giovedì 16 Luglio 2020
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    “Io e il Coronavirus”: la malattia, la paura, la guarigione. I due mesi dentro il Covid-19 di Giovanni Mecacci

    Scritto di suo pugno, ripercorre passo dopo passo giorni e settimane. I primi sintomi, la diagnosi, il casco per respirare. E i pensieri di un uomo di fronte all'ignoto

    TAVARNUZZE (IMPRUNETA) – Quando Giovanni Mecacci, tavarnuzzino, ci ha contattato per chiederci se avevamo piacere nel pubblicare il suo racconto di uomo ammalatosi e guarito dal Coronavirus, gli abbiamo subito risposto di sì.

    Giovanni questo racconto lo ha scritto subito dopo essere tornato a casa, il 4 aprile scorso. I due tamponi che lo hanno definitivamente “liberato” li ha fatti il 14 e 15 aprile.

    Di fronte a questo grande salto nel vuoto che rappresenta questa malattia, che ha stravolto le nostre vite, avere una testimonianza diretta da parte di chi questo salto l’ha dovuto compiere è un qualcosa di utile per tutti.

    Quando però abbiamo letto il racconto scritto da Giovanni, che trovate qua sotto, siamo rimasti letteralmente a bocca aperta.

    Le pagine che Giovanni ci ha inviato, e che ci onoriamo di pubblicare, non sono “solo” il racconto di questa malattia e di tutto quello che porta con sé.

    Sono di una lucidità estrema. Sono le parole di un uomo. La sua storia. I suoi pensieri.

    In un’epoca fatta di immagini, di rapidità, prendetevi il tempo che vi serve e leggetele. Con calma.

    Siamo spesso costretti a vivere e a lavorare con il fattore tempo che ci spinge, ci incalza: stavolta sfidatelo il tempo. Ignoratelo.

    E leggetevi la storia di Giovanni, parola per parola.

    Matteo Pucci, direttore de Il Gazzettino del Chianti e delle colline fiorentine


    “IO E IL CORONAVIRUS”

    di Giovanni Mecacci

    Nell’ultima settimana di febbraio nuoto nella piscina del paese abbastanza bene però nei respiri profondi scappano colpi di tosse un po’ strani.

    Tosse secca nonostante le decine di caramelle che inghiottisco da qualche giorno. Però nuoto senza sforzo a giorni alterni per un paio di chilometri. Non mi preoccupo.

    Da qualche giorno però sento uno strano sapore in bocca e una inusuale secchezza. In certi momenti arriva un gusto, parecchio invadente, dolciastro tipo vaniglia o cioccolato.

    Quando dico secchezza intendo una cosa davvero incompatibile con la salute. Per esempio dovere bagnarsi le labbra, il palato, la lingua quasi 10 volte per notte.

    Non mi preoccupo nemmeno di questo. E’ un fastidio che non mi impedisce la vita normale anche perché il problema della sete si presenta essenzialmente di notte. Ad essere sinceri c’è una percettibile diminuzione dell’appetito ma essendo sempre al limite dell’obesità la cosa mi rallegra.

    Sto bene e sulle dolomiti c’è la neve allora perché non partire? Accendo il camper e raggiungo Selva di Val Gardena.

    In tutta la valle è stato segnalato solo un caso di Covid-19 di un turista tedesco, quindi nessuna preoccupazione. Un giorno di viaggio, due bellissime giornate attorno al gruppo del Sella e un giorno per tornare.

    Nessun problema di salute solo qualche tuffo imprevisto nella neve ma nessuna mancanza di fiato nonostante sciassi abbastanza, 6-7 ore al giorno.

    Ritorno di domenica, non molto appetito. Lunedì ugualmente senza appetito ma nient’altro.
    Martedì arriva la prima lieve febbriciattola, 37,1° per un paio di giorni. Compare anche la tosse che aumenta insidiosamente nei giorni successivi.

    La tosse sempre più secca e sempre più cattiva al punto che appena chiedo un supplemento di ossigeno per esempio per parlare diventa impossibile mantenere anche una brevissima conversazione.

    Comincio a preoccuparmi. Tuttavia ho in casa un misuratore della saturazione dell’ossigeno nel sangue che mi tranquillizza: 97%-98%.

    Qualche giorno dopo comincia ad aumentare la temperatura. Aumenta leggermente ma è una inesorabile salita: 37,1°, 37,2°… 38° si ferma.

