Nel cuore dei tavarnellini: a 73 anni si è spento don Giorgio Mazzanti. Il ricordo della comunità

Per tre anni a Tavarnelle, dove ha lasciato una traccia indelebile per il suo modo di essere sacerdote: cinque ricordi di un uomo che non verrà dimenticato

TAVARNELLE (BARBERINO TAVARNELLE) – Venerdì 12 marzo è venuto a mancare don Giorgio Mazzanti (73 anni). Lasciando un vuoto incolmabile anche a Tavarnelle.

Dove, sebbene sia stato parroco della chiesa di Santa Lucia al Borghetto solo per tre anni e molto tempo fa, è rimasto nel cuore di tutti.

Classe 1948, originario di Pesaro, don Giorgio arrivò a Tavarnelle nel 1985. Successore di don Pini, portò con sé una vera e propria rivoluzione, nel modo di interpretare la chiesa, di fare comunità.

Poeta, teologo, scrittore e docente emerito di Teologia sacramentale alla Pontificia Università Urbaniana di Roma (proprio il giorno prima della sua scomparsa, l’11 marzo, era stato insignito di un atto accademico), era un uomo di una cultura straordinaria.

Ma al contempo molto umile, semplice, alla mano: era lui che, per andare incontro alle persone e per farsi capire da tutti, “si abbassava”, in maniera molto spontanea.

Solare, spiritoso, sempre con la battuta pronta e il sorriso. Parlava con tutti. Ed era benvoluto da tutti. Disponibile, altruista, in prima linea per gli altri, con il suo esempio lanciava messaggi importantissimi.

Era impegnato a 360 gradi. Con gli sposi, le famiglie e i ragazzi. E’ con lui che sono iniziati tantissimi progetti, che ormai sono una (bellissima) tradizione del paese: il dopo cresima, l’Attività, la Montagna. Cose in cui don Giorgio rivivrà per sempre.

GABRIELE ELEUTERI

“Arrivò con la 127 blu targata Pesaro…”: il primo flashback di Gabriele che, all’epoca, abitava a cinquanta metri dalla chiesa. E che, di lì a poco, sarebbe diventato “il chierichetto di don Giorgio”.

“E’ stato il primo sacerdote che ho visto senza tonaca”, aggiunge.

“Nell’estate del 1985 andammo a Caprile, vicino ad Alleghe – ripercorre la vacanza in montagna – Partimmo… all’avventura. Con il furgoncino 238 rosso della chiesa, guidato da Giovanni Manetti, e un Ford Transit noleggiato alla carrozzeria Leoncini e guidato da don Giorgio”.

“Dormivamo in un ex albergo – prosegue – Al piano terra c’era la cucina, dove gli adulti facevano da mangiare. Oltre a Giovanni Manetti, c’erano Leonardo Consortini e sua moglie, Maria Santagati”.

“Eravamo una quindicina di ragazzi, classe dal 1969 al 1973 – vivido ogni dettaglio nella sua mente – Io, Cristiano Ceccherini (con cui condividevo la camera), Fabrizio Chiostrini, Roberta Masi, Paolo Santagati, Francesco Bacci, Stefano Corti, Francesco Giachi, Andrea Mori, Matteo Manetti, Ermanno Neri, Elva e Duccio Consortini”.

“Fu una bellissima esperienza – ricorda – Era una delle prime volte che lasciavamo casa senza i genitori”.

“Alternavamo le camminate a dei momenti di preghiera – ci racconta – Ma con don Giorgio non si parlava solo di religione: era interessato a sapere cosa facevamo, chi frequentavamo. Ci faceva fare sport: giocavamo spesso a calcio, a pallavolo. E ci insegnava delle canzoni”.

“Visto il successo della prima montagna – va avanti – l’anno successivo eravamo una quarantina. Quindi ci volle… un pullman. E andammo a Pampeago”.

“Don Giorgio era strepitoso – ci dice Gabriele – Fece riavvicinare i ragazzi alla parrocchia. E’ stato una figura importantissima per noi. Sapeva stare con i giovani, non si arrabbiava mai, aveva tanta pazienza”.

MARIA GRAZIA SEMPLICI

“Lo conoscevo bene, don Giorgio – interviene Maria Grazia – Sono sempre rimasta affezionata a lui. Era una persona che lasciava la sua impronta. Carismatico, accogliente, metteva a proprio agio”.

“Le sue omelie erano molto belle – ricorda – perché ti mettevano sempre in crisi e ti portavano a rivalutarti”.

“Eravamo un gruppo di famiglie – spiega – La domenica ci incontravamo e cenavamo insieme. C’era sempre anche don Giorgio. Abbiamo fatto, grazie a lui, un cammino spirituale”.

