martedì 24 Novembre 2020
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    “Il 22 maggio feci il primo caffè nella CdP di Grassina che riapriva. Ora si torna a colpire la socialità”

    "Com'è possibile scindere con tanta freddezza, la salute fisica da quella psicologica di una società che non è strutturata per poter vivere in isolamento?"

    Si può fare a meno della socialità?

    Il 22 maggio feci il primo caffè al bar sociale della Casa del Popolo che dopo due mesi e mezzo, finalmente riapriva.

    Ricordo che quella mattina l’atmosfera non era affatto rilassata, c’era molta attenzione, cautela, ma la volontà collettiva di recuperare ogni goccia di socialità era evidente.

    C’era la voglia di tornare a prendersi appunto il caffè, di sentire quel rumore acuto dei piattini che battono sul bancone, di risentire le voci delle persone non più tramite la cornetta di un telefono… . Perché in fondo, i luoghi di socialità erano mancati davvero tanto a tanti.

    Rinchiusi in casa a patire la solitudine non c’erano solo ragazzini vogliosi di tornare in discoteca, ma anziani senza nessuno con cui scambiare uno sguardo una battuta, l’inquietudine.

    Giovani si, ma anche quelli (tanti) per cui una mattinata a scuola voleva dire sopratutto non stare soli e per cui una classe, non sono quattro muri con una lavagna, ma un luogo con 20persone della stessa età con cui comunicare.

    E se non c’è la scuola, c’è la Casa del Popolo dove con due caramelle e un estathè, si passa un pomeriggio allegro e spensierato.

    Di quel venerdì mattina (22 maggio) ricordo nitidamente gli occhi lucidi di un’anziana che si godette un banalissimo cappuccino, come se fosse chissà cosa, ma infondo era “solo” la riconquista d’una briciola di normalità.

    È passata un’estate in cui alla Casa del Popolo siamo riusciti a riaprire il Bagno Balena. Paradossalmente è stato il primo anno in cui trovare volontari è stato semplicissimo: tanti ragazzi vogliosi di stare in quel casottino dove si viene mangiati dalle zanzare mentre si patisce un caldo infernale… .

    Però che importa, quando hai la possibilità di goderti qualcosa che davi per scontato fino all’estate prima e che invece negli ultimi mesi ti è mancato come l’acqua nel deserto?

    La tentazione era di guardare gli incassi per verificare la vivacità di quel momento, ma prima ancora di quelli, era facile avere un termometro della situazione, guardando le mascherine che venivano tolte e c’era tanta, tanta gente che sorrideva e si godeva quella quotidianità alla stregua di qualcosa di straordinario, dopo mesi in cui tutto quel “banale” era di colpo sparito.

    Sabato sera, ieri l’altro, ho fatto alle 23:58 un vodka e cola: è stata l’ultima bevanda venduta la sera alla Casa del Popolo di Grassina.

    Durante questo mese in cui si era ricominciato a tenere aperto il bar interno e i timori andavano crescendo, quel che ho notato sempre di più è stata la voglia di godere fino all’ultimo, questa parentesi estiva di normalità; che da un paio di settimane nessuno pensava sarebbe durata a lungo.

    È parso di vivere insomma in una spiaggia su cui sta per abbattersi un’onda anomala che in un orizzonte sempre più prossimo, andava materializzandosi e intanto, la risposta data alla minaccia incombente è stata quella di continuare a godersi ogni minimo anfratto di quella normalità evidentemente in procinto di sparire un’altra volta.

    Capisco chi sottolinea la straordinarietà della situazione, chi dice che non possiamo far altro che rispettare le norme e sperare in qualche modo di cavarcela, chi sottolinea il lassismo generale che durante l’estate ha portato tanti a far finta che tutto fosse finito… .

    Però ora mi chiedo, al dilà della necessità di salvaguardare settori produttivi e in generale tutelare chi avrà delle perdite da queste ulteriori, pesanti, limitazioni; com’è stato possibile non pensare a modi con cui tutelare la possibilità di mantenere una forma di socialità.

    Limitata, attenta, controllata; ma pur sempre socialità.

    Com’è possibile scindere con tanta freddezza, la salute fisica da quella psicologica di una società che non è strutturata per poter vivere in isolamento?

    Facciamo pure lo sforzo di credere ciecamente che nessuno perda il lavoro, che nessuno si impoverisca, che nessuno abbia insomma conseguenze economiche dalle restrizioni che più o meno da marzo, vengono disposte: come si può riuscire a non fare i conti con le necessità che una popolazione manifesta, non in negazione o in opposizione alla pandemia, ma contiguamente a essa?

    Come si può ignorare gli anziani che aldilà di ogni paura per la propria salute, appena è stato possibile, hanno ricominciato a vedersi, anche solo per star seduti su una panchina a guardar chi passa, pur di non sentirsi soli qualche ora?

    Stesso discorso per i bambini, per gli adolescenti che non per spavalderia o sbruffonaggine, ma per una necessità chiara di socialità, sono subito tornati nei circoli e a frequentare i luoghi di vita collettiva anche più di quanto non facevano prima (per fortuna).

    Questi luoghi, che siano circoli, bar privati, semplici parchi e luoghi di ritrovo improvvisati, credo sia evidente ormai che per le comunità non sono un qualcosa in più al necessario, ma rispondono al bisogno di socialità e sono l’argine, oggi a maggior ragione, al dilagare di un virus da non sottovalutare: quello della solitudine.

    Antonio Matteini

    @RIPRODUZIONE RISERVATA

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