    Comincia la cura. Il medico di famiglia prescrive antibiotici, cortisone, tachipirina, enterogermina. Non succede nulla. La febbre sta sempre lì e la tosse aumenta. Il medico constata una polmonite bilaterale e chiede una radiografia.

    A questo punto è interessante conoscere come funzionano i centri di analisi privati (quasi tutti convenzionati) a Firenze.

    Ho telefonato a sei (sei!) istituti di analisi e nessuno disponibile a farmi una radiografia ai polmoni. Quello che è ancora più sorprendente però sono le scuse che hanno addotto al rifiuto.

    Il primo ha risposto che la macchina per fare radiografie s’è inceppata e può farle solo in verticale e i polmoni vanno radiografati supini quindi lei non può venire!

    Alla mia timida replica sconcertata (ho detto che potevo benissimo stare in piedi) si è scusato e ha riattaccato.

    Quelli più “onesti” mi chiedono se ho la febbre, e io ce l’ho e lo dichiaro, rispondono che non è possibile senza altre spiegazioni. Ho quasi pensato di fregare il prossimo imbottendomi di tachipirina.

    Niente, nessuno vuole rischiare di infettare la propria struttura e rifiutano qualunque cosa riguardi i polmoni.

    Questi istituti si sono dimostrati per quello che sono, miseri sostituti del Servizio Sanitario Nazionale.

    Qui si capisce bene che la sanità privata è una impresa e la sua missione è produrre profitto esattamente come tutte le aziende del mondo. La missione del Servizio Sanitario Nazionale è invece produrre salute. La contraddizione è tutta qui: non ci importa nulla della tua salute perché curarti potrebbe danneggiarci. E qui mi fermo.

    Sconfitto, riesco però prenotare la radiografia all’ospedale Santa Mara Annunziata dicendo che molto probabilmente sono contaminato dal Covid-19.

    Il giorno dell’appuntamento arriva la crisi.

    La polmonite si diffonde nonostante respiri ancora bene. Chiamo il 118 e sento subito che cercano di spiegarmi che se non ci sono sintomi evidenti è meglio aspettare. Io mi lascio convincere e aspetto ancora un giorno. Ancora una notte di tosse e di febbre. Al mattino il malessere si diffonde, ancora leggera dispnea, mal di testa, le gambe che vacillano.

    Impossibile aspettare. Di nuovo il 118 e questa volta in 10 minuti sono arrivati a sirena aperta.

    In ambulanza sono protetto con maschera, visiera e guanti. Arrivo a Santa Maria Annunziata, dopo un lungo percorso in corridoi dedicati agli infetti mi accomodano in una stanza (che si vede benissimo sistemata da poco per i contagiati), mi ossigenano immediatamente e mi mettono in attesa.

    Passa qualche ora e mi prelevano il sangue, mi infilano il tampone nel naso e nella gola, poi con un radiografo portatile mi fanno le lastre ai polmoni.

    Cerco negli occhi di chi si prende cura di me qualche risposta magari rassicurante, impossibile capire. “Durante la notte arriverà il risultato”, unico messaggio. Attesa e paura.

    Solo in una stanza abbastanza grande con lampadario, orologio, finestre alte da sotterraneo, una porta sul corridoio dove il via vai di personale sanitario è inarrestabile. Do notizie di me alla famiglia e mi metto in attesa.

    Non riesco a immaginare cosa staranno pensando. Anna è sempre ottimista, Eva e Bianca non saprei.

    Cominciano i brutti pensieri. Dal banale perché proprio io alla rassegna della propria vita. In questo momento in Italia muoiono per coronavirus 600/700 persone al giorno, possibile che capiti a me? Sudo, sono vestito normalmente, non ho pigiama o simili e sudo.

    Mi vengono in mente i Radiohead – “We are just accidents waiting to happen”, siamo solo incidenti in attesa di capitare.

    Prima di me tre polmoniti negative al coronavirus quindi, a casa… incrocio le dita ma comincio a stare davvero male (una oppressione al torace insistente) e il dubbio su cosa aspettarsi si insinua. Se sono negativo e non si prendono cura di me che faccio? Torno a casa a curarmi con l’Augmentin?

    Alle 3 di notte, POSITIVO!

    Notizia di merda! Non per me che ormai ero rassegnato. Pare incredibile ma ero già pronto a questo risultato del test. Subito ho pensato al cambiamento di vita a cui stavo costringendo i miei familiari, avrei scomposto tutti i loro progetti per parecchio tempo!

