venerdì 29 Maggio 2020
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    L’INTERVISTA / Il dottor Dattolo e il suo racconto, da Ponte a Niccheri, di quello che è stato “l’inferno Covid”

    Abbiamo incontrato il primario di Nefrologia dell'OSMA: "I sacchi in cui venivano avvolti i cadaveri... penso che non mi abituerò mai a veder morire le persone"

    PONTE A NICCHERI (BAGNO A RIPOLI) – Pietro Claudio Dattolo è il primario di Nefrologia all’ospedale Santa Maria Annunziata di Ponte a Niccheri.

    Come molti altri medici, infermieri, operatori sanitari, è fra quelli che si sono trovati di fronte l’onda montante dei malati di Covid-19 che arrivavano a tutte le ore del giorno e della notte. In primissima linea insomma, come è stato detto da più parti.

    E che come moltri altri sanitari a un certo punto ha temuto che l’ondata potesse trasformarsi in uno Tsunami travolgente. Poi, grazie alla grande capacità di chi era in corsia, reparti, terapie intensive e sub intensive, e ai cittadini che hanno fatto la loro parte, l’onda si è abbassata.

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    Oggi, in questa fase di libertà intermedia, da tutelare e salvaguardare con il massimo dei comportamenti corretti, Il Gazzettino del Chianti ha incontrato il dottor Dattolo.

    Che non ha tralasciato neanche mezza emozione di questi ultimi, pazzeschi, mesi vissuti minuto per minuto, istante per istante.

    Dottore, fra qualche anno come pensa che racconterà quello che ha vissuto da febbraio ad oggi?

    “Fra qualche anno si potrà raccontare tutto con il giusto distacco, ma sempre con una punta di tristezza. E’ stata una esperienza indimenticabile, ci siamo trovati “all’inferno” in pochissimo tempo. E anche se ci giungevano notizie da altri Paesi non c’eravamo abituati, non eravamo pronti. L’inferno Covid: questo penso sia il racconto giusto. Abbiamo visto in poco tempo l’ospedale trasformarsi, accogliere ogni giorno un numero sempre maggiore di malati che giungevano in pronto soccorso in condizioni spesso già critiche. L’incubo della vestizione e svestizione, non si potrà non raccontare: il caldo delle tute, le visiere sempre appannate e la mascherina costantemente sul volto fino all’uscita dall’ospedale. Gli occhi dei malati (il volto nascosto da una mascherina o da un casco) che chiedevano aiuto perchè non riuscivano a respirare. E i nuovi modi di comunicazione, i tablet perché i familiari vedessero i loro cari, le telefonate ai familiari che si concludevano sempre con la stessa frase: “Grazie dottore, a domani”. E la gioia dei malati che sono tornati a casa… e la tristezza di veder morire le persone e i sacchi con cui venivano avvolti i cadaveri. Penso che non mi abituerò mai a veder morire le persone”.

    “L’incubo della vestizione e svestizione, non si potrà non raccontare”

    Come descriverebbe i primi periodi in cui avete avuto a che fare con i malati di Covid-19?

    “I primi periodi sono stati sottovalutati un po’ da tutti. La comunità scientifica ha inizialmente dato informazioni contrastanti e spesso del tutto sbagliate, come il considerare l’infezione da SarsCov2 “poco più di una influenza”, o anche “l’influenza ne uccide 10 volte di più” fino addirittura ad ammettere “da noi non ci sarà mai una pandemia”. Per noi schierati in prima linea è stato un affanno continuo: non pensavamo potesse accadere una simile catastrofe. Ci siamo reinventati, abbiamo “imposto” la mascherina ad ogni singolo operatore e a tutti i pazienti, preteso il distanziamento fisico tra gli operatori e l’uso di guanti, oltre all’applicazione scrupolosa delle consuete norme igienico-sanitarie. Nonostante ciò, il numero progressivamente crescente di malati ci ha portati in 2 settimane ad avere ben 130 pazienti Covid ricoverati”.

    Cosa ha funzionato meglio e cosa peggio? Vi siete sentiti tutelati, ad esempio, per quanto riguarda la fornitura di Dpi?