“In estate siamo stati in vacanza con lui – racconta – Era un modo di vivere in comunità. Abbiamo imparato a servirci l’un l’altro, abbiamo appreso il concetto del dono”.

“Ci ha fatto conoscere don Oreste Benzi – aggiunge – fondatore della comunità Papa Giovanni XXIII di Rimini”.

“Sono esperienze che ci sono rimaste nel cuore”, conclude Maria Grazia, emozionata.

IVO BARBETTI

“Don Giorgio lo conoscevo tramite la parrocchia – la parola passa a Ivo che, da sempre, gravita con entusiasmo e passione intorno al Borghetto – D’estate portavamo in vacanza i ragazzi delle famiglie indigenti al Boncio, vicino a Pesaro”.

“Con don Giorgio siamo stati anche in montagna – gli viene in mente – A Montecreto. Eravamo una quarantina”.

“Era molto affezionato a mia mamma, andava spesso a mangiare da lei – ci confida – Poi mia mamma si è ammalata e lui se ne è accorto. Allora non è più venuto a casa per non disturbare”.

“Era avanti, molto avanti – afferma – Quando preparava le coppie per il matrimonio, diceva: “Se credete di sposarvi per stare bene, non vi sposate!” (ride… e noi con lui). Lui lasciava liberi”.

“In effetti, a volte, imponendo qualcosa si ottiene l’effetto contrario – riflette Ivo – E poi i contrasti ci sono sempre, ma forse… servono per andare avanti”.

“Eravamo affascinati dalle sue parole. Piaceva a tutti don Giorgio”, ci saluta così Ivo.

ROBERTA MORETTI MASSAI

“E’ sempre stato al fianco dei più deboli, dei più sfortunati – è il turno di Roberta, anche lei sempre in prima linea per la parrocchia – Quando guardava una persona, riusciva a captarne le sue emozioni. Dava tutto se stesso per gli altri. Ha insegnato tante cose a tutti”.

“L’ho visto per l’ultima volta al funerale di don Caldini – ci confida Roberta – Con un grande sorriso mi abbracciò e mi disse: “Siamo i soliti ritardatari””.

LORETTA STORAI

“Quando arrivò, fu uno sconvolgimento incredibile… in senso positivo – queste le parole di Loretta, punto di riferimento imprescindibile al Borghetto – Eravamo abituati ad ascoltare il Vangelo, ma non a viverlo. Con lui abbiamo realizzato che Dio è amore”.

“E’ stato il primo a Tavarnelle a fare la lectio Divina – ricorda – Durante la Messa, specialmente in Sant’Anna, passava tra i presenti con il microfono a chiedere cosa ne pensassero della parola di Gesù”.

“Ci ha insegnato ad essere altruisti – dice – Ti poteva suonare alle 19.45 per dirti: “Sono venuto a cena da te. Hai qualcosa da offrirmi?””.

“Fece ristrutturare tutte le stanze della canonica – partecipò ai lavori anche il babbo di Loretta, falegname – perché voleva uno spazio per i giovani”.

“Così cominciò l’Attività – racconta – Quella estiva (che c’è tuttora) e quella invernale, durante le vacanze natalizie. Il primo anno mettemmo in scena il Natale di Scrooge nel “teatrino”, quando ancora c’era il palcoscenico. E per la notte di Natale in chiesa facemmo le ombre cinesi”.

“E poi il primo carnevale, nel 1985 – prosegue – Rappresentammo lo zoo: i carri erano delle gabbie su ruote. In molti erano vestiti da scimmia: i costumi li avevamo fatti noi. Coinvolgemmo i genitori: avevamo percepito da lui che è fondamentale mettersi in gioco tutti insieme, come famiglia”.

“Quando, nel 1987, andò via, mi dispiacque molto – rivive quei momenti – Avevamo appena realizzato che, anche se sei un fedele, sei protagonista. E avevamo paura che tutto ciò venisse meno. Invece, grazie a Dio, arrivò don Franco, che condivideva le idee di don Giorgio”.

“Dopo il suo trasferimento a Giogoli, l’ho rincontrato tre volte – ci rivela – E, ogni volta, è stata un’emozione grandissima. Sapeva tutto di Tavarnelle, perché alcuni tavarnellini avevano continuato ad andare alla Messa da lui. Era contentissimo che l’Attività e tutte le altre iniziative fossero continuate”.

“Don Giorgio era una persona squisita, di una grandissima umanità – così Loretta racchiude l’essenza di un’anima straordinaria, superiore – E’ nato per condividere tutto con gli altri, per unire ragazzi e adulti. E in cambio non voleva niente”.

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