    E ora, chiedo, che accade?

    Mi portano nel reparto malattie infettive e mi ossigenano con maschera al 60%. La mattina tè e biscotti, appetito zero. Guardo i biscotti con vero disgusto e bevo soltanto.

    Nuovo prelievo, nuova misura dei parametri vitali (abbastanza buoni direi, ossigenazione sempre attorno al 95%).

    Dopo una notte ad attendere il tampone, ad attendere il risultato, ad aver osservato solo l’orologio e il lampadario mi sento pieno di sconforto. Quelli che girano per la stanza sono tutti uguali, tutti ugualmente bardati al punto che non sai mai chi hai davanti. Potrebbe essere un medico, un infermiere, un addetto alle pulizie o ai pasti. Comincio a vacillare.

    Mentre riposo (si fa per dire) vedo gente senza protezione oltre la porta a vetri che cercano di parlarmi attraverso un citofono che gracchia come una cornacchia, incomprensibile. Allora alzano la voce e picchiano pugni sulla porta per attirare la mia attenzione.

    Appena mi accorgo che parlano a me cerco di assumere un atteggiamento consono e capisco che vorrebbero curarmi attraverso antivirali e altre medicine che però hanno bisogno del consenso. Non so se hanno specificato che cosa mi avrebbero somministrato ma mi pare di aver capito antimalarici, anti HIV e un farmaco contro l’artrite reumatoide. Naturalmente firmo tutto immediatamente e aspetto.

    Silenzio il telefonino perché già cominciano ad arrivare attestati di solidarietà e auguri di pronta guarigione. Decido di non rispondere a nessuno, non ne ho nemmeno la forza ormai.

    Accanto a me uno che sta decisamente bene. Mi osserva e tace. Mi guardo intorno e comincio a cercare di capire cosa mi sta succedendo.

    Il primo accorgimento è quello di chiamare gli infermieri il meno possibile perché si capisce subito che per loro entrare e uscire dalla zona infetta significa vestizioni lunghe e complicate. Descrivere come sono bardati quando entrano in stanza è una impresa. Non ho mai suonato il campanello di allarme!

    Nella tarda mattinata entra uno che capisco essere il medico. “Sente” i polmoni per pochi secondi e subito mi sembra che qualcosa non vada bene. Esce senza dire nulla.

    Nel pomeriggio arriva un brusco peggioramento, forse era quello già sentito dal medico, e devono infilarmi il casco per aiutarmi nella respirazione.

    Hanno scritto che tollero bene il casco ma io so bene come lo tollero! Bruttissima (tuttavia necessaria) esperienza. Rumore, lacrimazione, pruriti… quasi impossibile (per me) dormire.

    La notte sempre mezzo sveglio e il giorno mezzo addormentato. E io che sempre ho sofferto di claustrofobia! Sono incazzato ma non ho troppa paura (per ora).

    I pensieri più brutti e mortiferi arrivano a questo punto. Dentro quel casco non posso fare assolutamente nulla, ne mangiare, ne bere, ne andare in bagno.

    Posso solo pensare. So che i peggioramenti improvvisi di solito portano all’intubamento e da lì tutto può accadere. Ma io mi sento ancora ottimista. Devo pensare, devo impegnarmi a occupare la mente di cose, perché se mi abbandona la lucidità è finita.

    Certo, mi dico, ho lasciato tante cose da fare e ora chissà se potrò riprenderle. Mi è mancato il tempo di realizzare i sogni però ho pronto una lista che se non vado all’altro mondo certamente ci metterò mano.

    Prima della lista dei sogni potrei fare la lista delle cose che ho fatto, più facile e poi viene prima.

    Mi scrivo con gli occhi nel muro oltre la plastica del casco i mestieri in cui mi sono cimentato fin dall’adolescenza. Imbianchino, decoratore di ceramiche, elettricista, riparatore radio e TV, antennista, addetto all’igiene e alla sicurezza sul lavoro, amministratore di una azienda agricola.

    Non mi basta, allora ad ogni lavoro cerco di associarci la felicità o l’infelicità del momento. Appena si accavallano i ricordi subito mi immagino che da lì a poco potrei anche io diventare un ricordo.

    Non ci avevo mai pensato! Io un ricordo! Chissà se direbbero di me le cose ovvie che si sentono dire quando uno trapassa: era tanto buono, tanto generoso, tanto altruista! E invece no. Lo so io quanto sono stato anche stronzo ma nessuno oserebbe. E poi mai visto un epitaffio con scritto “qui giace uno stronzo”!

