realizzare che esiste qualcosa di diverso da quello che vediamo tutti i giorni.
Perciò ora mi rivolgo a chi dice sempre "sono loro a doversi integrare, visto che sono nel nostro paese" e anche al ministro Salvini che dice "è finita la pacchia" (che poi pacchia per lui cosa significa?).
Provate a conoscere di persona questi ragazzi, avvicinatevi a loro e contribuite alla loro integrazione. Loro studiano l'italiano per cercare di comunicare con noi, una lingua davvero difficile per loro. Loro ci sorridono anche quando non ci conoscono e il fatto che siano diversi non li rende meno importanti.
A loro basta un po' di amore per essere contenti, oltre che un cellulare per parlare con la loro famiglia, un posto in cui dormire e in cui mangiare, che è il minimo che dobbiamo offrire loro visto che per me sono stati portatori di felicità.
Non c'è stata una volta in cui non mi abbiano fatta sentire una di loro e so benissimo quanto cerchino ogni giorno di essere apprezzati per questo.
Ieri mi hanno detto che sono una sorella per loro, e nessuno prima d'ora me lo aveva mai detto.
Per chiunque sia arrivato a leggere fino in fondo, anche chi non è razzista, anche chi pensa di non aver mai fatto nulla di male.
Non state solo a guardare, agite e fate capire che siamo un popolo aperto e pieno di cose belle da dare e da ricevere, non abbiate mai paura del diverso, siate voi i primi a fare un passo avanti verso l'integrazione. Siamo tutti umani e quello che ci lega è l'amore!
Sara Milano
di Sara Milano
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