    “E’ difficile dire cosa ha funzionato meglio e cosa peggio. L’OSMA è un cantiere ormai da molti anni e di alcuni lavori non se ne vede la fine, questo a causa di mere questioni burocratiche (siamo in Italia!). Nonostante questo aspetto abbia reso ancor più difficile affrontare l’emergenza Covid, c’è stata una collaborazione ottimale in tutti i settori. Abbiamo fatto lavoro di squadra. Dai vertici aziendali fino agli addetti alle pulizie, passando per l’intero comparto sanitario. Sui Dpi non abbiamo mai avuto problemi, questo grazie alla nostra Onlus che ha dotato e sempre rifornito tutto il personale dei presidi necessari”.

    Qual è la situazione, ad oggi, all’ospedale Santa Maria Annunziata?

    “Stiamo tornando gradualmente alla “normalità”. L’ospedale è sicuro, abbiamo adottato sin da subito la politica dei “tamponi a tutti”, in accordo con i dipartimenti e la direzione aziendale. Questo ci ha permesso di isolare subito i positivi non solo tra i pazienti, ma anche tra il personale sanitario. E adesso cogliamo i frutti di questa attenta condotta. Abbiamo appena riaperto tutte le Medicine come reparti Covid-free mantenendo un unico reparto Covid che si trova isolato rispetto agli altri e che attualmente ospita solo cinque pazienti e speriamo nei prossimi giorni di liberare”.

    “Oggi all’OSMA abbiamo un unico reparto Covid che si trova isolato rispetto agli altri e che attualmente ospita solo cinque pazienti e speriamo nei prossimi giorni di liberare”

    Il dibattito è serrato in questi giorni, fra chi vede un virus con minore virulenza e chi mette in guardia sul fatto che sia così solo per il duro lockdown. E che si rischia di tornare al punto di partenza. Lei come la pensa? E’ davvero possibile tornare a vivere situazioni come quelle vissute fra fine febbraio e marzo? Con le bare sui camion militari?

    “E’ indubbio che stiamo vedendo sempre meno casi e sempre meno gravi. Se questo sia dovuto ad una minor virulenza del virus non lo sappiamo. Di certo i sacrifici fatti durante il lockdown ci stanno ripagando. E’ per questo che sono fermamente convinto che non si debba abbassare la guardia. Bisogna mantenere distanziamento fisico e continuare ad utilizzare i Dpi finché non saremo sicuri di essere fuori pericolo. Un allentamento troppo precoce o superficiale potrebbe riportarci nei prossimi mesi ad un nuovo incremento dei casi”.

    Quali i consigli che si sente di dare a chi, dal 18 maggio, ha ripreso a fare una vita semi-normale? In vista anche delle prossime settimane in cui le aperture potrebbero proseguire…

    “Non ci può essere una vita semi-normale. Il virus c’è ancora. Non possiamo tornare alla vita che facevamo prima ed è bene che lo capiamo tutti e in fretta. Sono rimasto piacevolmente sorpreso dal constatare che la maggior parte degli italiani ha seguito le disposizioni ministeriali. Impegniamoci a continuare a seguire quelle stesse regole senza che ci vengano imposte, facendo leva sulla nostra autodisciplina e sul senso civico. Dopotutto siamo un Paese meraviglioso, ce la possiamo fare”.

    Quali infine le sue emozioni, da medico, di fronte a questa pandemia? Pensa che oggi sia la stessa persona di prima o qualcosa in lei è cambiato?

    “Questo periodo è stato pervaso dalle emozioni, mie e di chi mi stava intorno. Di sicuro ricorderò la tristezza e la solitudine che ho visto negli occhi dei pazienti, desiderosi di avere accanto i propri cari. Ricorderò il senso di colpa e di impotenza che ha accompagnato noi medici e infermieri, quando nonostante tutti i nostri sforzi per salvare i pazienti ci siamo dovuti spesso arrendere davanti all’inevitabile. E ricorderò la paura. La paura di tutti noi di ammalarci e di trasmettere la malattia ai nostri cari. E quel senso costante di angoscia nello scoprire ogni giorno di colleghi e amici positivi al virus, ai quali non potevi fare altro che dare tutto il tuo sostegno. Ma ora l’emozione principale è la speranza, la speranza che tutto questo non torni più. Sull’essere la stessa persona di prima… non credo di essere cambiato. Queste emozioni fanno già parte di noi medici, le viviamo da sempre. La differenza è che forse non c’era mai capitato di viverle tutte insieme e tutti i giorni per due mesi con la stessa dirompente intensità”.

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