    Una cosa è certa, da vecchi il tempo corre più veloce. Non sono sicuro se i primi lavori e i primi amori fossero la felicità ma erano sicuramente cose lunghe.

    Non dimenticherò mai le lunghissime estati dell’infanzia, quando la fine della scuola significava il sole, i campi di grano, la Greve, pescare. Non finiva mai! Adesso invece si ripetono sempre le stesse cose, non si sperimenta più nulla, e tutto corre sempre più veloce.

    Però un vantaggio a morire intubato ci sarebbe. Mi dicono che prima di sedare chiedono di fare una telefonata ai propri cari perché nessuno può sapere come andrà a finire. Ultimo contatto da vivo per telefono!

    Non perderei la dignità, non vivrei l’insofferenza, la stizza, anche qualche rimprovero che arrivano sempre da chi si rivolge ad una persona umiliata dalla malattia. Ho una certa esperienza nel merito.

    Forse verrei trattato con asprezza, non cattiveria (non ce le vedo Eva e Bianca cattive) ma l’asprezza di chi ha una vita propria da svolgere davanti ad un vecchio malato.

    Ora lo so perché facevo tutti gli elenchi e non dormivo mai nel casco. Avevo paura di non riaprire gli occhi!

    Tanti anni fa lessi un libro dal titolo “Il mondo senza me”, non ricordo l’autore.

    Eppure dentro questo casco mi è difficile immaginare il mondo senza me. Finché sei giovane appare lontano e riusciamo a placare l’angoscia dell’idea. Ma ora si fa strada questa possibilità e se le cose vanno male so benissimo che succederà.

    Fra qualche settimana, al massimo qualche mese dopo l’evento, il mondo continuerà a esistere senza nemmeno una increspatura, senza nemmeno un sussulto.

    Anna, Eva e Bianca e forse qualcun altro piangeranno, ma poi dovranno occuparsi delle cose pratiche e smetteranno. Si occuperanno del vivere. Come è giusto. E tutto sarà finito.

    Un altro elenco che scorrevo riguarda le ragazze che ho baciato. Cominciando proprio dall’inizio fino alla felicità del matrimonio.

    E in quest’elenco dividere quelle che lo facevano per amore, per passatempo, perché non avevano di meglio. E quelle che io baciavo per amore o per passatempo. Un elenchino a dire il vero ma comunque importante.

    Ricordo benissimo nella preadolescenza le vicine di casa Anita e Diletta, appena più grandi di me. Salivano le scale con le gonne (allora non c’erano quasi i pantaloni per le femmine) e dicevano: guardate il panorama! Che poi erano le loro mutande.

    Poi la compagnia di San Casciano con Laura e Carletta. Laura mi lasciò la notte di Natale. Sempre prima dei 18 anni ricordo la svizzera Katrin a Riccione. Dove io e Lorenzo ogni giorno eravamo invitati, dal babbo, a pranzo nella sua tenda.

    Barbara, troppo giovane. Emanuela, solo perché avevo la 500L. Ero un tassista per lei. Un’austriaca che trovai a Donoratico che non parlava italiano e per questo interessante interloquire solo con gesti.

    Eleonora mi fece passare un anno in un modo sconosciuto, soprattutto fatto di “fumo”. Poi Anna e la famiglia.

    Il rumore del casco e l’ossigeno spinto nel cervello mi impediscono ricordi precisi. Mi si confondono le cose e il tempo. Comincio a stare male e sento che potrebbe accadere qualcosa di importante.

    Tre giorni e due notti dentro il casco respiratorio che voglio dimenticare. Inappetenza totale, stomaco chiuso bocca asciutta e difficilissimo bagnarla.

    Nel frattempo il compagno di camera sta bene e se ne va e arriva un altro che pare stare meglio di lui nonostante una leggera tosse insistente.

    La terza notte di respirazione assistita sono uscito di senno, non so perché. Mi sono tolto il casco e strappato tutte la flebo compresa quella sull’arteria.

    Non ricordo nulla solo il sangue che mi cadeva sui piedi e un infermiere che mi pareva il guardiano dell’inferno. La mattina mi sveglio (ho ripreso coscienza) tutto pulito e anche riposato.

    Ho solo la maschera per l’ossigeno. Sto relativamente bene. Non sono sicuro ma mi pare che dopo la flebo contro l’artrite reumatoide le cose hanno cominciato ad andare per il verso giusto.

