Vanni Benedetti (Biodue): “Ci aiutino. O costretti a valutare le offerte per andare in Austria”

SAMBUCA (TAVARNELLE) – Era lì durante l'incendio di giovedì 19 settembre, assieme ai suoi collaboratori e dipendenti, a osservare con preoccupazione il lavoro delle cinque squadre dei vigili del fuoco intente a domare le fiamme nel colorificio "Belle Arti" della Sambuca, suo vicino… di capannone (clicca qui per leggere l'articolo e vedere le foto).

 

Vanni Benedetti, presidente della Biodue (settore farmaceutico), sta vivendo questi giorni con un misto di rabbia, adrenalina, preoccupazione: lo andiamo a trovare il sabato dopo le fiamme. Nella palazzina in via Lorenzetti che ospita il "cervello" dell'azienda si lavora per trasferire personale e uffici: l'incendio si è sviluppato al di là della parete, e il 50% di questo immobile è stato dichiarato inagibile.

 

"La Biodue – ci spiega Banedetti – è l'azienda con il maggior numero di dipendenti alla Sambuca: 120-130 diretti e altri 45 nelle aziende che controlliamo o di cui abbiamo quote  (Labiotre, Puntopack, Printinpack), sempre alla Sambuca, che vivono anche e soprattutto su nostro lavoro. Poi c'è tutto l’indotto, sempre alla Sambuca, al quale diamo lavoro. Oltre l‘80% dei miei dipendenti sono donne, il 60% sotto i trenta anni".

 

Insomma, una rapida panoramica che fa capire che siamo di fronte a una delle aziende più importanti di tutta l'area chiantigiana: "Abbiamo la commercializzazione di marchi propri – prosegue Benedetti – come Farcos (leader nel settore dermatologico tutto fino alla distribuzione) e Selerbe (farmaci da banco). E poi produciamo per conto terzi, per aziende leader del mercato".

 

La panoramica si chiude con Bendetti che ci spiega che "Biodue gestisce alla Sambuca quattro stabilimenti di produzione. Muoviamo poco meno di 30 milioni di euro l’anno, generando utili che ci fanno pagare oltre 2 milioni di euro di tasse. Le altre aziende del gruppo, tutte insieme, fatturano 15 milioni di euro".

 

Ci porta in giro per il capannone, fra persone che si danno un gran daffare per rimettere in carreggiata il lavoro. Qua e là c'è molta fuliggine nera. Una parete che divide uno dei vani scala della Biodue dal colorificio è visibilmente lesionata. E fa parte di quella porzione di edificio in cui non si può stare.

 

"Questi uffici di via Lorenzetti – spiega Vanni Benedetti – sono la centrale operativa della nostra azienda e di collegamento con le altre: qui lavorano più di 30 persone. Ci hanno notificato l’inagibilità di tutti questi locali. Possiamo ripartire al 50% degli spazi-ufficio (da 1.000 a 500 mq) a breve termine, perché non hanno subito lesioni. Gli altri non saranno utilizzati per un periodo indefinito: chissà quando ci daranno le autorizzazioni".

 

Gli chiediamo qual è la strategia d'emergenza: "Quello che stiamo decidendo di fare è distribuire tutti i dipendenti sugli altri immobili con una fatica tremenda, perdendo però efficienza produttiva. Quantifichiamo? Solo il giorno dopo l'incendio, fra mancate consegne e altro, abbiamo già perso 80mila euro. Se nel giro di venti giorni non rientriamo a regime avremo seri problemi".

Ripercussioni sui lavoratori? "Sono già stato interpellato dai sindacati  – risponde Benedetti generando un po' di preoccupazione – ai quali ho detto che ho bisogno della mia forza lavoro attuale e anzi di più. Ma non eslcudo però che a breve potremmo aver bisogno di cassa integrazione o addirittura di chiudere alcune attività e di appaltarle a terzi".

 

Ritorna all'incendio di tre anni fa, sempre al colorificio confinante: "Da allora non è successo nulla. La cosa che mi fa particolarmente arrabbiare è che un ambiente in cui nel 2010 ci fu un incendio che ci procurò paura, 20mila euro di danni e disagi, è stato fatto ripartire molto agevolmente. Chi doveva far ripartire quella situazione doveva farlo con maggiori cautele e tutele".

 

"La domanda vera – chiede Benedetti – è la seguente: chi avrà la responsabilità di tutto questo? Ogni azienda deve essere tutelata, gli stessi lavoratori che lavorano alla Di Volo devono essere ovviamente tutelati. Io posso solo dire che, anche visivamente, qualche domanda in più c'era da porsela prima di ridare il via".

 

Poi una riflessione ancor più allarmante: "Io sto pensando anche di spostarmi in posti diversi, magari più sicuri, all’estero. A noi l’Austria (in Carinzia) ha fatto un’offerta che fa paura: tasse al 22%, capannone già pronto…".

 

Conclude con un appello: "A darci una mano: il venerdì alle 8 noi eravamo tutti qua per risolvere i problemi, e lo stesso vorrei che facessero le istituzioni. Altrimenti diventa una battaglia impossibile. Vorrei mandare un messaggio chiaro ai sindacati per fargli capire che questa è una situazione ad alto rischio. E al Comune che deve aiutarci al massimo: sono miei dipendenti ma anche e soprattutto suoi cittadini".

di Matteo Pucci

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