    Provo a chiedere al mio vicino di sventura cosa ho combinato nella notte ma mi ha detto testuale: per la privacy non posso raccontare nulla. Ammutolisco ma bene cosi. Resta un mistero.

    La sera prima ho chiesto solo che mi facessero dormire assolutamente. Forse troppo ossigeno o troppo sedato (o troppi elenchi).

    Dopo quella notte un piccolo miglioramento ogni giorno che passa. La terapia, circa 14 pastiglie il giorno, che provoca mal di stomaco, bruciore e nausea, diminuisce. Torna gradatamente anche l’appetito (gran bella sensazione! – Ho perso 10 kg -) ma ci sono volute ancora due settimane per respirare nell’ambiante naturale.

    Finita la permanenza in sub intensiva mi trasferiscono un piano sotto dove tutti stanno meglio e tutti sono in attesa di essere dimessi.

    Lascio nella camera Renzo, dentro il casco, occhi sgranati dalla paura e asciutti dall’ossigeno. Un cenno con la mano e un in bocca al lupo farfugliato tra gli ossigeni. Qui sotto quasi tutti con terapie leggere, essenzialmente maschere ossigenanti. Tutti col telefono e tutti in collegamento familiare. Stessi medici e stessi infermieri.

    Comincio a pensare che me la sto cavando ma ancora non so chi ho potuto infettare a casa. Questo pensiero diventa la mia ossessione.

    La figlia e la moglie stanno quasi bene, poca febbre e poca tosse ma questo virus è subdolo e colpisce quando meno lo aspetti. Ogni giorno mi sento meglio, specialmente nel confronto con gli altri, e non ho più paura.

    Verso la guarigione

    Ho vissuto l’ospedale di Santa Maria. Annunziata durante la trasformazione imposta dal virus, sentivo i rumori dei lavori, e quindi un momento ancora più complicato.

    Devo ringraziare tutto il personale che mi ha curato. Ragazze e ragazzi che parevano quasi tutti giovani e dei quali ho potuto vedere solo gli occhi ma riconoscibili ad ogni cambio turno. Nelle loro tute bianche, incappucciate, con mascherina bocca naso, occhiali tipo sub, capelli raccolti, solo gli occhi e le ciglia distinguono l’una dall’altra.

    Dopo tre settimane le riconosco tutte: quella con gli occhi piccoli e luminosi, quella con grandi occhi rassicuranti, occhi chiari e ciglia finte, quella sempre sorridente… Gli uomini, pochi a dire il vero, meno differenziabili. Comunque grande umanità ovunque.

    Mentre ero in terapia subintensiva ho potuto apprezzare tutto questo nonostante la sofferenza e l’incognita di cosa sarebbe potuto accadere in ogni momento.

    Qualcuna in certi momenti trovava pure il tempo di incoraggiarti con qualche carezza sul braccio (magari dopo il prelievo) con doppi guanti di lattice! Un piccolo gesto che ti fa sentire meno la solitudine dal momento che la famiglia l’hai vista l’ultima volta 20 giorni prima. Si vedeva benissimo anche la loro sofferenza.

    Sicuramente caldo e disagio dentro quelle tute mentre distribuivano terapie, lavavano pazienti, rifacevano letti. Di nessuna però ho saputo il nome e quindi non posso ringraziare pubblicamente. Posso abbracciarle tutte solo attraverso il primario che ha firmato la dimissione, dottor Pierluigi Blanc.

    La dimissione è avvenuta dopo la prova di “fatica” che significa guardare la saturazione del sangue dopo avere percorso il corridoio a passo svelto due volte. Tutto bene, e alle 21 di sera del 1 aprile è finito l’incubo.

    Adesso sono a casa perché ho assicurato che ho disponibilità di una camera e un bagno personale (altrimenti trasferimento in albergo). Potrei essere ancora positivo e contagioso e il Servizio Igiene e Sanità Pubblica mi ha imposto altri 14 giorni di quarantena. Dopo mi faranno due tamponi per dichiararmi guarito (spero).

    Certamente la vita di ognuno di noi è una serie di avvenimenti dove può accadere che l’ultimo sovverta l’ordine di come sono accaduti ma soprattutto ne cambi il valore e il senso.

    Questa battaglia tra me e il coronavirus è durata più di due mesi.

    (4 aprile 2020)

    @RIPRODUZIONE RISERVATA

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